domenica 30 settembre 2018

L'universo in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo


Dalle prime mie letture sull'argomento e dalle immagini che, ancora bimbo, mi furono mostrate per comprendere la veritiera struttura dell'universo, rimasi nello stesso tempo affascinato, sconcertato e deluso da questa realtà ancora troppo sconosciuta, inesplorata e irraggiungibile. Seppi i nomi dei pianeti che fanno parte del sistema solare, venni a conoscenza dell'esistenza della Via Lattea e delle altre galassie sparse nello spazio infinito, degli innumerevoli pianeti, delle infinite stelle e dei possibili-impossibili mondi che formano il cosmo. Ma siamo i soli ad esistere, in questo sterminato spazio? Certo che no! Dovranno per forza esserci altri esseri viventi, magari diversissimi da noi e così distanti da non poterli mai raggiungere; così ci dicono gli scienziati e gli astronomi, i quali sono certi dell'esistenza di altre forme viventi, neppure così lontane da noi. E se, sperduto nell'universo o al di fuori di esso, esistesse anche Dio? Tra queste dieci poesie in lingua italiana che parlano dell'universo, ci sono almeno un paio di poeti che riescono a vedere una sorta di armonia cosmica, in cui qualcosa somigliante a una divinità è capace di gestire lo spazio e il tempo, il tutto e il nulla, la vita e la morte, l'essere e il non-essere. Io, sinceramente, più osservo l'universo e più vedo soltanto vuoto, silenzio, non-vita, caos... Penso che, malgrado la vita fosse molto più difficile rispetto ad oggi, da questo punto di vista siano stati più fortunati gli uomini vissuti quattro secoli or sono, prima che Galileo Galilei si accorgesse del fatto che la Terra non era al centro dell'universo, come tutti pensavano. Allora, per ovvie ragioni era più facile poter credere a Dio e al fatto che il nostro pianeta fosse più importante di ciò che è realmente. Comunque la si pensi al riguardo, buona lettura.



ALLE GALASSIE...
di Francesco Carchedi (1909-1987)

Mare, urli fiero o protesti
ammonimento, tu alleato
o avverso alla bestia
umana cui esperienza
dà su elemento dominio?
Ma tu
musica sei: pace, fragore,
abbattimento, vittoria.
Vittoria su mare, su aria,
su astri. Viva
Iddio che non è
ardimento, né quiete.

(da "Sono sotto le stelle", Edizioni di «Dialoghi», Roma 1963, p. 105)




BELLE CARNI DEL COSMO...
di Girolamo Comi (1890-1968)

Belle carni del cosmo tutte orlate
d'una nativa e fatale armonia,

e luci della voce che dorate
le curve degli spazi e degli istanti
d'una profonda e continua magia,

onde del verbo cariche di canti
e d'inni antichi in cui si svela il fiato
del mistero che governa il creato,
oscuri scambi di semi contrari,

in voi matura lentamente il terso
respiro dello spirito universo.

(da "Opera poetica", Longo, Ravenna 1977, p. 44)




ALTA SULLE NUBI
di Alberto Frattini (1922-2007)

Alta sulle nubi, regina
della pura notte è la luna.
Ma vivo, sull'irreale
ghirlanda di mille paesi
è il vento, signore dei monti,
onda selvaggia e rapina.
Già l'astronauta fantasma
s'arma a disfida di spazi:
milioni d'anni-luce
verso i placidi gorghi
delle remote galassie. Si sporge
il nostro seme sull'estremo ciglio
del suo fiorito sepolcro.
E brulica lo spazio di sogni
ma solo le stelle qui danzano,
nell'urlo chiaro del vento,
e io sono sprone di roccia,
ala di rondine, occhio
impietrato di sparviero.
Respiro in questo uragano
di trascorrenti chimere,
sulla montagna che dorme
nell'occhio di luna-regina.

[da "Salute nel miraggio (1956-1964)", Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1965, p. 45]




QUANDO, INTENTI AL DECLINO DELLE STELLE
di Tommaso Landolfi (1908-1979)

Quando, intenti al declino delle stelle,
Cerchiamo in cielo traccia della morte,
Ivi scorgiamo errare umane celle
Alla conquista d'altri mondi volte.

Non il vitale spazio ci è conteso,
Ma il mortale: dovrà la nostra morte
Non aver, dunque, a specchio l'infinito
E consumarsi sordida e meschina
Su questa terra che ci fu matrigna?

Astronauti, ridateci uno spazio
(Almeno) vuoto d'uomo.

(da"Viola di morte", Adelphi, Milano 2011, p. 86)




BIG BANG O ALTRO
di Eugenio Montale (1896-1981)

Mi pare strano che l'universo
sia nato da un'esplosione,
mi pare strano che si tratti invece
del formicolìo di una stagnazione.

Ancora più incredibile che sia uscito
dalla bacchetta magica
di un dio che abbia caratteri
spaventosamente antropomorfici.

Ma come si può pensare che tale macchinazione
sia posta a carico di chi sarà vivente,
ladro e assassino fin che si vuole ma
sempre innocente?

(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1996, p. 545)




FRANTOIO DI STELLE...
di Arturo Onofri (1885-1928)

Frantoio di stelle, che in schiume
cantanti trabocca del mosto
degli angeli, è il sangue che assume
certezza del suo proprio nume
dal Verbo in lui stesso riposto,
       che spezza le mura
       del petto vetusto
       e n'esce in figura
       d'un virido arbusto.

Tu sei tutta grappoli, o Vite
del gran Vignaiolo dei mondi!
Gemendo da sette ferite,
ci apristi le glorie infinite
dei cieli, ma in noi sovrabbondi
       nel sangue, dal tino
       del Padre celeste:
       seràfico vino
       che bolle in tempeste:

in ardue tempeste di luce
negate dagli esseri bui,
ma fiàmmee nell'Io che conduce
le nostre più sacre fiducie
d'alzarci, tutt'uno con Lui,
       nel fuoco fraterno
       di noi creature:
       del suo regno eterno
         parlanti figure.

(da "Terrestrità del sole", Vallecchi, Firenze 1927, pp. 127-128)




IL BOLIDE
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

Tutto annerò. Brillava, in alto in alto,
il cielo azzurro. In via con me non c'eri,
in lontananza, se non tu, Rio Salto.

Io non t'udiva: udivo i cantonieri
tuoi, le rane, gridar rauche l'arrivo
d'acqua, sempre acqua, a maceri e poderi.

Ricordavo. A' miei venti anni, mal vivo,
pensai tramata anche per me la morte
nel sangue. E, solo, a notte alta, venivo

per questa via, dove tra l'ombre smorte
era il nemico, forse. Io lento lento
passava, e il cuore dentro battea forte.

Ma colui non vedrebbe il mio spavento,
sebben tremassi all'improvviso svolo
d'una lucciola, a un sibilo di vento:

lento lento passavo: e il cuore a volo
andava avanti. E che dunque? Uno schianto;
e su la strada rantolerei, solo...

no, non solo! Lì presso è il camposanto,
con la sua fioca lampada di vita.
Accorrerebbe la mia madre in pianto.

Mi sfiorerebbe appena con le dita:
le sue lagrime, come una rugiada
nell'ombra, sentirei su la ferita.

Verranno gli altri, e me di su la strada
porteranno con loro esili gridi
a medicare nella lor contrada,

così soave! dove tu sorridi
eternamente sopra il tuo giaciglio
fatto di muschi e d'erbe, come i nidi!

Mentre pensavo, e già sentìa, sul ciglio
del fosso, nella siepe, oltre un filare
di viti, dietro un grande olmo, un bisbiglio

truce, un lampo, uno scoppio... ecco scoppiare
e brillare, cadere, esser caduto,
dall'infinito tremolìo stellare,

un globo d'oro, che si tuffò muto
nelle campagne, come in nebbie vane,
vano; ed illuminò nel suo minuto

siepi, solchi, capanne, e le fiumane
erranti al buio, e gruppi di foreste,
e bianchi ammassi di città lontane.

Gridai, rapito sopra me: Vedeste?
Ma non v'era che il cielo alto e sereno.
Non ombra d'uomo, non rumor di péste.

Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno
di grandi stelle; il cielo, in cui sommerso
mi parve quanto mi parea terreno.

E la Terra sentii nell'Universo.
Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella.
E mi vidi quaggiù piccolo e sperso

errare, tra le stelle, in una stella.

(da "Canti di Castelvecchio", Rizzoli, Milano 1993, pp. 395-397)




DISTRAZIONE INTRAPLANETARIA
di Gianni Rodari (1920-1980)

Chissà se a quest’ora su Marte,
su Mercurio o Nettuno,
qualcuno
in un banco di scuola
sta cercando la parola
che gli manca
per cominciare il tema
sulla pagina bianca.

E certo nel cielo di Orione,
dei Gemelli, del Leone,
un altro dimentica
nel calamaio
i segni d’interpunzione...
come faccio io.

Quasi lo sento
lo scricchiolio
di un pennino
in fondo al firmamento:
in un minuscolo puntino
nella Via Lattea
un minuscolo scolaretto
sul suo libro di storia
disegna un pupazzetto.
Lo sa che non sta bene,
e anch’io lo so:
ma rideremo insieme
quando lo incontrerò.

(da "Filastrocche in cielo e in terra", Einaudi, Torino 1972, p. 30)




INTERVISTA ALL'OSSERVATORIO
di Mario Socrate (1920-2012)

Inutile, è una domanda anzitempo.
Già altre volte immaginarono
di proiettare fra le stelle,
come una costellazione,
un segno di comunicazione intelligente:
il teorema di Pitagora si scelse.
Ebbene, forse voi credete
che l'arco senza fondo della volta
sia un vuoto vertiginoso di silenzi.
Vi posso dire, allora, che verso
questa terra, appena sospettabile,
l'universo già dilaga di pensieri
che a onde si sospingono, e che parla
da sistemi solari, nell'aldilà
di decine d'anni luce, e fra decine
e decine d'anni luce
qui approderanno le parole.
Stanno su noi precipitando illibate.
Poiché non sappiamo ancora che rispondere,
ecco, non potremo capirle.
Ma muoveremo lo stesso loro incontro,
seppure è nostro destino
ignorando morire.
Ci basti che quando altri, ormai maturi,
sapranno lanciare la risposta,
è anche dalla nostra morte
che riceveranno il sì dell'aldilà.

(da "Favole paraboliche", Feltrinelli, Milano 1961, pp. 25-27)




LAMENTO DEL VECCHIO ASTRONAUTA
di Sergio Solmi (1899-1981)

Che ho mai conosciuto
io, delle calde cose
che chiamano il mondo, la vita? Per anni
ho azionato i propulsori, i razzi
frenanti, ho controllato
i giroscopi, ho sorvegliato
gl’indici dei campi
di gravitazione, l’accendersi e spegnersi
delle luci nei cruscotti.
                                Per anni
ho valicato l’oceano senza riva,
la sfera illimitata, il tuttonulla,
il vacuo dove non c’è più
né sopra né sotto, né orienti
né occidenti, ma solo la vorticante,
la fiaccolante notte dell’abisso.
In ogni punto ero nel centro
e l’orizzonte in nessun luogo.
I flussi ho solcato
variocolori delle meteore, ho bordeggiato
gli astri in fusione, i soli spenti
alla deriva sull’orbita, ho sorpreso
l’esplodere delle novae, sul capo
(o sui piedi?) mi trascorrevano,
s’infittivano, si diradavano
le nebule, le galassie. Con la lieve
pressione del dito ho districato
la rotta esile tra le voragini
delle forze in tensione.

Che ho mai conosciuto
degli uomini, delle loro storie? Dicevano
che in un’ora del mio volo
sfiorivano, rinascevano
le ere, le civiltà. Non me ne sono mai accorto.
Ho avvistato talora
teneri pianeti venati
d’ombre, di mari, di nubi,
ma a tale distanza che poco più tardi
potevo pensare a un’illusione. Tornavano
a confondersi per entro il pullulare
enorme delle costellazioni mutevoli,
a dileguarsi nell’orrido avanzare
del numero, tra le colorite,
inerti, abbacinanti,
astratte geometrie del cosmo.
                                           Ho forse
mai conosciuto le domeniche lungo il fiume,
i luoghi ombrosi, le risa
sotto la pergola, i colpi
dei giocatori di bocce? E i ritorni a notte alta?
I miei approdi
seppero soltanto le bandiere,
i fari, le strisce, le rampe
degli astroporti. E all’uscita
dalla cabina di decompressione, m’attendeva
calma, eguale, fissata,
fuor dallo spazio-tempo,
la soglia della casa.

(da "Opere. Poesie, meditazioni e ricordi - Tomo Primo. Poesie e versioni poetiche", Adelphi, Milano 1983, pp. 86-87)