domenica 4 ottobre 2026

Il sole nella poesia italiana decadente e simbolista

 Il sole viene spesso descritto alla stessa stregua di un dio che domina sulla Terra, che osserva da lontano gli esseri viventi – uomini, animali e piante – con distacco. Non è portatore di negatività, al contrario i suoi raggi trasmettono dei benefici, sia nelle menti che nei corpi di chi ne viene colpito. C’è chi lo desidera ardentemente e lo attende; chi lo evoca, chi lo adora. La situazione cambia soltanto durante la stagione estiva, quando la stella più vicina al nostro pianeta rende, a causa dell’eccessivo calore che emana, quasi invivibile il territorio su cui si esercita il suo dominio. Ci sono poi i versi di chi ha una opinione differente, come i suicidi che, dall’al di là, pur lodando il sole per la sua bellezza, esprimono un palese rancore per la sua totale indifferenza all’insopportabile dolore che li spinse a togliersi la vita. E c’è chi addirittura maledice il sole, per una serie di motivi che, per lo più, sono attinenti alla spietatezza dell’astro, che illumina inesorabilmente le miserie e le sofferenze umane di ogni tipo. Ma c’è chi avverte l’assenza del sole, come se fosse già spento; la dimostrazione di tale latitanza è data dalla totale mancanza di amore tra gli esseri umani e dalla scomparsa dei fiori; Madre Natura è fallita, e il sole si è definitivamente eclissato.

 

 

Poesie sull’argomento

 

Enrico Cavacchioli: "La vittoria del sole" in "Le ranocchie turchine" (1909).

Guelfo Civinini: "Sestina del sole e del fiume" in "L'urna" (1900).

Adolfo De Bosis: "L'antico sole si affaccia..." in "Amori ac silentio e Le rime sparse" (1914).

Luigi Donati: "Il Sole" in "Le ballate d'amore e di dolore" (1897).

Luigi Fallacara: "Il sole" in "Illuminazioni" (1925).

Lionello Fiumi: "Solleone" in "Polline" (1914).

Domenico Gnoli: "Eri bello, o sole!" in "Fra terra e astri" (1903).

Corrado Govoni: "Sole di marzo" in "Le Fiale" (1903).

Corrado Govoni "ll sole" e "Il pallido sole" in "Gli aborti" (1907).

Arturo Graf: "Ultimo sole" in "Medusa" (1990).

Arturo Graf: "Sole morto" in "Le Rime della Selva" (1906).

Tito Marrone: "Sole d'inverno" in "Liriche" (1904).

Pietro Mastri: "Colloquio col sole" in "Lo specchio e la falce" (1907).

Aldo Palazzeschi: "La figlia del Sole" in "I cavalli bianchi" (1905).

Emanuele Sella: "Dimmelo dunque dove è andato il sole?" in "Il giardino delle stelle" (1907).

Emanuele Sella: "Resurrectio luminis" in "L'Ospite della Sera" (1922).

Domenico Tumiati: "Raggio invernale" in "Musica antica per chitarra" (1897).

Carlo Vallini: "O meraviglia che non ha parole" in "La rinunzia" (1907).

Carlo Vallini: "Horo" in "Un giorno e altre poesie" (1967).

 

 

 

Testi

 

SOLE MORTO

di Arturo Graf (1848-1913)

 

— Dietro le nuvole è il sole

Che rutila in sempiterno. —

Un sol che rutila? Fole!

Dietro le nuvole? Scherno!

 

C’era, nol nego. (Oh, nel muto

Core rigurgito vano!)

C’era... e in quel tempo lontano

Io debbo averlo veduto.

 

Ché nell’attonita mente,

E nel deserto del core,

Me n’è rimasto un bagliore

Come di giorno morente;

 

Come d’un labile giorno,

Immensamente remoto,

Che dileguò nell’ignoto

E non farà più ritorno.

 

Il sole c’era una volta;

Ma poi, non vedi? s’è spento

Come una fiaccola al vento,

E la sua faccia è sepolta.

 

L’ombre sommersero i cieli,

Il gelo avvinse gli amori,

L’anime dolci dei fiori

Languirono sugli steli.

 

Non te ne sei dunque accorto?

Madre Natura è fallita,

E il sol che dava la vita,

Il povero sole è morto.

 

(da "Le Rime della Selva", Treves, Milano 1906, pp. 114-115)

 

 

 

 

RESURRECTIO LUMINIS

di Emanuele Sella (1879-1946)

 

Divino sole, a quella pace eterna,

donde scende la grazia che m’inspira,

tu mi rapisci, poi che a te m’attira

la bella fiamma ch’il mio amor governa.

 

Sboccia alla gioia del tuo bacio, o Sole,

come candida rosa in solitudine,

l’Anima e sete ha di beatitudine,

schiusa dal soffio delle tue parole.

 

Com’un serto di gigli luminosi

– accesi dalla mistica carezza

Del Re dei Cieli – o tu, luce ed ebbrezza,

su me discendi e su di me ti posi.

 

(da “L’Ospite della Sera”, Sonzogno, Milano 1922, p. 122)

 

 

Edvard Munch, "The Sun"
(da questa pagina Web)

 

 

domenica 27 settembre 2026

Le nuvole in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Basta alzare un po' lo sguardo verso l'alto, quando si è all'aperto, per accorgersi che le nuvole sono con noi quasi tutti i giorni. A volte oscurano il sole, e particolarmente scure ci avvisano che presto arriverà la pioggia; altre volte sono sparse qua e là per il cielo splendente, col loro classico colore bianco, che però durante l'arco della giornata può mutare, acquistando tonalità di grigio, rosa e viola. Più difficile osservarle durante la notte, anche se ci accorgiamo facilmente della loro presenza allorquando scompaiono dal cielo luna e stelle. 

Io ricordo, nel beato tempo dell'infanzia, un bambino che a volte giocava con me, presso la casa dei miei nonni; durante un pomeriggio estivo, alzò improvvisamente gli occhi verso il cielo, e si avvide di alcune candide nuvolette che circondavano il sole; allora gli venne voglia di salire fin lassù, e di prenderle, magari per giocarci. Chiamò la nonna ad alta voce - il suo appartamento si trovava al piano terra di un vecchio palazzo - e la signora si affacciò alla finestra per sapere cosa volesse: «Nonna, dammi una scala, che voglio prendere una nuvola!», disse il bambino, sicurissimo di poterlo fare; la nonna si mise a ridere dicendogli che, anche se fosse salito in cima alla scala, non avrebbe mai potuto prendere una nuvola. Il mio compagno di giochi ci rimase male, e dovette rinunciare al suo improvviso e ardente desiderio di accalappiare una nuvola dal cielo, per poi giocarci, e infine potersela portare a casa come un rarissimo trofeo.



LE NUVOLE IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO



NUBI

di Attilio Bertolucci (1911-2000)


Leggere nubi

Che adornate

Di freschi rosa orientali

Gli umidi azzurri

Di questi cieli autunnali,

O languori, o languori,

Colori

Obliati.

E le statue hanno brividi;

La brezza corre

I boschetti odorati.

I ruscelli increspati

Mormoran dolci parole.

Ma tu non rispondi

O simile a uno snello virgulto

A una giovane santa,

Solenne angelo adulto.


(da "Le poesie", Garzanti, Milano 1990, p. 19)





NUVOLE

di Bartolo Cattafi (1922-1979)


Chiare e distinte idee

sinusoidi ellissi ascisse rette

passano nuvole del tempo atlantico

gonfie d'imprecisione

fresche nubi di vento e di saette.


(da "Tutte le poesie", Le Lettere, Firenze 2020, p. 523)





LA NUBE

di Guido Cavani (1897-1967)


Ho rifatto la strada

per cui passammo

quel giorno che fu l'ultimo mio giorno

d'amore; era d'aprile;

bianca una nube nascondeva il sole

e illuminava l'aria; presentii

baciandoti la fine.

Ora il tuo nome blando è una parola,

ora il ricordo delle tue parole

tormenta la mia anima ammalata.


(da "Poesie", Rebellato, Padova 1968, p. 363)





VANNO LE NUBI BIANCHE DEL SILENZIO

di Donata Doni (Santina Maccarone, 1912-1973)


Vanno le nubi bianche del silenzio

oltre la terra ignota.

L'infinito le colma, le sospinge

come vele protese.

Fluiscono nel tempo,

vane parole, i giorni,

e muovono lo spazio,

remote voci, i cuori.


                         Forlì 5 giugno 1945


(da "Neve e mare", Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1973, p. 55)





NUVOLE

di Luciano Erba (1922-2010)


Per anni ho guardato le nuvole

a oriente di questa terrazza

senza curarmi se fossero

diverse per chi le avesse osservate

da un’altra parte della città.

Ma oggi è un giorno al duale

amo, dunque io sono, io e te siamo.

«Cara, se guardi sopra Porta Venezia

c’è una nuvola che ha la faccia di Lincoln».

Lei mi risponde al telefono

«la mia nuvola ha la faccia di Marx».


Sfrangiate nuvole

restate nuvole!


(da "Poesie 1951-2001", Mondadori, Milano 2002, p. 160)





LA NUVOLA

di Ugo Ghiron (1876-1952)


                                                                     a Mario Novaro

Nacque sui salsi oceani: ascese molle,

bianca, come un chiaro alito del mare;

si sentì lieve, sospirò migrare,

via lontanò con cieco impeto folle.


E si specchiò nei fiumi, e rupi e zolle

lei videro pei cieli alta varcare;

la mirò il freddo immoto occhio lunare

lucida veleggiar da colle a colle.


Poi, sola e spersa, nostalgia la vinse;

e come al mar vide volare il nembo,

dietro la traccia del balen si spinse.


Ebriata dell'ánsito guerriero,

poi ruinò crosciando al mare in grembo.

E s'ebbe pace dentro al gorgo nero.


(da «Noi e il Mondo», Anno II, N. 10, Ottobre 1912)





NUBE

di Orazio Napoli (1901-1970)


Io ti ho amata dolente nube.

Tu m'eri contro

spietata furia bianca.


Gli autunni ti hanno percossa

nei beni fallaci;

bellezza da nulla.


Chi crolla ha perduto.

Non t'incolpo,

mi difendo con voglie alte.


(da "Poesie", Edizioni Primi Piani, Milano 1940, p. 27)





LA NUVOLA

di Renzo Pezzani (1898-1950)


Nera, turgida, compatta

la nuvola, come un mastino

ringhia nel cielo turchino.

Ma quella è una nuvola matta!


È una nuvola forestiera

che nasconde fuoco in dosso,

ispido pruno, serpe rosso,

è l’angoscia della sera.


Il villaggio, poverino,

suona l’Ave, chiude le porte.

Con quella nuvola sul suo destino

sazio di biade, pensa la morte.


(da "Belverde", Società Editrice Internazionale, Torino 1935, pp. 113-114)





NUVOLE DI NOVEMBRE

di Toti Scialoja (Antonio Scialoja, 1914-1998)


Hanno addosso gli occhi di tutti le nuvole di novembre

vengono dalla Siberia tenebrose di sonnolenza

nel Regno di Danimarca deporranno lente le ombre

la sposa in bianco scalmanata corre sulla ghiaia scalza

un fotografo dal fondo del viale la insegue coi veli.


Si spostano le speranze al seguito delle nuvole

le sparpagliate monadi nomadi orlate di chiarore

esclamerai: «una balena! anche un cammello! e una donnola!»

farai col capo di sì ti porterai la mano sul cuore

mi porgerai per rimedio con garbo uno spillo da balia.


(da "Poesie 1961-1998", Garzanti, Milano 2002, p. 389)





NUVOLE DI PRIMAVERA

di Enrico Thovez (1869-1925)


Ecco le candide milizie di primavera, le placide 

aeree nuvole erranti pel nuovo azzurro. Pungente 

l'auretta primaverile mi soffia in viso, sussurra 

vaga agli orecchi, i capelli m'agita e il cuore... ti sento, 

o nuovo tempo d’amore! Dai lembi d'umido azzurro, 

dalle tue nuvole pendule sui boschi, dai rotti cieli 

donde il sol nuovo pensosi fulgori versa alla terra, 

quale d’incogniti beni luce mi irraggia la mente!

Da quali tremuli palpiti, da che improvvisa dolcezza 

percosso il cuore rianela dietro i perduti ardori!


(da "Il poema dell'adolescenza", Streglio, Torino 1901, p. 27)



George William Russell, "Clouds over the hill"
(da questa pagina Web)



domenica 20 settembre 2026

Riviste: "Cronache della Civiltà Elleno-Latina"

 Cronache della Civiltà Elleno-Latina è il titolo di una rivista quindicinale fondata a Roma, nell'aprile del 1902, da Angelo De Gubernatis, come organo ufficiale della Società Internazionale Elleno-Latina. Le pubblicazioni si protrassero fino al 1907, promuovendo ideali di pace, democrazia e unione culturale tra le nazioni di orizzonte classico europeo. Fu particolarmente attiva nella promozione del pacifismo, in contrasto con il militarismo dell'epoca. Negli intenti dei collaboratori della rivista romana c'era anche la diffusione di un forte legame tra i popoli di radice latina e greca. Pur privilegiando l'italiano, adottò un formato plurilingue, con articoli e testi in francese, spagnolo, latino e rumeno. Principalmente pubblicò saggi di letteratura, storia e critica d'arte , ma un piccolo spazio fu concesso anche alla poesia; tra i poeti che collaborarono a Cronache della Civiltà Elleno-Latina si ricordano i nomi di Balduino Bocci, Vittoria Aganoor, Rachele Botti Binda, Tito Marrone, Vittorio Amedeo Arullani, Vittore Vittori, Nella Doria Cambon, Yosto Randaccio, Luigi Siciliani e lo stesso De Gubernatis. Ecco, infine, due liriche comparse per la prima volta nelle pagine di questa rivista d'inizio Novecento.





ATTIMI DIVINI

di Yosto Randaccio

                               

                                              A Fiumicino, in aprile.

Che senso di cose lontane

nel cielo, stamane!


Il cielo è perlato;

il Tevere immoto,

senza ànsito di correntia!

Che ascolto?

Non ò più coscienza

de l'anima mia: sono attratto.

Nel mondo non s'ode più nulla.

Silenzio profondo infinito:

ogni senso vivente è sopito:

è stupefatto.


È questo l'aprile ch'io sogno!

Lo presentivo nel male.

Questa infinita tristezza

che trema per ogni mia vena,

questa corrente d'oblio,

che scende da vette lontane,

quest' ombre di fascinamento

che vengono forse da lei,

quest'ora fatale,

la vidi nel cuore!


Un'urna ne l'abbandono,

un rivo che scende senza suono,

un mare senza maretta,

una bocca senza parola,

possono esprimere, forse,

questa stupefazione,

questo solenne sopore,

questo infinito ristagno, questo morire

d'ogni senso di vita,

nel cuore del mondo!


(da «Cronache della Civiltà Elleno-Latina», Fasc. VIII, Anno III, 20 luglio 1904)


Sopra il titolo della poesia si legge: Dai "Poemetti della Convalescenza"; in fondo alla pagina c'è anche una nota al riguardo, che recita: Volume di prossima pubblicazione. In effetti la raccolta uscì col titolo preannunciato nel 1909.





LA PIOGGIA D'ESTATE

di Tito Marrone


Che resta di ieri?

Che c'è dell'afa passata,

della caldura d'agosto,

in questa mattinata

d'argento?

Sappiamo più nulla dei nostri pensieri

trascorsi?

Quanti anni son corsi

in un momento?


Il cuore mi batte più rapido.

Un velo mi cade dagli occhi

che bagnano l'ultime stille

di pioggia,

più rare.

Che pace ci viene

da le colline tranquille,

dopo quest'orgia

del cielo!

Amica, ma come serene

mi sembrano le tue pupille

sotto quel leggero velo

verdemare!


Ah, vedi, l'azzurro si desta:

nell'anima ho come una festa

di cose novelle;

una luminaria di stelle!

E il vento che agita l'ale

freschissime, e t'alza

i riccioli sopra la fronte,

e sbalza

lontano le nubi e la noia,

è nostro fratello di gioia!


Sorridigli, al vento!

Sorridigli. Siamo

tornati più giovani: siamo

tornati fanciulli.

Cogliamo le margheritine,

le piccole trine

del prato:

gettiamole al vento, che odori!

Facciamogli un velo

di fiori!

Noi siamo tornati fanciulli.

C'è scesa nel cuore malato

tutta la grazia del cielo.


(da «Cronache della Civiltà Elleno-Latina», Fasc. XI-XIV, 20 Agosto - 20 Settembre 1904)



Versi di Tito Marrone (pseudonimo di Sebastiano Amedeo Marrone; Trapani, 9 marzo 1882 – Roma, 24 giugno 1967) che rivisitano una celebre poesia di Gabriele D'Annunzio: La pioggia nel pineto, in ottica "crepuscolare". In calce a questi versi, tra parentesi, si legge "Dai Poemi". La pioggia d'estate non fu mai pubblicata in alcun volume di Marrone che, proprio nel 1904, diede alle stampe la raccolta Liriche. 

domenica 13 settembre 2026

"Poesie per l'amatore di stampe" di Roberto Roversi

 Poesie per l'amatore di stampe è il titolo della terza raccolta poetica di Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 - ivi, 14 settembre 2012). Fu pubblicata dall'editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta nel 1954; io per rileggerla mi sono avvalso della nuova pubblicazione risalente al 2015, avvenuta grazie alla Pendragon di Bologna (vedi foto sottostante). Chi volesse leggerla può in qualunque momento usufruire del sito www.robertoroversi.it, dove ci sono tutte le poesie edite e inedite di Roversi. Nelle primissime pagine di questo libriccino (64 totali di cui 6 vuote) vengono riportati tre estratti di lettere che il famoso scrittore siciliano Leonardo Sciascia inviò a Roversi tra il 19 settembre e il 14 dicembre del 1953; nella prima Sciascia lo incita a pubblicare i suoi versi pronti per la stampa nella "collezioncina di quaderni di «Galleria» (24 pagine, 300 esemplari, poesie e prose di eccezione); nella seguente lo scrittore racalmutese ragguaglia Roversi sui tempi di pubblicazione delle poesie che, nel frattempo, come da gentile richiesta gli erano state inviate; l'ultima lettera giustifica il ritardo della pubblicazione promessa (sarebbe dovuta avvenire nel dicembre del '53) per divergenze con l'editore che intendeva stampare soltanto una parte delle poesie di Roversi, per ragioni di spazio.

Poesie per l'amatore di stampe si compone di tredici poesie di media lunghezza, cui va aggiunto un Libretto d'appunti, ovvero ulteriori 21 brevi testi, simili ad epigrammi, ognuno dei quali è contrassegnato da una data ben precisa (si va dal 30 marzo 1947 del primo al 6 novembre 1947 dell'ultimo). Dopo quello che si potrebbe definire un apprendistato poetico, da cui scaturirono le primissime raccolte pubblicate durante la 2° Guerra Mondiale, con questo volumetto Roversi si dimostra uno dei giovani poeti italiani più promettenti, inserendosi in quel filone neorealistico che nel secondo dopoguerra dominò la scena della poesia nostrana per più di un decennio. Le 13 poesie che occupano gran parte del libro, assomigliano a piccoli quadri ritraenti un'umanità umile e dolente, per cui il poeta dimostra simpatia, comprensione e affetto; c'è il vecchio Celso: un povero contadino provato dagli stenti di una vita travagliata, che possiede un orticello e che subisce dei furti e poi inveisce contro il ladro (ma lui stesso è stato sorpreso mentre rubava dei frutti nell'orto di un vicino). C'è il carrettiere in parte somigliante a quello di una famosa poesia di Giovanni Pascoli, che ha trascorso l'intera vita spostandosi da un luogo all'altro, e durante il faticoso lavoro sogna di vivere oltre la pianura, in una delle lontane città che per lui non sono un miraggio; unico sollievo dell'uomo è la sosta in un piccolo paese, dove un campanaro gli apre la porta della piccola chiesa e gli offre del vino; soltanto con lui ha la possibilità di dialogare sulla morte, la dura vita e un paventato paradiso dove finalmente termini ogni tipo di dolore. C'è anche un vecchio marinaio sovrastato dalla stanchezza di una vita trascorsa in mare; pensa ai suoi compagni di viaggio ormai dispersi, e viene sopraffatto da una inconsolabile malinconia; stremato dagli anni, rimane ad osservare ciò che resta del suo mondo ormai estinto: due grandi barche in rovina abbandonate sul molo. Ci sono poi delle figure femminili: la poesia intitolata Rachele racconta la storia di una donna in due parti; nella prima domina la gioia del matrimonio nel paese di nascita; nella seconda ha il sopravvento il lutto causato dalla precoce morte del marito, e la quasi ossessiva dedizione di Rachele all'accudimento dei figli che nel frattempo le sono nati, con il terrore che anch'essi la abbandonino per andare lontano, lasciandola sola nell'ultima parte della sua fragile esistenza. La vicenda di Mara - altra poesia che vede come protagonista un personaggio femminile - è ancor più triste: la gioventù della donna è trascorsa nel migliore dei modi, allegramente, spensieratamente, tra la gente del suo paese che loda la sua bellezza e prevede per lei un futuro radioso. Passa però il tempo, e coloro che conoscevano e stimavano Mara sono già deceduti; lei si è ammalata e ha dovuto affrontare gli ultimi terribili momenti della sua vita in completa solitudine, più che mai sofferente. Straziante è la poesia intitolata Di una giovinetta appena morta, dove il poeta dà voce alla ragazza da poco deceduta, che dapprima parla del suo stato incontrovertibile e dell'impossibilità di provare qualsivoglia sensazione o emozione; quindi, rivolgendosi a coloro che visitano la sua tomba, chiede notizie riguardanti le percezioni dei sensi di chi vive ancora, relative alla stagione, al clima e alla natura circostante: piacevoli cose che lei non potrà mai più assaporare. Sempre la morte fa da sfondo nella lirica In memoria di Enrica Smeraldi; non so se si tratti della reale nonna del poeta, fatto sta che questi versi parlano di un'ava; nella prima parte l'anziana donna gravemente malata è morente; il nipote guarda il volto della nonna che, come l'intero corpo è straziato dalla malattia e dagli anni; ricorda i momenti belli della sua giovane vita, quando veniva amorevolmente accolto dalla nonna che gli offriva dei dolci e un po' di vino. Nella seconda parte del testo poetico, la morte dell'antenata è già avvenuta da tempo; il nipote si trova nel cimitero dove è sepolta, proprio davanti alla sua tomba; l'uomo ora ricambia l'amore della nonna portandogli un lumino nuovo e dei fiori freschi, pulendo il vecchio ritratto dove l'ava sorride e raddrizzando la croce; poi si ferma per un po' di tempo a farle compagnia. Ci sono anche due poesie che fanno storia a sé, essendo entrambe ambientate nel Medioevo: L'arazzo nella villa di Bentivoglio e Il racconto; i primi sono versi descrittivi, che ricordano la sequenza di un film: si parte dall'esterno di un castello con vari animali (soprattutto uccelli) che si aggirano intorno alla fortezza, per poi passare all'interno, dove si sta svolgendo un ricco banchetto con un re e una regina che dominano la scena. La seconda poesia parla di un uomo vecchio che, stanco, dopo un lungo vagabondare si riposa su di un prato non distante da un villaggio, la cui popolazione, curiosa, si avvicina a lui e gli pone una serie di domande; l'uomo racconta le sue avventure, probabilmente esagerando, e chi l'ascolta ne rimane incantato. Sia in Cuore in tumulto che in Saluto in un mattino d'inverno, sebbene le situazioni siano diverse, c'è un uomo che torna dalla donna amata. Sera d'avventura racconta le sensazioni di un uomo che decide di vivere, come recita il titolo, una sera avventurosa, recandosi nella dimora di una prostituta che ben conosce. In Temporale alcune ragazze si divertono a giocare con una palla, in uno spazio compreso tra un campo ed un orto; poi l'arrivo dell'acquazzone le costringe a trovare un posto in cui ripararsi.  

Le ventuno brevi poesie che fanno parte dell'ultima sezione: Libretto d'appunti, se si prova a confrontarle con la prima parte della raccolta, si può ben dire che non sfigurino affatto. Qui il poeta esterna una serie di sensazioni provate in giorni che vanno dalla primavera all'estate (una sola poesia - l'ultima - ha atmosfere tipicamente autunnali); vengono poi descritti, in particolari situazioni, personaggi di varia natura, tra cui è spesso presente la donna amata, di nome Elena; ci sono anche versi in cui l'attenzione è rivolta esclusivamente agli eventi atmosferici, ed altre che estrinsecano i desideri o i sogni del poeta. Insomma, Poesie per l'amatore di stampe è una raccolta da leggere assolutamente e da annoverare tra le migliori di Roberto Roversi. Ecco infine, due tra le poesie di questo libriccino che più ho gradito. 





RACHELE


Nel paese d’alta montagna

il torrente vola come un’ape impazzita

e i bambini ridono sul ponte,

il prete nel sole si assopisce.

Paolo accanto alla finestra

zufola e intaglia il legno,

Osso guarda una tela di ragno,

Diletta, fiore di melo,

reclinata la testa dorme, lievissima.

Gli altri, fra il verde tenero dei monti,

cercano le torpide marmotte:

dagli umidi buchi affiorano le bestie

appesantite dal sonno

ma un laccio risplende nel sole,

teso alla morte.

Secca come un pioppo

Rachele guarda le nuvole e gli uccelli,

nel meraviglioso deserto

ode la voce lontana dei figli

e il pallido respiro di Diletta dormente;

ferma sulla porta,

inchiodata come un’immagine sacra,

solo gli occhi sono papaveri ardenti.

 

*

 

Le fanciulle frementi attendono l’amica:

Rachele si sposa, Rachele di bianco è vestita

– la tela è ruvida ma il cuore è un cristallo.

Attendono, le amiche,

che dalla scala di legno discenda,

il volto di fiamma, lo sguardo fuggitivo.

Rachele a tutti stende la mano;

oggi è felice! si è mirata allo specchio,

ha lavato il corpo nell’acqua intiepidita;

Rachele! Rachele! le porte si aprono,

ogni finestra l’invita.

Oggi pranzeranno in piazza

e balleranno sul selciato,

affaticati gli uomini dal vino

rosse le ragazze con la malizia nel cuore.

Domani gli uomini passeranno il confine

– e le donne a pregare

per le valanghe, le tormente, i burroni;

ora le amiche accompagnano Rachele

– la tela è ruvida ma il cuore è un cristallo.

Altri attinge acqua; essa, felice nel sole

come il fieno accanto alla casa,

berrà il vino che arde

e gli uomini canteranno al suo amore.

Le campane suonano a distesa;

Rachele! Rachele! ogni porta si apre,

ogni finestra l’invita.

Le ragazze cantano pensando al loro giorno,

i giovani invidiano alla notte il sacrificio

e all’uomo la tenera preda.

Nel cuore arde fresco il desiderio.

 

*

 

Gli scavarono la fossa

scaglia per scaglia, piccone con piccone,

sudore e lungo affanno.

Dopo anni volati uno accanto all’altro

– ingiallivano le foglie nella pianura –

l’uomo scese rigido fra i sassi;

la morte l’aveva spogliato e diviso

e un vento malefico l’aveva seccato

sul limitare della casa.

Come suonarono a festa

le campane nel dì delle nozze

tanto duro e senza misericordia

fu il tocco del bronzo addolorato.

Lo posero fra i sassi, nel silenzio

del tramonto, quando il cielo

immemore si attarda a rimirare il prodigio;

e senza lamento, poiché tutti sanno

che il bene o il male ha il suo tempo

e la sua ragione.

 

I figli, accanto alla madre stretti e sorpresi;

Osso guarda una nuvola errante

che segna d’ombra il volto trafitto del padre.

Con pugni di terra fu coperto,

il volto fu accecato, la mano imprigionata;

poi come un gregge di agnelli

pieni di sonno e stupefatti

i piccoli tornarono alle solite mura,

al consueto riposo; nel silenzio

più non si udiva il russare profondo dell’uomo.

Essa raggela

al ricordo di quella notte, eterna.

 

*

 

Così Rachele

scava ogni giorno la sua nicchia per l’eternità

come l’acqua che incide la roccia

per aprirsi il cammino sotto l’arco del cielo;

e conta i figli quando escono al mattino

e ritornano alla sera, poiché i suoi pulcini

sono dolci e tremanti alla fatica.

Carlo mungendo si guardi

dalle corna della mucca impaziente!

Se Rachele sulla soglia attende

le pare che tutti debbano partire

e nessuno mai ritornare,

che i figli scendano in Francia

e le figlie al piano

e sola rimanga

come un cipresso gettato sulla proda di un fosso.

Almeno uno ritorni per chiuderle gli occhi

il giorno dell’estrema fatica!

Ma se ora grida i figli rispondono;

Osso correndo fra i sassi scivola

e s’alza piangendo,

Diletta sveglia guarda smarrita,

Carlo col latte giunge ridendo,

Osso si acquieta;

sulla montagna

lenta la sera stende il silenzio.


(da "Poesie per l'amatore di stampe", Pendragon, Bologna 2015, pp. 16-19)





Da "LIBRETTO D'APPUNTI"


                                                   27 aprile 1947

Un vecchio suonava il flauto,

tristi erano le note:

poi tacque e all’improvviso

la sinfonia del «Barbiere»

sprizzò nel cielo d’aprile.

Ma un uomo mi sussurrava

una odissea di mali:

la figlia impazzita

– rincorreva la madre col coltello

e aprendo la finestra

furiosamente rideva;

egli era stanco, ormai prossimo a morte.

Lo incoraggiai come potevo

ma la miseria del mondo

mi era scesa nel cuore;

io non udivo più il flauto

che, ancora, lieto suonava.


(da "Poesie per l'amatore di stampe", Pendragon, Bologna 2015, p. 42)


domenica 6 settembre 2026

La poesia di Arturo Onofri

 Fin da quando cominciai ad approfondire la conoscenza personale della poesia di Arturo Onofri (Roma, 15 settembre 1885 - ivi, 25 dicembre 1928), mi resi ben conto della sua straordinaria prolificità; e questa constatazione è ancor più valida se si pensa al fatto che il poeta romano morì a soli quarantatré anni. Straordinari sono anche gli sviluppi della sua poetica, che può essere divisa in tre o quattro fasi. Le prime due fasi a mio avviso andrebbero individuate nel periodo che va dal 1907 - anno della raccolta d'esordio intitolata semplicemente Liriche - al 1909, ovvero all'anno di uscita dei Canti delle oasi (in mezzo, datata 1908, c'è Poemi tragici, la seconda raccolta di versi onofriana). La prima fase vede un Onofri nient'affatto originale, che s'ispira quasi esclusivamente ai tre vati della poesia italiana di fine Ottocento e d'inizio Novecento: Carducci, Pascoli e D'Annunzio. A partire dalla seconda raccolta e, con esiti senz'altro più riusciti, dalla terza, lo scrittore capitolino s'inserisce con caratteristiche del tutto personali e ben marcate, nella corrente crepuscolare; ma le sue poesie non mostrano somiglianze con poeti del gruppo che si erano già affermati, come Corazzini, Gozzano e Govoni: si nota piuttosto una evidente simpatia per i poeti d'oltralpe, e in particolare per Francis Jammes; da questo punto di vista, la poesia di Onofri appartenete a questo specifico spazio temporale, si potrebbe accostare a quella di Fausto Maria Martini, e in particolar modo alle Poesie provinciali. Come a voler raggruppare e ricapitolare questo suo periodo poetico, Onofri nel 1914 fece pubblicare un secondo volume intitolato Liriche, che contiene gran parte dei versi delle sue prime tre raccolte, con modifiche anche profonde sia dei titoli che delle composizioni poetiche.

La nascita, nel 1912, della rivista Lirica (fondata e diretta dallo stesso Onofri), segna una svolta nella poesia del Nostro: da questo punto, si assiste ad un cambiamento di rotta piuttosto brusco, atto a promuovere una poesia "nuova", che ha vedute internazionali (specificatamente Francia e Germania), e che molto si avvicina ad un'altra celebre rivista di quel medesimo periodo: La Voce. Da qui in avanti Onofri cominciò a entrare in sintonia col cosiddetto frammentismo, con conseguente pratica esclusiva del "frammento" prosastico o poetico, quasi sempre breve eppure capace di sprigionare e trasmettere un'intensità fuori dal comune; ne fanno testimonianza le raccolte Orchestrine (1917) e Arioso (1921): la prima è composta da soli frammenti in prosa, mentre la seconda include anche delle poesie vere e proprie. 

Ed eccoci alla terza e più rilevante fase della poesia di Onofri: il cosiddetto Ciclo della Terrestrità del sole. Preceduto da un altro libro di prose: Le trombe d'argento (1924) che in parte ne anticipa le tematiche, tale ciclo è inaugurato dalla raccolta che è inclusa nel titolo, uscita nel 1927, e prosegue con Vincere il drago!, dell'anno successivo; a questi seguirono altri volumi - tutti postumi - che secondo la volontà dell'autore sarebbero andati a completare un progetto ambizioso e monumentale: Simili a melodie rapprese in mondo (1929), Zolla ritorna cosmo (1930), Suoni del Gral (1932), Aprirsi fiore (1935). Per quanto concerne questa fondamentale fase poetica di Onofri, è indispensabile menzionare anche il suo saggio teorico Nuovo Rinascimento come Arte dell'Io, pubblicato in quello stesso periodo, dove il poeta dichiara la sua volontà di liberarsi da qualsiasi vincolo relativo alla cultura letteraria del suo tempo, per abbracciare un modo decisamente innovativo di fare poesia, caratterizzato da una struttura poematica, che ha come temi esclusivi quelli della rinascita e della rigenerazione del cosmo, dove tutti gli esseri viventi - uomini, animali e vegetali - vengono a far parte di un unico e perpetuo divenire, in cui si manifesta una volontà divina non del tutto chiarita, ma certamente vicina alla fede cristiana. Poesia filosofica e religiosa quindi (potrebbe essere definita teosofica), strettamente collegata alle teorie del filosofo austriaco Rudolf Steiner (1861-1925), fautore della «antroposofia», che pone l'essere umano quale cardine del divenire cosmico. C'è da ricordare infine che la figura del poeta romano fu fondamentale per molti scrittori giovani e di talento, come Girolamo Comi, Luigi Fallacara e Giorgio Vigolo, i quali ne seguirono le orme con nuovi, ottimi risultati; nel contempo Onofri è considerato l'anticipatore della scuola poetica soprannominata "ermetismo", e ciò risulta piuttosto evidente se si vanno a leggere le prime raccolte di Alfonso Gatto, Mario Luzi, Alessandro Parronchi e Piero Bigongairi, ovvero di alcuni tra i poeti "ermetici". 

L'opera poetica di Onofri, per molti anni è stata trascurata o addirittura dimenticata; per fortuna, da un po' di anni a questa parte si è avuta una rivalutazione della stessa, con ripubblicazioni della quasi totalità dei versi dello scrittore capitolino, compresi alcuni inediti che contribuiscono in modo ancor più esauriente a valorizzare uno dei migliori poeti italiani del XX secolo. Per questi contributi essenziali al recupero e alla riscoperta di Onofri, vanno ringraziati molti studiosi che si sono attivati in tal senso; tra di essi ricordo i nomi di Marco Albertazzi, Magda Vigilante, Anna Dolfi, Corrado Donati, Michele Beraldo, Mauro Ruggiero, Massimo Maggiari e Luigi De Vendittis. Chiudo, come sempre, coi titoli delle raccolte poetiche di Onofri, seguito da tre testi dello stesso (due in versi e uno in prosa).





Opere poetiche


"Liriche", Ed. di «Vita Letteraria», Roma 1907.

"Poemi tragici", Società Editrice Laziale, Roma 1908.

"Canti delle oasi", Tip. Tuscolana, Frascati 1909.

"Liriche", Ricciardi, Napoli 1914.

"Orchestrine", Libreria della Diana, Napoli 1917.

"Arioso", Casa d'Arte Bragaglia, Roma 1921.

"Le trombe d'argento", Carabba, Lanciano 1924.

"Terrestrità del sole", Vallecchi, Firenze 1927.

"Vincere il drago!", Ribet, Torino 1928.

"Simili a melodie rapprese in mondo", Al Tempo della Fortuna, Roma 1929.

"Zolla ritorna cosmo", Buratti, Torino 1930.

"Suoni del Gral", Al Tempo della Fortuna, Roma 1932.

"Aprirsi fiore", Gambino, Torino 1935.

"Poesie edite e inedite 1900-1914", Longo, Ravenna 1982.

"Poesie e prose inedite (1920-1923)", Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1989.

"Quaderno di Positano", Via del vento, Pistoia 1999.




Testi


TORNANDO ALLA CASA DI CAMPAGNA


O mia piccola casa di provincia,

dove memorie semplici ma care

si ravvivano intorno al focolare

per colui che ritorna e ricomincia


un interrotto sogno di dolcezza, -

o mia piccola casa, io ti ritrovo

come una volta in questo aprile novo

cui sempreverde il rosmarino olezza.


Son nidi ancora sotto le tue gronde,

e nell’orto i tuoi mandorli fioriti.

E, s’io lo chiami, ancora con nitriti

di gioia il mio polledro mi risponde.


E tutto è sempre qui come una volta,

qnand’io fanciullo uscivo lietamente

a fischiare ai ramarri e a coglier mente;

e tu sei tutta candida e raccolta.


Pur sento ormai che lontano mi fugge

l’anima sospirosa; ohimè, tu sei

sempre la stessa, ma nei sogni miei

naviga una sirena che mi strugge.


(da "Canti delle oasi", Edizione dell'autore, Roma 1909, pp. 77-78) 





UNA NASCITA


  C'era una volta un giardino pieno di fiori. E questi fiori, aprendosi ai raggi del sole, cantavano per la gran gioia, e sonavano dolcemente ognuno una musica sua. E bevendo la luce del cielo, le corolle intonavano la luce stessa del cielo, sì che non solo gli uccelli non si sentivano più sebbene cinguettassero tutti a distesa, ma perfino il sole e le stelle stavano zitti per non turbare quelle melodie celestiali sulla terra.

  Lungo i raggi lucenti del sole scendevano pianamente gli angioli fino a terra, e librandosi sulle grandi ali d'oro si fermavano delicatamente sui fiori, origliando la sublime armonia.

  Tutto il giardino non era che un solo concerto, un'orchestra sola, e i fiori s'aprivano così perdutamente innamorati che i profumi per la gran voluttà galleggiavano nell'aria densi come sapori, le corolle erano cupole di canti in un tremolìo d'organi sommessi, i colori raccontavano i segreti del passato, e la terra sfavillava tra l'erba come gli occhi amati delle donne.

  In quel giardino miracoloso nacque un bambino, e a questo bambino i fiori confidarono il loro segreto: «Se noi non sperassimo che la nostra musica diventi un giorno i canti meravigliosi che tu canterai agli uomini per condurli ad amare il creato, noi non moduleremmo mai questa musica estasiante che deve diventare parole nella tua anima».

Così nacque sulla terra un poeta, uno che lega i cuori al cielo, e fa stupire gli uomini della bellezza del mondo.


(da "Arioso", Casa d'Arte Bragaglia, Roma 1921, pp. 95-96)





SPALANCA LA PORTA DEL SOLE!


Spalanca la Porta del Sole!

ch’io veda nel buio il tuo viso

d’arcangelo, e dal paradiso

dilùviami le tue parole

       notturne di fiori

       e d’astri sonori.


Cancellami il grido del giorno:

del povero giorno mortale,

per prendermi sulle tua ale

che ignoran le vie del ritorno

       quaggiù, dove muore

       perfino l’amore.


No! dammi l’amore per tutti

questi esseri tuoi, nella vita,

cui dài la tua forza infinita

come albero ch’ama i suoi frutti,

       tacendo, e li sazia

       di succo e di grazia.


Ti cerco; ma un languido zelo

è il mio, se ti cerco soltanto

nell’ardua beltà del tuo manto

di gloria, o re degli angeli in cielo.

       Sei anche il fratello

       di me poverello.


(da "Terrestrità del sole", Vallecchi, Firenze 1927, pp. 108-109)