Pur non essendo un appassionato di poesia dialettale, da
quando leggo libri di versi, a volte mi sono imbattuto in pagine di antologie
che riportavano versi in dialetto. Essendo io romano, è naturale che andassi a
cercare prevalentemente i poeti nati nella capitale; tra costoro, colui che mi
ha attratto di più è senz'altro Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri,
Roma 1871 - ivi 1950). In verità, alcuni suoi versi, li avevo già letti fin da
bambino, trovandosi essi nei testi scolastici per una evidente semplicità che
ne consentiva la comprensione anche ad un pubblico infantile. Trilussa è stato,
tra l'altro, uno dei primi poeti che ho letto, proprio perché il suo dialetto
romanesco non era "puro", ma contaminato dalla lingua italiana, e
quindi tutt'altro che complicato. Se è vero che - parlando di poeti dialettali
romani - Giuseppe Gioacchino Belli rimane e forse rimarrà sempre il numero uno
in assoluto, è altrettanto vero che Trilussa, in popolarità, superò e tutt'ora
supera quest'ultimo. La sua poesia, come giustamente affermarono molti critici,
ebbe larga fortuna grazie ad alcuni elementi base che la contraddistinguono:
l'ironia, l'umorismo, la satira e il sentimentalismo. Altro elemento che ha
permesso al Trilussa di affascinare una larga fascia di pubblico, è stato
quello favolistico; la favola, con gli animali che parlano e che rispecchiano i
pensieri e le azioni degli esseri umani, si ritrova molto spesso nei
componimenti del poeta romano, il quale certamente ebbe ben presenti favolisti
famosi come Esopo e La Fontaine. Ma le favole del Trilussa non hanno alcunché
di moraleggiante; al contrario, tendono a far emergere tutti i lati peggiori
dell'umanità; poiché, se determinati comportamenti animaleschi sono dettati
soltanto dall'istinto, nei personaggi trilussiani vengono fuori parecchi
difetti prettamente umani, che vanno dall'egoismo al menefreghismo,
dall'avarizia all'invidia, dalla cattiveria alla spietatezza. Qualcuno,
inoltre, ha notato in determinati versi, una certa amarezza mista a malinconia, elementi questi che possono perfino avvicinarlo ai crepuscolari; d'altronde, egli visse a Roma
nei primissimi anni del XX secolo, proprio quando nacque il gruppo romano che
aveva come punto di riferimento Sergio Corazzini; i poeti di questo cenacolo,
sicuramente dovettero conoscerlo (se non di persona, almeno dalle tante sue
poesie che in quel tempo venivano pubblicate sui giornali e sulle riviste più
popolari), e forse più di qualcuno lo imitò¹. Chiudo riportando dapprima tutte
le opere poetiche pubblicate dal Trilussa, quindi tre fra le sue poesie che più
mi piacquero, leggendo l'unico libro di versi del poeta romano che acquistai
quasi trent'anni or sono.
NOTE
1) Da ricordare che Sergio Corazzini, giovanissimo,
pubblicò su alcune riviste romane, diverse poesie in romanesco che avevano alla
base una buona dose di satira.
Opere poetiche
"Stelle de Roma", Cerroni & Solaro, 1889.
"Er mago de Borgo", Cicerone, 1890.
"Quaranta sonetti romaneschi", Voghera, 1895.
"Altri sonetti", Folchetto, 1898.
"Favole romanesche", Voghera, 1901.
"Caffè-concerto", Voghera, 1901.
"Er serajo", Voghera, 1903.
"Le favole", Voghera, 1908.
"I sonetti", Voghera, 1909.
"Nuove poesie", Voghera, 1910.
"Le storie", Voghera, 1912.
"Omini e bestie", Voghera, 1914.
"Le finzioni della vita", Cappelli, Rocca S.
Casciano 1918.
"Lupi e agnelli", Voghera, 1919.
"Le favole", Modernissima, 1920.
"La gente", Mondadori, 1927.
"Libro n. 9", Mondadori, 1929.
"Giove e le bestie", Mondadori, 1932.
"Libro muto", Mondadori, 1935.
"Acqua e vino", Mondadori", 1945.
"Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1951.
Testi
LA MASCHERA
Vent'anni fa m'ammascherai pur'io!
E ancora tengo er grugno de cartone
che servì p'annisconne quello mio.
Sta da vent'anni sopra un credenzone
quella Maschera buffa, ch'è restata
sempre co' la medesima espressione,
sempre co' la medesima risata.
Una vorta je chiesi: - E come fai
a conservà lo stesso bon umore
puro ne li momenti der dolore,
puro quanno me trovo fra li guai?
Felice te, che nun te cambi mai!
Felice te, che vivi senza core! -
La Maschera rispose: - E tu che piagni
che ce guadagni? Gnente! Ce guadagni
che la gente dirà: Povero diavolo,
te compatisco... me dispiace assai...
Ma, in fonno, credi, nun j'importa un cavolo!
Fa' invece come me, ch'ho sempre riso:
e se te pija la malinconia
coprete er viso co' la faccia mia
così la gente nun se scoccerà... -
D'allora in poi nascónno li dolori
de dietro a un'allegria de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l'umanità!
AVARIZZIA
Ho conosciuto un vecchio
ricco, ma avaro: avaro a un punto tale
che guarda li quattrini ne lo specchio
pe' vede raddoppiato er capitale.
Allora dice: - Quelli li do via
perché ce faccio la beneficenza;
ma questi me li tengo pe' prudenza... -
E li ripone ne la scrivania.
(da "Poesie scelte", volume secondo, Mondadori,
Milano 1993, p. 109)
FELICITÀ
C'è un'Ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va...
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.
(da "Poesie scelte", volume secondo, Mondadori,
Milano 1993, p. 278)
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