domenica 1 marzo 2026

Poeti dimenticati: Antonino Anile

 Nacque a Pizzo di Calabria nel 1869 e morì a Raiano nel 1943. La sua prestigiosa carriera di scienziato, così come la sua attività politica che gli consentì di far parte della Camera dei Deputati Italiani a partire dal 1919, non gli impedirono di coltivare, praticamente per tutta la vita, una evidente passione per la poesia; iniziò a scrivere e pubblicare versi quando era ancora giovanissimo, e le sue ultime raccolte uscirono pochi anni prima della sua scomparsa. Poeta tradizionalista, Anile riuscì a trasporre egregiamente in versi i temi che gli stavano più a cuore: la scienza e la religione. Certamente ebbe dei punti di riferimento fondamentali, come Giacomo Zanella, Giosue Carducci e Giovanni Pascoli, ma mostrò anche una suo personalissimo stile, che si realizzò più compiutamente nei sonetti (la forma metrica prediletta dallo scrittore calabrese). 



Opere poetiche


"Intermezzo di sonetti", Tip. Landi, Firenze 1893.

"Ultimo sogno", Pierro, Napoli 1901.

"Sonetti dell'anima", Pierro, Napoli 1903.

"Sonetti dell'anima" (2° ed.), Ricciardi, Napoli 1907.

"La croce e le rose", Ricciardi, Napoli 1909.

"Poesie", Zanichelli, Bologna 1921.

"Sonetti religiosi", Zanichelli, Bologna 1923.

"Nuovi sonetti religiosi", L'Eroica, Milano 1931.

"Le ore sacre", Vallecchi, Firenze 1937.

"L'ombra della montagna", Opera Nazionale Mezzogiorno d'Italia, Roma-Milano 1939


Antonino Anile




Testi


LE VIOLE


La siepe che, irta in cèspiti conserti,

il sorriso dei cieli a sé preclude,

entro il suo folto, tra bagliori incerti,

di viole un sorriso ampio dischiude.


Sopra tremuli càlami, appena erti

dal suolo, occhieggian le corolle nude,

dove ogni tenue petalo racchiude

l'azzurra libertà dei cieli aperti.


Fiori d'ombra han nel cerchio d'una sola

corolla, tutta schiusa, qualche cosa

de' purissimi cieli di viola.


Così, talora, un'anima pensosa

segreto esprime un fiore; e si consola

d'una gioia di cieli luminosa.


(da "Sonetti dell'anima", Ricciardi, Napoli 1907, p. 13)





POESIA


Poi che il pensier vigile chiuse

tutte le sue ali,

nelle indagini aspre del Vero,

ecco, Tu mi appari,

come sopra i mari

un'alba di luci diffuse;

e 'l vol riapre il mio pensiero.


Poi che l'anima spesso geme,

come acque in concluso

seno, di un suo antico lutto.

Tu vieni; e disghiacci

le dighe, e allacci

di nuovo la mia vita insieme

con quella divina del Tutto.


Balzo alla tua voce con pronti

spiriti, con sensi

ridesti, con il cuore intento;

e ne avverto l'eco

in me, come speco,

celato tra forre di monti,

che divien sonoro nel vento.


La tua voce par che si sveli

dall'anima occulta

delle cose: viene dai fiori,

da ogni pupilla

di bimbo che brilla,

dall'ampia pupilla dei cieli

aperta sui mari canori.


Sale dalle linfe profonde

della Terra, dove

si preparan pei monti e i piani

nuovi ùberi maggi;

canta nei linguaggi

luminosi degli astri, donde

piove un'eco pei sogni umani.


Al ritmo della tua parola

si schiudono i germi

occulti, si accendon le aurore,

vanno le correnti

entro i mari, i venti

aprono l'ala, un Dio trasvola

sopra i mondi, pulsa ogni cuore.


Le verità al pensier contese,

che indaga e anela,

— poi che di tua voce s' accende

ogni intima fibra

e in alto si libra

l'anima mia con l'ali tese, —

L'OCCHIO, FATTO PURO, COMPRENDE.


(da "La Croce e le rose", Ricciardi, Napoli 1909, pp. 119-121)





SENECTUS


Sopra il sentier ch'io corsi da bambino,

ora s'attarda il passo: egual tardanza

è nel ritmo del cuore. Poco avanza

de la mia balda gioventù. Declino.


L'occhio non coglie più quel ch'è vicino,

e figgersi ama ne la lontananza.

Nave, che già ne senta la fragranza,

a una remota sponda io m'avvicino.


Qualcosa entro la mia trama si sfalda;

vecchiezza incombe: ma securo un senso

percepisce il baglior d'una nuova alba.


Declino, sì: ma con ardor più vivo

lo spirto è pronto per un volo immenso;

e muoio ad ora ad or mentre rivivo.


(da "Sonetti religiosi", Zanichelli, Bologna 1923, p. 61)





L'ALVEO


Entro un largo alveo,

cui l'estiva calura ha messo a nudo

la ghiaia del fondo,

un residuo filo d'acqua,


che trae scintille al sole,

scorre scavando un suo esiguo solco

ch'è compreso nel grande; ed è questo

che dà la direzione a quell'andare.


V'è sempre un solco più grande

al di fuori del breve,

un limite oltre il limite.


Penso alla mia anima

e alla rete che l'impiglia,

ma che respira

l'ampiezza di un grande alveo


che ha per sponde la luce

dell'infinito;

ed è questo che la conduce.


(da "Le ore sacre", Vallecchi, Firenze 1937, pp. 35-36)