Se è vero che le prime automobili della storia dell'umanità furono messe in circolazione nella seconda metà del XIX secolo, è altrettanto vero che questo imprescindibile mezzo di trasporto si diffuse in modo abnorme durante il Novecento. Nelle dieci poesie trascritte a seguito di questo prologo, le automobili sono protagoniste in modi assai differenti. Nei versi dei poeti futuristi esse vengono esaltate poiché, nella visuale degli appartenenti a questo storico movimento artistico, rappresentano il simbolo supremo della modernità, della velocità, della potenza meccanica e del progresso tecnologico. Altri, come Francesco Pastonchi, sono contrari all'invasione incontrollata di tali moderni mezzi meccanici, perciò concentrano la loro attenzione sulla natura che, umanizzata, nelle sue varie forme reagisce in più modi: con terrore, stupefazione, sorpresa o impassibilità. Altri ancora, come Nino Oxilia, all'interno degli autoveicoli si perdono in pensieri intimisti o in riflessioni esistenziali forse in questo facilitati e incoraggiati da una sorta d'isolamento dal resto del mondo che si crea rimanendo chiusi nelle automobili. Ci sono poi coloro che si soffermano a descrivere le gare sportive tra autovetture, che hanno affascinato e tutt'ora affascinano tantissimi esseri umani. Infine si nota una sola poesia (o meglio epigramma) che punta il dito senza mezzi termini sulla totale disumanizzazione causata, tra le altre cose, dalla diffusione incontrollata delle automobili e dallo spropositato valore che gli viene attribuito da gran parte della popolazione mondiale. Buona lettura.
Da "AUTODROMO"
di Giorgio Cesarano (1928-1975)
Il pilota viene a piedi,
solo, sulla destra della pista.
L'ombra delle querce nella prospettiva
riga sempre più fitta
l'asfalto fino alla curva
che appare quasi nera.
Ma da vicino ha una faccia, la strada,
tutta increspata, tutta granitura
e corre la formica, si trascina
lo scarabeo e giace
il fuscello secco e rotola la ghianda.
Il pilota passo passo s'avvia
alla curva; qui s'accoscia,
tocca l'asfalto, mira
rasoterra lungo la striscia
doppia di raschiati pneumatici.
Dunque s'avvede dei due
seduti loro soli in tribuna,
«Scheisse» dice e via
a passo diverso mani in tasca.
Quanti passi prima,
giacchetto nero, gambe magre, chiari
capelli, prima che scompaia
al sottopasso, un pezzo
per volta, come una figura
di carta tratta giù piano da una fessura.
(da «Quaderni di RebStein», XLI, Febbraio 2013)
BATTUTE D'AUTOMOBILE
di Auro d'Alba (Umberto Bottone, 1888-1965)
Saturo di rossa benzina
scalpito
sussulto
mi sferro
m'apro tra colonnati d'atmosfera
portici di libertà.
Le strade - inebrianti sanguisughe
mi succhiano mi succhiano
sfettucciandomi alle calcagna
i cadaveri dei chilometri
divorati dal cannibale motore.
A destra - a sinistra
avanti sul tergo
sbandieramento d'onore
di sole -
elettrico monsignore
d'una cattedrale celeste -
e preti rossi -
mefistofelici renitenti
d'una leva repubblicana.
Tempo di tamburo:
rullo primaverile.
Tempo di grancassa:
orchestra di vènti-mastini sguinzagliati
Tempo di violino:
uomini impalati
sull'uscio vicino.
Chiuso in un maglio
di quadruplice ferro
sbuffo rattratto
sugli angoli retti
delle vie capitali -
scatto
compatto
lasciandomi i trams alle spalle
in uno sbadiglio stridente
sul binario convergente.
I palazzi-teste rettangolari
di mostri
dai multipli occhi-finestre
spalancano le bocche-balconi
coi denti - ringhiere a sghimbescio.
Schizzo chilometriche pupille
in alto - sui fianchi:
scimitarre di freddi cipressi
penzoloni
(altalene di pennoni - giardinieri)
avidi sguardi -
sventolati stendardi
di luce carnale -
e un aggrumato fanale
pugnale
piantato in seno alla notte
dal vespro - sicario del giorno.
Lunghe lunghissime stelle
- vespai notturni -
sulla testa musicista -
marciapiedi - lame incandescenti
di ghigliottine -
atroce soffocamento
per la mia apoplettica passione
di sventramento -
graticole di selciato
dove mi arrotondo
in un profondo
desiderio di esaurimento.
Alba. Cascate di tetti -
fosforiche sentinelle - lampioni
lasciate morire di arsura
in attesa del caporale lampionaio
per il cambio di muta.
Ai lati
occhi sbendati
dal sole alabardiere
coriandoli - gettoni
festoni gonfiati
bandiere bandiere
bandiere
(da "Baionette", Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano 1915, pp. 14-17)
IN AUTOMOBILE
di Antonio Daniele (?-?)
La striscia biancastra divora
pulsante la macchina mia,
lasciando fuggir de la via
ottanta chilometri all'ora.
Ma ancora, ma ancora:
vi sono i cipressi
che corron più forte:
Deh! vinci quei messi
Di morte.
Dà un balzo la macchina e corre
più lesta; io giro il volante
e quasi rasento le borre
passando su tremule piante
Di timo olezzante.
Cipressi, che piano
già stanchi correte,
io vado lontano,
salvete!
(da «La Fiamma Verde», settembre 1919)
FORNICAZIONE DI AUTOMOBILI
di Mario De Leone (?-?)
Visi strani
di palazzi sull'attenti
sorridenti
dalle innumeri finestre
spalancate.
Un'inondazione torrenziale
di luce
si produce
nelle case sonnacchiose:
annegamento de' mobili.
Ragnatele di fili lucidi,
continuazione metallica
dell'umano cervello
stanno all'erta vigilanti,
sempre attenti,
i continui movimenti
de' passanti.
Tra… ta… ta… ta… mbu…
Collisione involontaria,
fornicazione rabbiosa
di due automobili-volontà,
abbraccio di due guerrieri
baldanzosi del movimento,
sincope di due cuori-motori,
spargimento di sangue-benzina.
Ristagno del viavai,
stagno immobile di curiosità,
lagno. Lagno di feriti.
Coagulazione degli affari.
Avanzi ingombranti
delle due macchine morte,
spazzati rapidamente
da una febbre di braccia,
rastrelli di scheletri informi, enormi.
Marcia funebre di sibili
di sirene d'automobili in attesa.
Passo elastico di quattro barelle
caricate dal peso
pietoso di quattro agonie.
Vie… vie… vie…
Ospedale di campanelli
d'allarme. Infermieri,
chirurghi, suore: tutti seri,
tutti raccolti intorno
alla quadruplice agonia
operata con arte pia.
Vie… vie… vie…
Risucchio della tristezza,
rivendicazione violenta,
del movimento, del movimento.
Dieci, cento, mille
veicoli trabalzanti.
Tuffi nella velocità.
Clo… clo… clo…
Drin… drin… drin…
Teuff… teuff… teuff…
Rapidità. Preziosità del minuto
che trascorre. Corsa furente,
sobbalzi, balzi, urli.
Domani, fra un'ora, fra due
minuti, in questo momento
medesimo un altro
cozzo, un'altra schiacciante
formicazion d'automobili
produrrà per la via
qualche altra agonia!
Breve parentesi d'angoscia,
di morte, d'attesa, di strazio,
e dopo quella, la vita
che vince, che freme, che passa
velocemente, immemore!
Ma la memoria rimane
impressa né foschi palazzi,
né lucidi fili in cui vibra
il telegramma funesto:
«Napoli 9 giugno ore 14
Violento scontro automobilistico.
Quattro moribondi».
E basta. Una corsia
d'ospedale. Una lenta agonia.
(da «Lacerba», 1° luglio 1914)
IL CIRCUITO
di Farfa (Vittorio Osvaldo Tommasini, 1879-964)
IL CIRCUITO
automobilistico
è la lama flessibile
la vettura
l'impugnatura
pel duello con la morte
il corridore
un pezzo di ricambio
della macchina
che stroncandosi con essa
devesi immediatamente
tutto sostituire
a ciglio asciutto
duellando imperturbabili
nella morsa del tempo
per vincere la corsa
(da "FARFA poeta record nazionale futurista", Sabatelli, Savona 1970, pp. 126-127)
IN AUTOMOBILE SOTTO LA PIOGGIA
di Nino Oxilia (Angelo Oxilia, 1889-1917)
Velo bianco sul viso taciturno,
ombra degli occhi e lunga mano al mento
- fuori dei vetri la pioggia - rammento
ogni cosa del nostro andar notturno.
Il motore cantava. Roma al sordo
ansare del motore avea parvenza
grave: al rombo del cuore, adolescenza
rifaceva le strade del ricordo.
Rifaceva l'ordito del ricamo.
Pensavo: quella che mi siede al fianco,
quella che mi fece il viso triste e bianco
d'amore e non mi amò. Ora non l'amo.
Il motore cantava. Foglie morte.
Alberi nudi in corsa. Forme stanche.
Il vostro volto sulle mani bianche.
Sopra i vetri la pioggia battea forte.
La vettura correva in mezzo al fango.
Pensavo: allora, per aver concesso
il fianco al fianco, il viso al viso presso,
avrei pianto d'amore. Ora non piango.
Il motore cantava in ritmi tetri
come il cuore. Poi tacque all'improvviso.
La vettura fermò. Levaste il viso
e la pioggia riprese alta sui vetri.
S'aprì la porta e l'acqua entrò col vento.
Un ordine. Una frase: «presto! chiudi!»
L'uomo mostrò, chiudendo, i polsi nudi.
Voi riprendeste il vostro atteggiamento.
Io pensavo. Con atto dolce e muto
mi sfioraste i capelli: all'improvviso
tutto il passato mi ventò sul viso
il vostro fiato non ancor goduto.
Come orologio di malinconia
battea la pioggia a scandere il minuto:
ciò che Amore non chiese, ebbe la mia
breve improvvisa avidità di bruto.
...Or guardavate tra le ciglia chiare
in atto di sognare e di dormire.
Rivivere significa morire
e vivere significa passare...
...Così fu. Risentii d'un tratto il botto
del motore: urlo-voce-spinta-addio.
Riprese dietro ai vetri il picchiettio
della pioggia che già s'era interrotto,
e rividi passare in strade nuove
alberi nudi in corsa, forme stanche,
mentre il tuo volto sulle mani bianche
guardava altrove. Ché il domani è altrove.
(da "Gli orti", Alfieri & Lacroix, Milano 1918, pp. 12-14)
AUTOMOBILI DI NOTTE
di Francesco Pastonchi (1874-1953)
Forano di fari la notte
sùbiti, impietosi:
l’ombre degli agresti riposi
sussultano, rotte.
Allibita una casa sbianca:
un prato di fiori stupisce
di quell’alba che lo ferisce
violenta e sùbito manca.
Ma la foresta rifiuta
quei coni effimeri in fuga:
resta, nel chiaror che la fruga,
austera, impassibile, muta.
(da "Versetti", Mondadori, Milano 1931, pp. 168-169)
INVESTIMENTO
di Gino Patroni (1920-1992)
Morì
investito,
nel mezzo
della strada:
e le ruote
gli giraron
sulla pancia.
Accorse
gente,
vide
la vettura
e disse:
«Bella linea,
questa Lancia».
(da "Epigrammi italiani", Einaudi, Torino 2001, p. 319)
VECCHIA BALILLA
di Vito Riviello (1933-2009)
Nell’odor di benzina c’è
tutto l’odio del mondo,
in casa era piacevole
sulle giacche delle gite
ma già in strada,
le solitarie pompe con le teste
di lune marce,
si diffondeva il suo vagare
nella “balilla” dello zio
e lo portava a peccare.
L’odore ha lasciato traccia
sugli strofinacci di cucina
ed è esploso nelle valli
che costeggiavano i fiumi,
un odore indimenticabile
per chi “soffriva” la macchina
ed era comunque invitato
a consumare un tragitto
di “consummè” e di paste.
(da "Tutte le poesie", Sapienza Universià Editrice, Roma 2019, p. 136)
MILLE MIGLIA
di Vittorio Sereni (1913-1983)
Brescia, primavera '55
Per fare il bacio che oggi era nell’aria
quelli non bastano di tutta una vita.
Voci del dopocorsa, di furore
sul danno e sulla sorte.
Un malumore sfiora la città
per Orlando impigliato a mezza strada
e alla finestra invano
ancor giovane d’anni e bella
Angelica si fa.
Voci di dopo la corsa, voci amare:
si portano su un’onda di rimorso
a brani una futile passione.
Folta di nuvole chiare
viene una bella sera e mi bacia
avvinta a me con fresco di colline.
Ma nulla senza amore è l’aria pura
l’amore è nulla senza la gioventù.
(da "Gli strumenti umani", Einaudi, Torino 1995, p. 18)
![]() |
| "A Brouhot car in Paris, 1910" (da questa pagina Web) |

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