domenica 12 luglio 2026

La poesia di Mario Luzi

 Mario Luzi (Sesto Fiorentino 1914 - Firenze 2005) è uno dei poeti italiani del XX secolo più amati, considerati e celebrati; unico rammarico (forse non tanto per lui, ma per i suoi ammiratori) è quel Premio Nobel per la Letteratura solamente sfiorato. Il mio primo approccio con la poesia di Luzi non fu dei migliori: sfogliando un vecchio libro scolastico - era per me il periodo "pioneristico" di una vera e propria scoperta della poesia - trovai infatti il nome del poeta fiorentino seguito da un breve commento sulla sua opera e da un testo intitolato Avorio: uno dei più ostici alla comprensione, non adatto a chi in quel momento stava cercando qualcosa di più semplice e comprensibile. Poi però, leggendo altre poesie di Luzi presenti in antologie piuttosto famose, mi resi conto del valore estremamente alto dei suoi versi, divenendone anch'io un estimatore. Per fare una sintetica analisi della poesia di Mario Luzi mi sono avvalso del notevole saggio di Pier Vincenzo Mengaldo che precede una selezione di testi poetici dello scrittore toscano, e che si può leggere in Poeti italiani del Novecento, a cura dello stesso Mengaldo, pubblicato per la prima volta dalla Mondadori di Milano nel 1978.

È possibile rintracciare almeno quattro fasi della poesia di Luzi; io parlerò soltanto delle prime tre, perché le conosco meglio e perché ritengo siano quelle più significative. La prima fase può essere identificata negli anni che vanno dal 1935 al 1947, e vede il poeta fiorentino quale miglior rappresentante di un movimento "nuovo", quale fu l'ermetismo, nato già da qualche anno grazie a poeti come Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale; il giovane Luzi si dimostrò subito all'altezza di questi "mostri sacri" della poesia italiana, inserendosi di diritto nella migliore corrente ermetica, in virtù di versi che dimostrano sapienza, raffinatezza ed abilità non riscontrabili in altri suoi coetanei (ad un livello inferiore si potrebbero citare i nomi di Piero Bigongiari e Alessandro Parronchi); tale poesia, come dice Mengaldo: 


prosegue quella linea «orfica» della lirica moderna, che ha il suo archetipo in Mallarmé, ma retrocedendo fino al romanticismo visionario di Coleridge o Nerval e recuperando della più vicina tradizione italiana Onofri e soprattutto Campana, mentre al di là delle Alpi guarda specialmente alla lezione surrealista [...]¹


Una seconda fase che, a detta di molti critici è anche la migliore della poesia di Luzi, va individuata nel decennio compreso tra il 1952 e il 1962. Per meglio spiegarla, utilizzo ancora una volta le impeccabili parole di Pier Vincenzo Mengaldo:


Nel secondo e centrale momento della sua carriera, che comprende grosso modo le tre raccolte Primizie del deserto, Onore del vero e Dal fondo delle campagne, Luzi tocca certamente i risultati più alti. Ciò che prima era soprattutto atteggiamento letterario, qui diventa davvero esperienza esistenziale, e l'autore (già con Quaderno gotico) incomincia a farsi storico di se stesso. Attraverso il Montale delle Occasioni Luzi passa sotto il patronato, ideologicamente più congruo, di Eliot, in parallelo al quale egli approfondisce la metafisica, tra cristiana e platonica, della identità e reciproca reversibilità, o meglio perpetua oscillazione, di divenire ed essere, mutamento e identità, tempo ed eternità, e così via [...]²


Si riscontra anche una particolare attenzione, in parecchi versi di questo periodo, alla descrizione dei paesaggi:


[...] un paesaggio tetro e brullo, aspro e tagliente, perennemente corso dal vento e attraversato da rare e squallide comparse umane, che ha certamente un modello reale nei borghi e nelle campagne della Toscana e dell'Italia centrale, ma sospesi e quasi dimenticati dal tempo storico, fatti irreali ed emblematici [...]³


La terza fase della lirica di Luzi - che può essere compresa tra il 1963 (in cui uscì la raccolta Nel magma) al 1971, ovvero all'anno della pubblicazione del volume intitolato Su fondamenti invisibili - si distingue per altre caratteristiche del tutto nuove: la scelta quasi unica del poema; una poesia più narrativa e dialogica, che si radicalizza nella realtà e che a volte  - proprio in virtù dei dialoghi spesso presenti nelle composizioni poetiche - ricorda la classica opera teatrale. Ciò che emerge maggiormente qui è l'incapacità, da parte del poeta, di avere certezze sul reale; l'impossibilità di giudicare o addirittura comprendere i fatti politici, di cronaca o di attualità di quel preciso momento della storia dell'umanità.

Chiudo riportando l'elenco delle opere poetiche di Mario Luzi, seguito dalla trascrizione di tre poesie che ben rappresentano le tre fasi di cui ho parlato sopra.  


Mario Luzi in un disegno di Eugenio Dragutescu



Opere poetiche


"La barca", Guanda, Modena 1935.

"Avvento notturno", Vallecchi, Firenze 1940.

"Un brindisi", Sansoni, Firenze 1946.

"Quaderno gotico", Vallecchi, Firenze 1947.

"Primizie nel deserto", Schwarz, Milano 1952.

"Onore del vero", Neri Pozza, Venezia 1957.

"Il giusto della vita", Garzanti, Firenze 1960.

"Nel magma", All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano 1963.

"Dal fondo delle campagne", Einaudi, Torino 1965.

"Su fondamenti invisibili", Rizzoli, Milano 1971.

"Al fuoco della controversia", Garzanti, Milano 1978.

"Per il battesimo dei nostri frammenti", Garzanti, Milano 1985.

"Frasi e incisi di un canto salutare", Garzanti, Milano 1990.

"Perse e brade", Newton Compton, Roma 1990.

"Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini", Garzanti, Milano 1994.

"L'opera poetica", Mondadori, Milano 1998.

"La Passione. Via Crucis al Colosseo", Garzanti, Milano 1999.

"Sotto specie umana", Garzanti, Milano 1999.

"Poesie ritrovate", Garzanti, Milano 2003.

"Dottrina dell'estremo principiante", Garzanti, Milano 2004.

"Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime", Garzanti, Milano 2009.

"Poesie ultime e ritrovate", Garzanti, Milano 2014.




Testi



SAXA


Ricordi tu Maria Borromini

esitante assolata sulle staffe,

la pianura e i suoi vortici d'ombra

quando rossa più esubera la caccia?


Lungo il fiume ai suoi piedi correva

la vita che non ebbe altro soccorso,

tra le nuvole un bramito gelava

nella luce di cui fu vitreo il corso.


Ma in un sogno longanime esulava

sulle sabbie il cavallo fortunoso

e la sua mano già trasecolava

dalle briglie celesti all'orizzonte.


Dai cancelli i fanciulli illividiti

trasalivano al vento, interrompeva

l'eterno con i suoi battiti verdi

la falange odorosa a primavera.


Quale stella equivalse il suo destino

oltre la cecità d'ogni figura,

qual è il fuoco dov'arse il suo cammino

ventoso per le rapide colline?


Un corno trafelato sull'altura

i fuochi dei pastori aduna, aduna

strie luminose in corsa nella pura

notte un palpito oscuro di fortuna.


(da "Tutte le poesie", Garzanti, Milano 1993, p. 59)





COME TU VUOI


La tramontana screpola le argille,

stringe, assoda le terre di lavoro,

irrita l'acqua nelle conche; lascia

zappe confitte, aratri inerti

nel campo. Se qualcuno esce per legna,

o si sposta a fatica o si sofferma

rattrappito in cappucci e pellegrine,

serra i denti. Che regna nella stanza

è il silenzio del testimone muto

della neve, della pioggia, del fumo,

dell'immobilità del mutamento.


Son qui che metto pine

sul fuoco, porgo orecchio

al fremere dei vetri, non ho calma

né ansia. Tu che per lunga promessa

vieni ed occupi il posto

lasciato dalla sofferenza

non disperare o di me o di te,

fruga nelle adiacenze della casa,

cerca i battenti grigi della porta.

A poco a poco la misura è colma,

a poco a poco, a poco a poco, come

tu vuoi, la solitudine trabocca,

vieni ed entra, attingi a mani basse.


È un giorno dell'inverno di quest'anno,

un giorno, un giorno della nostra vita.


(da "Tutte le poesie", Garzanti, Milano 1993, p. 224)





VITA FEDELE ALLA VITA


La città di domenica

sul tardi

quando c’è pace

ma una radio geme

tra le sue moli cieche

dalle sue viscere intenerite


e a chi va nel crepaccio di una via

tagliata netta tra le banche arriva

dolce fino allo spasimo l’umano

appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,


tregua, sì, eppure

uno, la fronte sull’asfalto, muore

tra poca gente stranita

che indugia e si fa attorno all’infortunio,


e noi si è qui o per destino o casualmente insieme

tu ed io, mia compagna di poche ore,

in questa sfera impazzita

sotto la spada a doppio filo

del giudizio o della remissione,


vita fedele alla vita

tutto questo che le è cresciuto in seno

dove va, mi chiedo,

discende o sale a sbalzi verso il suo principio…


sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.


(da "Tutte le poesie", Garzanti, Milano 1993, p. 363)





NOTE

1) Da Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1991, p. 648.

2) Da Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1991, p. 650.

3) Ibidem.

domenica 5 luglio 2026

Antologie: "Antologia della Diana"

 La rivista La Diana uscì per circa due anni (dal gennaio del 1915 al marzo del 1917) nella città di Napoli, dove aveva sede; si occupò quasi esclusivamente di letteratura, e sebbene agli inizi non vantasse collaborazioni di alto livello, col tempo accrebbe la sua qualità e nel contempo la sua fama, divenendo una delle riviste più importanti d'Italia, anche grazie alla presenza, nelle sue pagine, di letterati come Giuseppe Ungaretti, Arturo Onofri, Paolo Buzzi, Corrado Govoni e Diego Valeri. La Diana diede maggiore importanza alla poesia - sia quella in prosa che quella in versi -, trascurando il resto delle forme letterarie. L'Antologia della Diana fu pubblicata presso la casa editrice omonima, nel 1918, mi pare opportuno riportare per intero la breve nota anonima che precede la selezione antologica, perché ben spiega l'intento di questo volume, che alla fine è un riassunto o un compendio della rivista, pur presentando quasi esclusivamente scritti "nuovi" dei collaboratori, quindi mai apparsi sulle sue pagine.


  Questo libro vuole essere una raccolta di poesia e non un elenco di poeti, ed è certamente il primo tentativo che si abbia di un'antologia della poesia italiana contemporanea.

  Gli scritti che vi si trovano sono in gran parte inediti. - Quelli già pubblicati sono apparsi principalmente nella rivista La Diana. - Quelli di critica si riferiscono a due degni artisti italiani troppo poco, conosciuti e amati o in ogni modo lo completano.

  I pochi errori tipografici e le rare confusioni si debbono giustificare con la profonda agitazione del momento in cui questo libro si pubblica.

  Esso è sopra tutto un atto di fede e di incitamento. 

  Il compilatore per restare nei limiti impostisi ha rinunziato a molta nobile e grande collaborazione straniera già ottenuta e superati enormi ostacoli.

  Ora si propone di dare in tempi più sereni una nuova edizione di questo libro più vasta e più certa.¹


Chiudo riportando i nomi dei letterati presenti in questa antologia, includendo anche il nome del celebre filosofo Benedetto Croce, che qui figura come prefatore dell'opera.





ANTOLOGIA DELLA DIANA


Antonino Anile, Paolo Argira, Guglielmo Bonuzzi, Antonio Bruno, Paolo Buzzi, Carlo Carrà, Giovanni Cavicchioli, Annunzio Cervi, Mario Cestaro, Benedetto Croce, Auro D'Alba, Vincenzo Davico, Filippo De Pisis, Salvatore Di Giacomo, Lionello Fiumi, Luciano Folgore, Massimo Gaglione, Rocco Galdieri, Eugenio Gara, Corrado Govoni, Telesio Interlandi, Piero Jahier, Elpidio Jenco, Carlo Linati, Giuseppe Lipparini, F. T. Marinetti, Gherardo Marone, Armando Mazza, Marino Moretti, Alberto Neppi, Arturo Onofri, Mario Pant, Giovanni Papini, Enrico Pea, Renato Prisciantelli, Mario Puccini, Giuseppe Ravegnani, Giovanni Titta Rosa, Umberto Saba, Alberto Savinio, Camillo Sbarbaro, Harukichi Scimoi, Ardengo Soffici, Giuseppe Ungaretti, Diego Valeri, Mario Venditti, Giorgio Vigolo, Bruno Vignola, Giuseppe Villaroel. 



NOTE

1) Dalla pagina 2 del volume: Antologia della Diana, Libreria della Diana, Napoli 1918.

domenica 28 giugno 2026

Giovinetto, su campo di trifoglio

 Giovinetto, su campo di trifoglio

m’abbandonai, la faccia in su, disteso,

tenendo il fiato per udir sospeso

il crescere dell’alte erbe in rigoglio.


E abbracciando la terra dissi: «Voglio

stringerti tutta!» Poi risi; ma teso

tenea l’orecchio a udir se avesse inteso;

e dentro il cor gonfiavasi d’orgoglio.


Stavo giù zitto contro terra e fermo,

aggrappandomi a tutto, con l’amore

con che alla madre il piccolo s’afferra;


quando, sentendo batter nell’infermo 

petto qual maglio il mio misero cuore, 

pensai fosse il tuo gran cuore, o terra.







COMMENTO

Giovinetto, su campo di trifoglio è l'ultima delle 22 poesie presenti in Resine: raccolta d'esordio di Camillo Sbarbaro (Santa Margherita Ligure 1888 - Savona 1967) pubblicata dall'editore Caimo di Genova nel 1911. Io l'ho trascritta da una nuova edizione del volumetto, uscita grazie alla Scheiwiller di Milano nel 1988; qui si può leggere alla pagina 116 (vedi foto). La medesima poesia fu riproposta da Sbarbaro sulla rivista Riviera Ligure del novembre 1913, come seconda di Terra (la prima coincide con la penultima poesia di Resine). Per chi ha completa conoscenza della poesia sbarbariana, leggendo questi versi gli risulterà facile notare una certa attinenza con un'altra poesia: Il mio cuore si gonfia per te, Terra, presente nella raccolta più celebre del poeta ligure: Pianissimo (1914). In entrambi i componimenti, c'è una sorta di personificazione della terra, a cui l'uomo si rivolge direttamente per dichiarargli senza mezzi termini un amore appassionato; in entrambe le poesie il cuore del poeta si gonfia, perché fisicamente attratto dal pianeta "vivente". Ma in questa poesia affiora un ricordo ben preciso: il poeta era ancora un "giovinetto" quando, improvvisamente, si manifestò per la prima volta questo intenso amore verso la terra,; allora il ragazzo si distese su un campo di trifoglio e istintivamente cercò di abbracciare il terreno, così come un innamorato stringe a sé la ragazza che ama. La sua speranza era che quel piccolo lembo di terra (che ingenuamente vedeva come il corpo dell'intero pianeta) potesse recepire il suo smisurato amore, e fosse in grado di ricambiarlo anche con un piccolo segnale, come il similare battito a mille del cuore.

domenica 21 giugno 2026

Il silenzio nella poesia italiana decadente e simbolista

Come si può evincere leggendo tutti i testi dell’elenco sottostante, il silenzio, nei versi dei poeti decadenti, simbolisti e crepuscolari, può avere svariati riferimenti e può nascere da situazioni diverse, divenendo a seconda dei casi qualcosa di positivo o meno. Ora brevemente cercherò di esporre, prendendo in considerazione la maggior parte dei versi qui suggeriti, la contestualità in cui il silenzio trova uno spazio ben definito, oppure diviene indiscusso protagonista della scena. La poesia di Cazzamini Mussi è ambientata in una cupa notte, dove il silenzio fa da intermezzo tra il lieto rumore di una voce “tinnula e canora” che intona una nenia, e un misterioso pianto. Nei versi di Guglielmo Felice Damiani lo scenario è rappresentato da una riva desolata, perennemente battuta dalle onde del mare; qui il poeta è attratto da una presenza femminile non bene identificata: è la donna sognata o la Morte? I quesiti dell’uomo rivolti alla misteriosa figura non si risolvono, perché essa rimane sempre e testardamente silente. Nelle liriche di D’Annunzio il silenzio fa da sfondo a luoghi e paesaggi dominati dalla presenza della morte. Silenzio e buio fitto dominano la scena nella poesia Scoccano l’ore di Augusto Ferrero; soltanto il rumore dell’orologio – paragonato addirittura ad una divinità – fa sì che il poeta si riprenda da uno stato di terrore profondo dovuto ai due elementi predominanti sopra citati. Similmente, la poesia di Diego Garoglio indica il battito del cuore umano quale unico rassicurante rumore che rompe un arcano e tremendo silenzio diffuso nell’aria. Nei versi di Luisa Giaconi c’è un esplicito invito al silenzio, rivolto ad un interlocutore non ben precisato: il motivo risiede nel fatto – parafrasando i suoi versi – che «La parola è nulla, / il Sogno è tutto». La poesia di Cosimo Giorgieri Contri parla, in un contesto primaverile, dei passati amori nati, vissuti e morti in quella precisa città (Pisa), ormai del tutto obliati e di conseguenza avvolti dal silenzio delle vie cittadine, che lo inducono ad immaginare una serie infinita di “Primavere del silenzio”, fatte di languidi amanti che in lontani anni si aggiravano nei luoghi dove il poeta ora cammina, nostalgicamente attratto da quei perduti amori. E quale luogo può essere circondato dal silenzio se non un monastero? I versi di Corrado Govoni descrivono appunto le “ore innocenti” vissute all’interno del luogo religioso, in cui si notano appena piccoli segni di vita: dei vasi con i fiori e una anziana suora che si scalda al sole. In un paesaggio incantato, il silenzio viene definito “formidabile” da Arturo Graf, che chiaramente fa capire il personale fastidio di qualsivoglia presenza umana all’interno di una natura incontaminata e bellissima. Nell’altra poesia dello stesso autore, che porta il medesimo titolo ma che fu scritta una quindicina di anni dopo, il poeta è sopraffatto dallo stupore dovuto ad un silenzio ancora una volta “formidabile”, che, nel solito contesto naturale particolarmente affascinante, gli fa chiedere se sia ancora tra gli umani, o se stia già nell’aldilà. Sono le vergini le protagoniste del sonetto di Amalia Guglielminetti; le giovani donne – dice la poetessa – si cingono del loro silenzio che è simile ad un velario; i loro solitari cuori costruiscono a poco a poco intorno a loro un grave sudario fatto di silenzio, che le assopisce e quindi le addormenta. Nelle tre quartine di Colpo d’ala, di Enzo Marcellusi, il silenzio piomba improvviso all’interno del cimitero dove si trova il poeta, immobilizzandolo a causa del terrore provato, quasi fosse davanti a sé l’immagine della morte; poi un rumore – probabilmente causato dalle ali di un uccello – lo aiuta ad uscire da una situazione altamente preoccupante. Nel notturno silenzio è una poesia di Arturo Onofri che sembra porre le basi per la sua futura fase poetica (quella, per intenderci, della Terrestrità del sole): malgrado il silenzio sia diffuso nella notte, il poeta riesce magicamente a percepire dei rumori inavvertibili per l’udito degli esseri umani, come il vago bisbiglio della nebbia o il tenue sorriso dei rami delle acacie: l’uomo diviene tutt’uno con la natura che lo circonda, perché dotato di poteri sovrannaturali. Nella poesia di Nino Oxilia, il silenzio insistito di un uomo particolarmente attratto da una bellissima donna che si trova davanti a lui e che prova a sedurlo, è una scelta meditata e ostinata: l’uomo non ritiene utile né opportuno usare delle parole, interloquire con la donna amata, preferisce battere un tempo musicale con le mani, seguendo una personalissima filosofia che vede nel ritmo della musica e nella composizione di versi l’essenza di una vita priva di inutili, superflue parole. Nella breve poesia di Aldo Palazzeschi un pappagallo si ostina a rimanere muto malgrado gli insistenti inviti ad emettere suoni da parte di chi lo vede ogni giorno (la enigmatica gente delle prime raccolte palazzeschiane), quasi a voler porre, col suo irrinunciabile silenzio, un muro invalicabile tra sé e l’umanità. La lirica di Yosto Randaccio è, in sostanza, un invito al silenzio e all’osservazione, perché senza le parole il mondo appare migliore, differente da come si presenta nella deprimente realtà. Un mondo lontano dal reale è anche raccontato nei versi di Guido Ruberti, dove una fitta nevicata copre il paesaggio e lo sommerge insieme ad un fitto silenzio: la solitudine, la stanchezza, il sopore e quindi una dilagante sensazione di morte dominano un paesaggio tutto bianco, che di vitale ha ben poco (si nota la sola presenza di uno sparuto corvo “timido e tremante” che vola incerto in mezzo alla neve. 

 

 

 

Poesie sull’argomento

 

Gustavo Brigante-Colonna: "Nel silenzio i sogni spenti" in "Gli ulivi e le ginestre" (1912).

Francesco Cazzamini Mussi: "Abbozzo" in "I Canti dell'adolescenza (1904-1907)" (1908).

Giovanni Alfredo Cesareo: "Il Silenzio" in "Le consolatrici" (1905).

Ettore Cozzani: "Il silenzio" in "Poemetti notturni" (1920).

Guglielmo Felice Damiani: "Fuori del tempo e della storia" in "Lira spezzata" (1912).

Gabriele D'Annunzio: "Il meriggio" in "Elegie romane" (1892).

Gabriele D'Annunzio: "Sopra un «Adagio» (di Johannes Brahms)" in "Poema paradisiaco" (1893).

Augusto Ferrero: "Scoccano l'ore" in "Nostalgie d'amore" (1893).

Diego Garoglio: "Silenzio" in "Sul bel fiume d'Arno" (1912).

Luisa Giaconi: "Silenzio" in "Tebaide" (1912).

Cosimo Giorgieri Contri: "Primavera del silenzio" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).

Corrado Govoni: "Ore innocenti" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).

Arturo Graf: "Silenzio" in "Medusa" (1890).

Arturo Graf: "Silenzio" in "Le Rime della Selva" (1906).

Amalia Guglielminetti: "Il silenzio" in "Le vergini folli" (1907).

Enzo Marcellusi: "Colpo d'ala" in "Intensità" (1920).

Arturo Onofri: "Nel notturno silenzio" in "Liriche" (1914).

Nino Oxilia: "Ma non le dissi nulla..." in "Gli orti" (1918).

Aldo Palazzeschi: "Il pappagallo" in "I cavalli bianchi" (1905).

Enrico Panzacchi: "Per amica silentia" in "Poesie" (1908).

Yosto Randaccio: "Atonia" in "Poemetti della convalescenza" (1909).

Guido Ruberti: "Silenzio" in "Le fiaccole" (1905).

Umberto Saffiotti: "I Silenzi" in "Le Fontane" (1902).

 

 

 

Testi

 

FUORI DEL TEMPO E DELLA STORIA

di Guglielmo Felice Damiani

 

Così, su questa desolata riva

Che il mar perennemente aspro flagella,

io venni incontro a un’anima sorella

che per il tristo mondo un dì smarriva.

 

E credo che dall’ombre ininterrotte

E dai vasti silenzi ella sia giunta,

poi che la voce sua parmi compunta

e negli occhi ha l’orror di quella notte…

 

Ella venne, o la Morte? – E il dubbio forte

Nel cuor mi trema e nel pensier martella:

chi mi può ricercar qui se non Ella?

Chi posso trovar qui se non la Morte?

 

Parla, tenera amica, o che tu sia

L’amor perduto che nel sen mi duole,

o colei che verrà senza parole

a coricarsi nella tomba mia;

 

parla e sorridi! – Fuori de’ viventi

è bello ragionar di ciò che sparve

e amar ciò che non fu, dietro alle larve

di cui ridon talor le savie genti!

 

Del tempo ormai qui l’avanzar s’è rotto,

e della storia il circolo s’è chiuso:

tornano i numi; palpita diffuso

l’eterno, l’infinito e l’incorrotto…

 

Ma perché non m’ascolti, anima?... fisa

Cerchi su l’acque il fumido orizzonte

E silenziosa cacci dalla fronte

Non so che triste al cuor nube improvvisa;

 

ed io negli occhi tuoi scorgo una nave

che laggiù passa, e insieme coi respiri

del mar profondo e vasto odo i sospiri

del tuo silenzio appassionato e grave.

 

(da "Lira spezzata", Zanichelli, Bologna MCMXII, vol. I, pp. 245-247)


 

 

 

COLPO D'ALA

di Enzo Marcellusi

 

Silentium - L'improvviso

silenzio, quando il pensiero

s'arresta nel cimitero

e da Niente è conquiso.

 

Immobile, come stessi

a tu per tu con la morte,

guardavo: contro le porte,

rigidi e foschi i cipressi.

 

Un attimo, - eterno, solo...!

Con un grido, la chimera

del mio cuore irruppe a volo

nel cielo di primavera.

 

[da "Poesie (1909-1923)", Carabba, Lanciano  2008, p. 327]



Arnold Böcklin, "Silence of the Forest"
(da questo sito Web)


 

domenica 14 giugno 2026

Il calcio in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Il primo ricordo che ho del calcio - avevo quattro anni - è una bandiera improvvisata dell'Italia, disegnata su un foglio di carta da mio zio, appiccicata con lo scotch ad un bastoncino di legno. Lo zio me la regalò e mi disse di andare fuori (mi trovavo in casa dei nonni) e di sventolare quella piccola bandiera con gioia e fierezza, perché la Nazionale Italiana di Calcio aveva battuto la Germania Ovest ai Mondiali, e gli rimaneva soltanto la gara finale col Brasile per vincere il torneo più prestigioso del mondo; era il 1970. Negli anni successivi il calcio trovò sempre più spazio nei miei interessi ed anche nei miei giochi coi compagni d'allora: iniziai ad acquistare le figurine della Panini di Modena, e il relativo album; ebbi in regalo più palloni che non sempre erano idonei alle partite di calcio, ma sempre e comunque finivano per essere presi a calci; con gli amici cominciai ad organizzare "partitelle" in campi improvvisati o sul selciato dei cortili più spaziosi che riuscivamo ad individuare nei dintorni delle nostre abitazioni; con grande sorpresa e soddisfazione, la sera di una vigilia di Natale mi fu regalato un biliardino, e così il calcio entrò anche in casa mia (ma in realtà vi era già entrato, perché tramite la Tv, insieme a mio padre già seguivo le trasmissioni calcistiche più famose di allora: 90° minuto e La Domenica Sportiva). Poi, per un periodo durato circa tre anni, mi allontanai dal calcio, come se ne avessi fatto indigestione. Durante l'adolescenza tornai a seguire lo sport più popolare d'Italia, ed esultai insieme ai miei genitori la sera dell'undici luglio 1982, quando la Nazionale Italiana si impose ai Mondiali disputati in Spagna. A quei tempi ancora mi succedeva di giocare a pallone, quasi esclusivamente a scuola, nelle ore di educazione fisica, quando un certo maestro di ginnastica ci consegnava un pallone dicendoci: «Prendete, e andate a farvi una partitella in cortile»; la maggior parte di noi, allora studenti liceali, acconsentivano all'invito, e cominciava così una divertente pausa di circa un'ora, in cui si provava a tornare bambini e a giocare con un entusiasmo puerile, già quasi dimenticato. Poi gli anni trascorsero velocemente, ed io seguii il calcio a fasi alterne; tutt'ora lo seguo, ma in modo decisamente moderato. Parlando di poesia, credo che se si può individuare in questo sport, va cercata nel versante ludico, del puro divertimento; tutto ciò lo trovo come al solito negli anni dell'infanzia, quando il tifo - almeno per me - era qualcosa di esclusivamente gioioso: non c'era alcun odio per gli avversari; i calciatori con le loro maglie colorate così come le società calcistiche, facevano parte di un gioco meraviglioso, e pur avendo particolarmente a cuore le sorti di un solo team, ricordo che mi piaceva tutto dello sport chiamato "calcio".    



IL CALCIO IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO



ALLEGORIA DEL CALCIO

di Vittorio Emanuele Bravetta (1889-1965)


Volubile globo, sospinto,

respinto, conteso a gran furia

da catapulte viventi,

tu, gonfio di folli entusiasmi,

rifiuti, sprezzante, se puoi

le braccia protese a divieto

e, sfrombolando, trasvoli

finché nella rete agognata

t'impigli e la chiami fortuna.

Strana vicenda, la tua,

di prigioniero felice

e ti saluta la folla

con alti clamori, impazzita:


sarebbe questa la Vita?


(da "Il sole dorme", Rebellato, Cittadella Veneta 1962, p. 68)





GIOCO DEL CALCIO

di Nicola Ghiglione (1915-1990)


                                                                  ad un portiere

Hai più sentito nella presa

di un pallone il senso oscuro

della vita la vittoria che

geme sul salterio di un

prato che fu verde? Allora

era provincia.

Ora sei ricco più di quanto d'oro

non ti riversa la palla sulla traversa

e il cuore degli ultras è rischio

di rovina, l'esplosione che uccide.


[da "Finestre. Poesie edite e inedite (1939-1968)", De Ferrari, Genova 1991, p. 249]





DOPO UNA PARTITA DI CALCIO

di Carlo Martini (1908-1978)


Tutto fu vano. Affranti i giocatori

lasciano il campo a capo chino e lenti:

era, questa, partita decisiva.

Il gonfalone, come vinta vela,

s'affloscia a terra.

                             Già cala la sera

sullo stadio arruffato di giornali

con i rapidi «eroi» della domenica.

Un freddo vento questa ormai inutile

carta mulina in sconsolati vortici.

Qualcuno piange. Qualcuno che fu

per tutta l'ora un urlo di passione

nello stadio incendiato dall'amore.

È la speranza che, finita in nulla,

posa cenere al cuore ammutolito.


(da "Poesie", Mursia, Milano 1961, p. 137)





TARDELLI

di Roberto Mussapi


Le ombre dei pipistrelli abbacinati

dai fari, in alto, qui nel cristallo della luce

verde la rete perforata,

come se un gelo più grande di ogni grido

protraesse il già stato, fissandolo per sempre

mentre l'occhio guardava oltre le carni

in un punto preciso, sulla terra:

senza contatto, come senza erano 

i corpi trapassati da quello sguardo:

mentre le forze nel fango hanno incontrato

il destino, e il dettato riempie l'esatta forma:

e una solitudine strana

oltre le prime barriere, oltre le gradinate

si perdeva negli occhi mentre l'esecuzione

feroce traboccava negli altri

e una ragione antica feriva i ginocchi,

piegati sull'erba elettrica, in ginocchio

sulla terra, il giorno e la sera resterà verde

non pioverà, e non ci saranno bambini sulle

tribune, le loro bocche, i loro occhi facili

al pianto prosciugati dal sole in una gola,

mentre il tempo acquatico non attendeva il fischietto

non attendeva il ritorno, immobile nel grido nel

deserto verde nel mistero degli occhi in quella

linea oltre i corpi, come se dalla ferita

della fronte gli occhi

riverberassero nel mare e in un grande

silenzio il sangue si tuffasse

nella luce, mentre il grumo dell'anima

ringhiava, "Non ho parlato con voi e con

nessuno, qualcosa ho dato", e la mente

già lacerata nel grido, lontano, come in un

                                                   tabernacolo

della battaglia trovasse

oltre gli spalti, la propria pace.


                                                                       11 luglio 1982


(da "Poesie", I Quaderni del Battello Ebbro", Porretta Terme 1993, pp. 54-55)





ALLO STADIO ANDAVAMO PRESTO

di Giovanni Raboni (1932-2004)


Allo stadio andavamo presto, 

non volevamo perdere 

la partita prima della partita. 

In campo, uguali da confonderli 

a dei giocatori veri, i ragazzi 

delle squadre chiamate primavera. 

Guardarli era una pura meraviglia. 

Forse perché correvano sul prato 

con furibonda leggerezza 

come se fosse, quello che facevano, 

davvero un gioco – o forse 

perché l’altra cosa, la vera, 

doveva ancora cominciare, 

era ancora tutto davanti a noi 

con le sue ombre sanguinose, 

con il suo cupo carico di gloria.


(da "Tutte le poesie 1919-2004", Einaudi, Torino 2024, parte seconda, p. 141)





FOOTBALL

di Vito Riviello (1933-2009)


Quante volte all’imbrunire

abbiamo creduto che la rondine

fosse il gol temibile in zona Cesarini,

la freccia scagliata dall’asso

in dribbling appassionato,

sogna ed avanza, avanza

e sogna il portiere in aria,

poi lascia partire un tiro

dalla criniera dell’erba

ch’è il volo di ritorno in Africa.


(da "Tutte le poesie", La Sapienza, Roma 2019, p. 177)





STORIA DI UN PALLONE

di Gianni Rodari (1920-1980)


Caduto nel fossato,

un anziano pallone

narrava al vicinato

(la rana, il gamberone)


le sue passate gesta,

quando, ad ogni partita

era il re della festa,

tra una folla impazzita.


- Migliaia d'occhi umani

guardavano me solo!

E quanti battimani,

che grida, ad ogni volo!


Elastico balzavo

Da un giocatore all'altro,

sfuggivo anche al più bravo,

ingannavo il più scaltro.


Correvo per il campo

(che sia, voi lo sapete...)

rapido come il lampo

guizzavo nella rete:


allora nello stadio

scoppiava il finimondo.

Io riprendevo subito

L'allegro girotondo...


- Capisco, eri un campione, -

fece un ranocchio, - ma,

scusa l'indiscrezione,

come finisti qua?


Strappato, il poveretto,

ai suoi sogni di gloria,

rimase un po' interdetto,

poi… narrò un'altra storia:


- La vita ogni domenica

ben dura mi rendevano:

ventidue giocatori

a calci mi prendevano...


(da "Filastrocche per tutto l'anno", Einaudi, Torino 2011, pp. 130-131)





POSSO IGNORARE IL GIOCATORE DI CALCIO...

di Roberto Roversi (1923-2012)


Posso ignorare il giocatore di calcio come lui

ignora me – e la sua maglia o palla

che sibila sull’archetto del violino da porta a porta.

È ilare il silenzio quando il sole cade ruotando

sullo stadio delle giovani iene e disperde farfalle

farfalle bianche fra le gambe dei soldati assiepati.

Il silenzio percuote gli occhi di uno di questi che vuole le cose

grida, la voce impaziente non promette niente di buono

il giocatore di calcio con la palla al piede scatta

la clessidra stabilisce la fine della partita

tu solo, demone, tu solo specchio dell’inerme vulcano

approfitti del tramonto per chiudere il combattimento

inseguito da voci di trombe lunghe e bandiere.

Il libro della memoria aspetta la sua ora. Ma è

già compiuto, dicono.


(da "La partita di calcio", Pironti, Napoli 2001, p. 26)





GOAL

di Umberto Saba (Umberto Poli, 1883-1957)


Il portiere caduto alla difesa

ultima vana, contro terra cela

la faccia, a non veder l’amara luce.

Il compagno in ginocchio che l'induce

con parole e con mano, a rilevarsi,

scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

 

La folla – unita ebrezza – par trabocchi

nel campo. Intorno al vincitore stanno,

al suo collo si gettano i fratelli.

Pochi momenti come questo belli,

a quanti l’odio consuma e l’amore,

è dato, sotto il cielo, di vedere.

 

Presso la rete inviolata il portiere

– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,

con la persona vi è rimasto sola.

La sua gioia si fa una capriola,

si fa baci che manda di lontano.

Della festa – egli dice – anch’io son parte.


(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1988, p. 444)





DOMENICA SPORTIVA

di Vittorio Sereni (1913-1983)


Il verde è sommerso in neroazzurri.

Ma le zebre venute di Piemonte

sormontano riscosse a un hallalì

squillato dietro barriere di folla.

Ne fanno un reame bianconero.

La passione fiorisce fazzoletti

di colore sui petti delle donne.


Giro di meriggio canoro,

ti spezza un trillo estremo.

A porte chiuse sei silenzio d’echi

nella pioggia che tutto cancella.


(da "Frontiera. Diario d'Algeria", Guanda, Parma 2013, pp. 24-26)



da "Almanacco illustrato del calcio 1983", Edizioni Panini, Modena 1982, p. 398






domenica 7 giugno 2026

Case editrici: Zanichelli

 Fu fondata a Modena nel 1843 da Nicola Zanichelli (1819-1884), che proprio nella città emiliana, tre anni prima aveva aperto una libreria. Le prime pubblicazioni della casa editrice modenese non riguardarono la letteratura. Tutto cambiò invece a partire dal 1866, quando la sede della Zanichelli fu spostata a Bologna; la casa editrice infatti si stabilì esattamente nel luogo dove si trovava l'antica libreria «Marsigli e Rocchi», sotto i portici del Pavaglione; proprio lì, spesso, si recava il poeta Giosuè Carducci, e fu grazie a lui che quel posto finì per divenire uno dei centri dell'attività intellettuale bolognese più frequentati. Di lì a poco la Zanichelli cominciò a pubblicare le raccolte del poeta toscano; nel contempo nacquero collane eleganti e assai vendute, come la «Collana degli elzeviri», in cui furono inserite opere di Olindo Guerrini e di Gabriele D'Annunzio. Deceduto Nicola, furono i figli Giacomo (1850-1917) e Cesare (1861-1897) a dirigere la casa editrice Zanichelli, che crebbe in fama velocemente, allargando l'ambito delle pubblicazioni al settore scientifico e religioso. Buon ultimo fu inserito e lanciato il settore scolastico, con l'uscita di una serie di manuali, atlanti e dizionari che a tutt'oggi fanno della Zanichelli una delle case editrici italiane più importanti in assoluto.

Parlando di poesia, dopo Carducci e D'Annunzio anche il Pascoli cominciò a pubblicare alcune delle sue più stimate raccolte con la Zanichelli (si ricordano i Canti di Castelvecchio del 1903); ma nel frattempo la casa editrice poteva già vantare molti nomi emergenti e prestigiosi della poesia italiana che avevano pubblicato uno o più volumi con la Zanichelli o si accingevano a farlo; tra gli altri ci sono Enrico Panzacchi, Severino Ferrari, Rachele Botti Binda, Guido Mazzoni, Giovanni Alfredo Cesareo, Marino Marin, Giuseppe Albini, Alfredo Baccelli, Diego Garoglio, Antonio Della Porta, Pietro Mastri, Antonino Anile, Virgilio La Scola, Luisa Giaconi, Vittore Vittori, Cosimo Giorgieri Contri, Francesco Pastonchi, Domenico Tumiati, Luigi Orsini, Giuseppe Lipparini e tanti altri ancora.

Chiudo riportando tre poesie rispettivamente di Giosuè Carducci, Gabriele D'Annunzio e Giovanni Pascoli, che fanno parte di tre celebri raccolte pubblicate dalla Zanichelli.





RUIT HORA

di Giosuè Carducci (1835-1907)


O desiata verde solitudine

lungi al rumor de gli uomini!

qui due con noi divini amici vengono,

vino ed amore, o Lidia.


Deh, come ride nel cristallo nitido

Lieo, l’eterno giovine!

come ne gli occhi tuoi, fulgida Lidia,

trionfa amore e sbendasi!


Il sol traguarda basso ne la pergola,

e si rifrange roseo

nel mio bicchiere; aureo scintilla e tremola

fra le tue chiome, o Lidia.


Fra le tue nere chiome, o bianca Lidia,

langue una rosa pallida;

e una dolce a me in cuor tristezza súbita

tempra d’amor gl’incendii.


Dimmi: perché sotto il fiammante vespero

misterïosi gemiti

manda il mare là giú? quai canti, o Lidia,

fra lor quei pini cantano?


Vedi con che desío quei colli tendono

le braccia al sole occiduo:

cresce l’ombra e li fascia: ei par che chiedano

il bacio ultimo, o Lidia.


Io chiedo i baci tuoi, se l’ombra avvolgemi,

Lieo, dator di gioia:

io chiedo gli occhi tuoi, fulgida Lidia,

se Iperïon precipita.


E precipita l’ora. O bocca rosea,

schiuditi: o fior de l’anima,

o fior del desiderio, apri i tuoi calici:

o care braccia, apritevi.


(da "Odi barbare", Zanichelli, Bologna 1877, pp. 45-47)





IN UN MATTINO DI PRIMAVERA

di Gabriele D'Annunzio (1863-1938)


Era il mattino. Un grave sopore teneva la donna

   misera; su'l guanciale pallido men di lei.


Fredda, composta, immota, parea profondata nel sonno

   ultimo, ne la pace ultima, su la bara.


Alito non s'udiva. Parea che le labbra premute

   fossero da la Morte, tanto eran chiuse e pure.


— Non ti destare, non ti destare — pregai nel segreto

   cuore — se vuoi ch'io t'ami! Sieno per sempre chiuse


queste tue labbra; e ancora, ancora saranno divine.

   Ritroverò per queste labbra i sovrani baci.


Ritroverò la mia più lenta carezza per questa

   fronte che amai, per queste gote che amai, per queste


pàlpebre al fin su 'l tuo dolce insostenibile sguardo

   chiuse; e per queste chiuse labbra i sovrani baci!


(da "Elegie romane", Zanichelli, Bologna 1892, pp. 89-90)





IN VIAGGIO

di Giovanni Pascoli (1855-1912)


Si ferma, e già fischia, ed insieme,

tra il ferreo strepito del treno,

si sente una squilla che geme,

là da un paesello sereno,

paesello lungo la via:

                Ave Maria...


Un poco, tra l’ansia crescente

della nera vaporïera,

l’addio della sera si sente

seguire come una preghiera,

seguire il treno che s’avvia:

                Ave Maria...


E, come se voglia e non voglia,

il treno nel partir vacilla:

quel suono ci chiama alla soglia

e alla lampada che brilla,

nella casa, ch’è una badia:

                Ave Maria...


Il padre a quel suono rincasa

facendo un passo ad ogni tocco;

e subito all’uscio di casa

trova il visino del suo cocco,

del più piccino che ci sia...

                Ave Maria...


Si chiude, la casa; e s’appanna

d’un tratto il vocerìo che c’è;

si chiude, ristringe, accapanna,

per parlare tra sé e sé:

e saluta la compagnia...

                Ave Maria...


O tinta d’un lieve rossore,

casina che sorridi al sole!

per noi c’è la notte con l’ore

lunghe lunghe, con l’ore sole,

con l’ore di malinconia...

                Ave Maria...


Il treno già vola e ci porta,

sbuffando l’alito di fuoco;

e ancora nell’aria più smorta

ci giunge quell’addio più fioco,

dal paese che fugge via:

                Ave Maria...


E cessa. Ma uno che vuole

velar gli occhi, pensar lontano,

tra gemiti e strilli e parole,

tra il frastuono or tremolo or piano,

ode il suono che non s’oblia:

                Ave Maria...


Con l’uomo che va nella notte,

tra gli aspri urli, i lunghi racconti

del treno che corre per grotte

di monti, sopra lenti ponti,

vien nell’ombrìa la voce pia:

                Ave Maria...


(da "Canti di Castelvecchio", Zanichelli, Bologna 1905, pp. 129-131)