domenica 19 aprile 2026

Le automobili in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Se è vero che le prime automobili della storia dell'umanità furono messe in circolazione nella seconda metà del XIX secolo, è altrettanto vero che questo imprescindibile mezzo di trasporto si diffuse in modo abnorme durante il Novecento. Nelle dieci poesie trascritte a seguito di questo prologo, le automobili sono protagoniste in modi assai differenti. Nei versi dei poeti futuristi esse vengono esaltate poiché, nella visuale degli appartenenti a questo storico movimento artistico, rappresentano il simbolo supremo della modernità, della velocità, della potenza meccanica e del progresso tecnologico. Altri, come Francesco Pastonchi, sono contrari all'invasione incontrollata di tali moderni mezzi meccanici, perciò concentrano la loro attenzione sulla natura che, umanizzata, nelle sue varie forme reagisce in più modi: con terrore, stupefazione, sorpresa o impassibilità. Altri ancora, come Nino Oxilia, all'interno degli autoveicoli si perdono in pensieri intimisti o in riflessioni esistenziali forse in questo facilitati e incoraggiati da una sorta d'isolamento dal resto del mondo che si crea rimanendo chiusi nelle automobili. Ci sono poi coloro che si soffermano a descrivere le gare sportive tra autovetture, che hanno affascinato e tutt'ora affascinano tantissimi esseri umani. Infine si nota una sola poesia (o meglio epigramma) che punta il dito senza mezzi termini sulla totale disumanizzazione causata, tra le altre cose, dalla diffusione incontrollata delle automobili e dallo spropositato valore che gli viene attribuito da gran parte della popolazione mondiale. Buona lettura.  




Da "AUTODROMO"

di Giorgio Cesarano (1928-1975)


Il pilota viene a piedi,

solo, sulla destra della pista.

L'ombra delle querce nella prospettiva

riga sempre più fitta

l'asfalto fino alla curva

che appare quasi nera.


Ma da vicino ha una faccia, la strada,

tutta increspata, tutta granitura

e corre la formica, si trascina

lo scarabeo e giace

il fuscello secco e rotola la ghianda.


Il pilota passo passo s'avvia

alla curva; qui s'accoscia,

tocca l'asfalto, mira

rasoterra lungo la striscia

doppia di raschiati pneumatici.

Dunque s'avvede dei due

seduti loro soli in tribuna,

«Scheisse» dice e via

a passo diverso mani in tasca.


Quanti passi prima,

giacchetto nero, gambe magre, chiari

capelli, prima che scompaia

al sottopasso, un pezzo

per volta, come una figura

di carta tratta giù piano da una fessura.


(da «Quaderni di RebStein», XLI, Febbraio 2013)





BATTUTE D'AUTOMOBILE

di Auro d'Alba (Umberto Bottone, 1888-1965)


 Saturo di rossa benzina

scalpito

sussulto

mi sferro

m'apro tra colonnati d'atmosfera

portici di libertà.

Le strade - inebrianti sanguisughe

mi succhiano mi succhiano

sfettucciandomi alle calcagna

i cadaveri dei chilometri

divorati dal cannibale motore.


  A destra - a sinistra

avanti  sul tergo

sbandieramento d'onore

di sole -

elettrico monsignore

d'una cattedrale celeste -

e preti rossi -

mefistofelici renitenti

d'una leva repubblicana.


  Tempo di tamburo:

rullo primaverile.

Tempo di grancassa:

orchestra di vènti-mastini sguinzagliati

Tempo di violino:

uomini impalati

sull'uscio vicino.


  Chiuso in un maglio

di quadruplice ferro

sbuffo rattratto

sugli angoli retti

delle vie capitali -

scatto

compatto

lasciandomi i trams alle spalle

in uno sbadiglio stridente

sul binario convergente.


  I palazzi-teste rettangolari

di mostri

dai multipli occhi-finestre

spalancano le bocche-balconi

coi denti - ringhiere a sghimbescio.

Schizzo chilometriche pupille

in alto - sui fianchi:

scimitarre di freddi cipressi

penzoloni

(altalene di pennoni - giardinieri)

avidi sguardi -

sventolati stendardi

di luce carnale - 

e un aggrumato fanale

pugnale

piantato in seno alla notte

dal vespro - sicario del giorno.

Lunghe lunghissime stelle

- vespai notturni -

sulla testa musicista -

marciapiedi - lame incandescenti

di ghigliottine -

atroce soffocamento

per la mia apoplettica passione

di sventramento -

graticole di selciato

dove mi arrotondo

in un profondo

desiderio di esaurimento.


  Alba. Cascate di tetti -

fosforiche sentinelle - lampioni

lasciate morire di arsura

in attesa del caporale lampionaio

per il cambio di muta.

Ai lati

occhi sbendati

dal sole alabardiere

coriandoli - gettoni

festoni gonfiati

bandiere               bandiere

              bandiere 


(da "Baionette", Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano 1915, pp. 14-17)





IN AUTOMOBILE

di Antonio Daniele (?-?)


La striscia biancastra divora

pulsante la macchina mia,

lasciando fuggir de la via

ottanta chilometri all'ora.

          Ma ancora, ma ancora:

          vi sono i cipressi

          che corron più forte:

          Deh! vinci quei messi

                         Di morte.


Dà un balzo la macchina e corre

più lesta; io giro il volante

e quasi rasento le borre

passando su tremule piante

          Di timo olezzante.

          Cipressi, che piano

          già stanchi correte,

          io vado lontano, 

                         salvete!


(da «La Fiamma Verde», settembre 1919)





FORNICAZIONE DI AUTOMOBILI

di Mario De Leone (?-?)


Visi strani

di palazzi sull'attenti

sorridenti

dalle innumeri finestre

spalancate.

Un'inondazione torrenziale

di luce

si produce

nelle case sonnacchiose:

annegamento de' mobili.

Ragnatele di fili lucidi,

continuazione metallica

dell'umano cervello

stanno all'erta vigilanti,

sempre attenti,

i continui movimenti

de' passanti.

Tra… ta… ta… ta… mbu…

Collisione involontaria,

fornicazione rabbiosa

di due automobili-volontà,

abbraccio di due guerrieri

baldanzosi del movimento,

sincope di due cuori-motori,

spargimento di sangue-benzina.

Ristagno del viavai,

stagno immobile di curiosità,

lagno. Lagno di feriti.

Coagulazione degli affari.

Avanzi ingombranti

delle due macchine morte,

spazzati rapidamente

da una febbre di braccia,

rastrelli di scheletri informi, enormi.

Marcia funebre di sibili

di sirene d'automobili in attesa.

Passo elastico di quattro barelle

caricate dal peso

pietoso di quattro agonie.


Vie… vie… vie…


Ospedale di campanelli

d'allarme. Infermieri,

chirurghi, suore: tutti seri,

tutti raccolti intorno

alla quadruplice agonia

operata con arte pia.


Vie… vie… vie…


Risucchio della tristezza,

rivendicazione violenta,

del movimento, del movimento.

Dieci, cento, mille

veicoli trabalzanti.

Tuffi nella velocità.


Clo… clo… clo…

Drin… drin… drin…

Teuff… teuff… teuff…


Rapidità. Preziosità del minuto

che trascorre. Corsa furente,

sobbalzi, balzi, urli.

Domani, fra un'ora, fra due

minuti, in questo momento

medesimo un altro

cozzo, un'altra schiacciante

formicazion d'automobili

produrrà per la via

qualche altra agonia!

Breve parentesi d'angoscia,

di morte, d'attesa, di strazio,

e dopo quella, la vita

che vince, che freme, che passa

velocemente, immemore!

Ma la memoria rimane

impressa né foschi palazzi,

né lucidi fili in cui vibra

il telegramma funesto:

«Napoli 9 giugno ore 14

Violento scontro automobilistico.

Quattro moribondi».

E basta. Una corsia

d'ospedale. Una lenta agonia.


(da «Lacerba», 1° luglio 1914)





IL CIRCUITO

di Farfa (Vittorio Osvaldo Tommasini, 1879-964)


IL CIRCUITO

automobilistico

è la lama flessibile

la vettura

l'impugnatura

pel duello con la morte

il corridore

un pezzo di ricambio

della macchina

che stroncandosi con essa

devesi immediatamente

tutto sostituire

a ciglio asciutto

duellando imperturbabili

nella morsa del tempo

per vincere la corsa


(da "FARFA poeta record nazionale futurista", Sabatelli, Savona 1970, pp. 126-127)





IN AUTOMOBILE SOTTO LA PIOGGIA

di Nino Oxilia (Angelo Oxilia, 1889-1917)


Velo bianco sul viso taciturno,

ombra degli occhi e lunga mano al mento

- fuori dei vetri la pioggia - rammento

ogni cosa del nostro andar notturno.


Il motore cantava. Roma al sordo

ansare del motore avea parvenza

grave: al rombo del cuore, adolescenza

rifaceva le strade del ricordo.


Rifaceva l'ordito del ricamo.

Pensavo: quella che mi siede al fianco,

quella che mi fece il viso triste e bianco

d'amore e non mi amò. Ora non l'amo.


Il motore cantava. Foglie morte.

Alberi nudi in corsa. Forme stanche.

Il vostro volto sulle mani bianche.

Sopra i vetri la pioggia battea forte.


La vettura correva in mezzo al fango.

Pensavo: allora, per aver concesso

il fianco al fianco, il viso al viso presso,

avrei pianto d'amore. Ora non piango.


Il motore cantava in ritmi tetri

come il cuore. Poi tacque all'improvviso.

La vettura fermò. Levaste il viso

e la pioggia riprese alta sui vetri.


S'aprì la porta e l'acqua entrò col vento.

Un ordine. Una frase: «presto! chiudi!»

L'uomo mostrò, chiudendo, i polsi nudi.

Voi riprendeste il vostro atteggiamento.


Io pensavo. Con atto dolce e muto

mi sfioraste i capelli: all'improvviso

tutto il passato mi ventò sul viso

il vostro fiato non ancor goduto.


Come orologio di malinconia

battea la pioggia a scandere il minuto:

ciò che Amore non chiese, ebbe la mia

breve improvvisa avidità di bruto.


...Or guardavate tra le ciglia chiare

in atto di sognare e di dormire.

Rivivere significa morire

e vivere significa passare...


...Così fu. Risentii d'un tratto il botto

del motore: urlo-voce-spinta-addio.

Riprese dietro ai vetri il picchiettio

della pioggia che già s'era interrotto,


e rividi passare in strade nuove

alberi nudi in corsa, forme stanche,

mentre il tuo volto sulle mani bianche

guardava altrove. Ché il domani è altrove.


(da "Gli orti", Alfieri & Lacroix, Milano 1918, pp. 12-14)





AUTOMOBILI DI NOTTE

di Francesco Pastonchi (1874-1953)


Forano di fari la notte

sùbiti, impietosi:

l’ombre degli agresti riposi

sussultano, rotte.


Allibita una casa sbianca:

un prato di fiori stupisce

di quell’alba che lo ferisce

violenta e sùbito manca.


Ma la foresta rifiuta

quei coni effimeri in fuga:

resta, nel chiaror che la fruga,

austera, impassibile, muta.


(da "Versetti", Mondadori, Milano 1931, pp. 168-169)





INVESTIMENTO

di Gino Patroni (1920-1992)


Morì

investito,

nel mezzo

della strada:

e le ruote

gli giraron

sulla pancia.

Accorse 

gente,

vide

la vettura

e disse:

«Bella linea,

questa Lancia».


(da "Epigrammi italiani", Einaudi, Torino 2001, p. 319)





VECCHIA BALILLA

di Vito Riviello (1933-2009)


Nell’odor di benzina c’è

             tutto l’odio del mondo,

in casa era piacevole

sulle giacche delle gite

ma già in strada,

le solitarie pompe con le teste

             di lune marce,

si diffondeva il suo vagare

nella “balilla” dello zio

e lo portava a peccare.

L’odore ha lasciato traccia

sugli strofinacci di cucina

ed è esploso nelle valli

che costeggiavano i fiumi,

un odore indimenticabile

per chi “soffriva” la macchina

ed era comunque invitato

a consumare un tragitto

di “consummè” e di paste.


(da "Tutte le poesie", Sapienza Universià Editrice, Roma 2019, p. 136)





MILLE MIGLIA

di Vittorio Sereni (1913-1983)


                                                                         Brescia, primavera '55

Per fare il bacio che oggi era nell’aria

quelli non bastano di tutta una vita.


Voci del dopocorsa, di furore

sul danno e sulla sorte.

Un malumore sfiora la città

per Orlando impigliato a mezza strada

e alla finestra invano

ancor giovane d’anni e bella

Angelica si fa.

Voci di dopo la corsa, voci amare:

si portano su un’onda di rimorso

a brani una futile passione.

Folta di nuvole chiare

viene una bella sera e mi bacia

avvinta a me con fresco di colline.

Ma nulla senza amore è l’aria pura

l’amore è nulla senza la gioventù.


(da "Gli strumenti umani", Einaudi, Torino 1995, p. 18)




"A Brouhot car in Paris, 1910"
(da questa pagina Web)


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