domenica 4 novembre 2018

La lussuria nella poesia italiana decadente e simbolista


La lussuria, ovvero l'abbandono al piacere sessuale, è un elemento che contraddistinse l'attività poetica di molti scrittori decadenti e simbolisti. Paul Verlaine e Gabriele D'Annunzio, da questo punto di vista, sono stati dei maestri. Tra i poeti delle generazioni successive, si nota, in più di un caso, il tentativo di raffigurare la lussuria; eccola allora in forma di vecchia, nelle poesie di Botta, Lucini e Palazzeschi. Cavacchioli invece la chiama "disperazione" e la dipinge come un mostro notturno che, a poco a poco, distrugge il malcapitato rimasto in sua balìa. Anche De Maria descrive la lussuria (sorta di creatura che ingloba in sé tutte le femmine bellissime e vogliose) in forma di fiero mostro / di voluttà, da l'uncinato rostro, / da l'avide ventose a mille a mille. Corazzini la vede in veste d'imperatrice che, mai sazia, va alla continua ricerca del piacere, non riuscendo mai ad amare nessuno. Canudo invoca la carne di femina e gli eroici amplessi in un rito iniziatico che diviene quasi una guerra, prevedendo la morte per chi, da questi estremi rapporti carnali esca sconfitto. D'Ambra parla di un buon consenso d'amore a lui concesso da una donna che si scote ne la gloria de 'l piacere, sprofondando nel gran Male ignoto. Marcellusi cerca d'invogliare una donna a recarsi nella sua dimora per una notte (Ti aspetto. Già, tendo le mani. / Non ci pensi? Una notte insieme... / è tutto! Oh, la vita che preme, / dopo un po' d'amore...) Nella medesima situazione, Civinini dichiara che, dopo una "vana lotta" con le proprie inibizioni, la donna desiderata verrà in casa sua e cederà all'istinto primordiale. Anche Comi parla di una donna in cui l'istinto prevale sugli altri sentimenti (No: così vuole l'istinto / implacabile che ti tiene / in viluppi e ti rode le vene: / vincer non puoi, non hai mai vinto). Guido Da Verona afferma che, di fronte alle pulsioni e alle grida di una donna nell'atto d'amore, i sogni degli uomini non sono altro che "vane parole". Corradi vede la donna voluttuosa, durante l'atto sessuale subire delle trasformazioni imprevedibili (E le braccia protese in cupidigia / al forte amplesso nella luce vaga / somigliaron due steli alti di gigli; // e i capezzoli brevi due vermigli / fiori sbocciati in una nebbia grigia / dentro i vapori d'una azzurra plaga.) Oxilia si sofferma nella descrizione del corpo di una bella donna, di cui ama la magrezza adolescente / e la sua forte nudità pagana / così viva di fremito e languore. Lipparini dedica un sonetto ad un'impura che, quasi giunta ormai alla vecchiaia, si ritrova in completa solitudine, poiché il fascino peccaminoso della sua carne è definitivamente scomparso. C'è poi Govoni che riservò all'argomento un'intera sezione del suo primo libro di versi, lasciandosi andare in descrizioni così ardite che il volume fu censurato; e proprio Govoni e Gualdo, rievocano un personaggio storico famoso per le sue avventure erotiche e lussuriose: Lucrezia Borgia. Infine, unica eccezione al trionfare dei sensi, la poesia di Moscardelli parla del suo rifiuto alla lussuria di una notte, non motivandola, se non con pochi versi che descrivono dei sentimenti nostalgici e malinconici: Canto stanco. / Fiori anemici sui petti. / Malattia. / Aromi di caffè - Menta. / Nostalgia vana di amori casti, / Desiderii di sole. / Oppressione. / Paura.



Poesie sull'argomento

Diego Angeli: "Vincigliata" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).
Gustavo Botta: "La Visita" e "A la Lussuria" in "Alcuni scritti" (1952).
Ricciotto Canudo: "L'Iniziazione" in «Poesia», ottobre 1906.
Enrico Cavacchioli: "La Disperazione" in "Le ranocchie turchine" (1909).
Guelfo Civinini: "La vana lotta" in "L'Urna" (1900).
Girolamo Comi: "Acredini" in "Lampadario" (1912).
Sergio Corazzini: "L'imperatrice" in «Marforio», settembre 1904.
Edmondo Corradi: "T'ebbi così: l'aureola ti cinse" in "Nova postuma" (1904).
Lucio D'Ambra: "Ignara Mali" in "Le Sottili Pene" (1896).
Gabriele D'Annunzio: "Le Belle" in "L'Isotteo. La Chimera" (1889).
Gabriele D'Annunzio: "Athenais medica, II" in "L'Isotteo. La Chimera" (1889).
Gabriele D'Annunzio: "Donna Francesca" in "L'Isotteo. La Chimera" (1889).
Gabriele D'Annunzio: "Donna Clara" in "L'Isotteo. La Chimera" (1889).
Guido da Verona: "Le trecce nere" in "Il libro del mio sogno errante" (1919).
Federico De Maria: "La Piovra" in "Voci" (1903).
Federico De Maria: "Il piacere" in "La Ritornata" (1933).
Corrado Govoni: tutte le poesie della sezione "Vas luxurie" in "Le Fiale" (1903).
Corrado Govoni: "Amore" in "Poesie elettriche" (1911).
Guido Gozzano: "L'esilio" in "Poesia", luglio/agosto/settembre 1906.
Luigi Gualdo: "Rassomiglianza" in "Le Nostalgie" (1883).
Giuseppe Lipparini: "L'impura" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).
Gian Pietro Lucini: "La solita canzone" in "Poesia", aprile 1905.
Enzo Marcellusi: "Odi et amo" in "I canti violetti" (1912).
Nicola Moscardelli: "Quella sera" in "Abbeveratoio" (1915).
Nino Oxilia: "Bruna, selvaggia..." e "Come ài bianca la pelle..." in "Canti brevi" (1909).
Aldo Palazzeschi: "Comare Coletta" in "Lanterna" (1907).
Salvatore Quasimodo: "La lussuria" in "Bacia la soglia della tua casa" (1981).
Giuseppe Rino: "Ora cercan le mani la corona" in "I sonetti flammei" (1905).
Cristoforo Ruggieri: "Il trittico delle mondane" in "Ritmi" (1900).



Testi

A LA LUSSURIA
di Gustavo Botta

Calano l'ombre. E tu, vecchia, sghignazzi
bieca, male ravvolta in cenci bruni,
attraendo la gente con taluni
inviti capziosi e ambigui lazzi.

Da le tue grinze par quasi che razzi
il sortilegio, e pochi son gli immuni.
Ahi!, quanta moltitudine raduni,
visi innocenti, rei, belli, cagnazzi.

Anch'io trascino amaramente questa
ingorda anima mia là, dove infuria
la foia e l'odio, a la notturna festa,

poi che tu spandi, o magica Lussuria,
l'oblio del Tutto, e più non mi funesta
s'io t'avvinghio, l'Amor, cui faccio ingiuria.

(da "Alcuni scritti")




RASSOMIGLIANZA
di Luigi Gualdo

Vidi l'umido labbro e pur procace
Lo sguardo per lussuria semispento,
E il ciglio pien di volontà tenace
E la fermezza del marmoreo mento;

Mirai la linea del profilo altera,
La maestà della sua guancia smorta,
E dissi: È larva od è figura vera?
È viva o dal passato alfin risorta?

Chi è mai? Chi fu? - Ma nuova visïone
S'alzò dinnanzi alla mia mente scossa:
Era una sala aurata, e più persone
In una luce profumata e rossa,

E Lei rividi bella e tenebrosa
Versar l'ebbrezza in cesellata coppa
E accendere il desir che più non posa
Ma vola ognor della Chimera in groppa!

Era l'antica cena di Ferrara,
L'amor letale ed il velen dell'orgia...
E riconobbi, uscita dalla bara
Alla moderna età, Lucrezia Borgia.

(da "Le nostalgie")



John William Waterhouse, "Cleopatra"
(da questa pagina)

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