domenica 13 settembre 2026

"Poesie per l'amatore di stampe" di Roberto Roversi

 Poesie per l'amatore di stampe è il titolo della terza raccolta poetica di Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 - ivi, 14 settembre 2012). Fu pubblicata dall'editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta nel 1954; io per rileggerla mi sono avvalso della nuova pubblicazione risalente al 2015, avvenuta grazie alla Pendragon di Bologna (vedi foto sottostante). Chi volesse leggerla può in qualunque momento usufruire del sito www.robertoroversi.it, dove ci sono tutte le poesie edite e inedite di Roversi. Nelle primissime pagine di questo libriccino (64 totali di cui 6 vuote) vengono riportati tre estratti di lettere che il famoso scrittore siciliano Leonardo Sciascia inviò a Roversi tra il 19 settembre e il 14 dicembre del 1953; nella prima Sciascia lo incita a pubblicare i suoi versi pronti per la stampa nella "collezioncina di quaderni di «Galleria» (24 pagine, 300 esemplari, poesie e prose di eccezione); nella seguente lo scrittore racalmutese ragguaglia Roversi sui tempi di pubblicazione delle poesie che, nel frattempo, come da gentile richiesta gli erano state inviate; l'ultima lettera giustifica il ritardo della pubblicazione promessa (sarebbe dovuta avvenire nel dicembre del '53) per divergenze con l'editore che intendeva stampare soltanto una parte delle poesie di Roversi, per ragioni di spazio.

Poesie per l'amatore di stampe si compone di tredici poesie di media lunghezza, cui va aggiunto un Libretto d'appunti, ovvero ulteriori 21 brevi testi, simili ad epigrammi, ognuno dei quali è contrassegnato da una data ben precisa (si va dal 30 marzo 1947 del primo al 6 novembre 1947 dell'ultimo). Dopo quello che si potrebbe definire un apprendistato poetico, da cui scaturirono le primissime raccolte pubblicate durante la 2° Guerra Mondiale, con questo volumetto Roversi si dimostra uno dei giovani poeti italiani più promettenti, inserendosi in quel filone neorealistico che nel secondo dopoguerra dominò la scena della poesia nostrana per più di un decennio. Le 13 poesie che occupano gran parte del libro, assomigliano a piccoli quadri ritraenti un'umanità umile e dolente, per cui il poeta dimostra simpatia, comprensione e affetto; c'è il vecchio Celso: un povero contadino provato dagli stenti di una vita travagliata, che possiede un orticello e che subisce dei furti e poi inveisce contro il ladro (ma lui stesso è stato sorpreso mentre rubava dei frutti nell'orto di un vicino). C'è il carrettiere in parte somigliante a quello di una famosa poesia di Giovanni Pascoli, che ha trascorso l'intera vita spostandosi da un luogo all'altro, e durante il faticoso lavoro sogna di vivere oltre la pianura, in una delle lontane città che per lui non sono un miraggio; unico sollievo dell'uomo è la sosta in un piccolo paese, dove un campanaro gli apre la porta della piccola chiesa e gli offre del vino; soltanto con lui ha la possibilità di dialogare sulla morte, la dura vita e un paventato paradiso dove finalmente termini ogni tipo di dolore. C'è anche un vecchio marinaio sovrastato dalla stanchezza di una vita trascorsa in mare; pensa ai suoi compagni di viaggio ormai dispersi, e viene sopraffatto da una inconsolabile malinconia; stremato dagli anni, rimane ad osservare ciò che resta del suo mondo ormai estinto: due grandi barche in rovina abbandonate sul molo. Ci sono poi delle figure femminili: la poesia intitolata Rachele racconta la storia di una donna in due parti; nella prima domina la gioia del matrimonio nel paese di nascita; nella seconda ha il sopravvento il lutto causato dalla precoce morte del marito, e la quasi ossessiva dedizione di Rachele all'accudimento dei figli che nel frattempo le sono nati, con il terrore che anch'essi la abbandonino per andare lontano, lasciandola sola nell'ultima parte della sua fragile esistenza. La vicenda di Mara - altra poesia che vede come protagonista un personaggio femminile - è ancor più triste: la gioventù della donna è trascorsa nel migliore dei modi, allegramente, spensieratamente, tra la gente del suo paese che loda la sua bellezza e prevede per lei un futuro radioso. Passa però il tempo, e coloro che conoscevano e stimavano Mara sono già deceduti; lei si è ammalata e ha dovuto affrontare gli ultimi terribili momenti della sua vita in completa solitudine, più che mai sofferente. Straziante è la poesia intitolata Di una giovinetta appena morta, dove il poeta dà voce alla ragazza da poco deceduta, che dapprima parla del suo stato incontrovertibile e dell'impossibilità di provare qualsivoglia sensazione o emozione; quindi, rivolgendosi a coloro che visitano la sua tomba, chiede notizie riguardanti le percezioni dei sensi di chi vive ancora, relative alla stagione, al clima e alla natura circostante: piacevoli cose che lei non potrà mai più assaporare. Sempre la morte fa da sfondo nella lirica In memoria di Enrica Smeraldi; non so se si tratti della reale nonna del poeta, fatto sta che questi versi parlano di un'ava; nella prima parte l'anziana donna gravemente malata è morente; il nipote guarda il volto della nonna che, come l'intero corpo è straziato dalla malattia e dagli anni; ricorda i momenti belli della sua giovane vita, quando veniva amorevolmente accolto dalla nonna che gli offriva dei dolci e un po' di vino. Nella seconda parte del testo poetico, la morte dell'antenata è già avvenuta da tempo; il nipote si trova nel cimitero dove è sepolta, proprio davanti alla sua tomba; l'uomo ora ricambia l'amore della nonna portandogli un lumino nuovo e dei fiori freschi, pulendo il vecchio ritratto dove l'ava sorride e raddrizzando la croce; poi si ferma per un po' di tempo a farle compagnia. Ci sono anche due poesie che fanno storia a sé, essendo entrambe ambientate nel Medioevo: L'arazzo nella villa di Bentivoglio e Il racconto; i primi sono versi descrittivi, che ricordano la sequenza di un film: si parte dall'esterno di un castello con vari animali (soprattutto uccelli) che si aggirano intorno alla fortezza, per poi passare all'interno, dove si sta svolgendo un ricco banchetto con un re e una regina che dominano la scena. La seconda poesia parla di un uomo vecchio che, stanco, dopo un lungo vagabondare si riposa su di un prato non distante da un villaggio, la cui popolazione, curiosa, si avvicina a lui e gli pone una serie di domande; l'uomo racconta le sue avventure, probabilmente esagerando, e chi l'ascolta ne rimane incantato. Sia in Cuore in tumulto che in Saluto in un mattino d'inverno, sebbene le situazioni siano diverse, c'è un uomo che torna dalla donna amata. Sera d'avventura racconta le sensazioni di un uomo che decide di vivere, come recita il titolo, una sera avventurosa, recandosi nella dimora di una prostituta che ben conosce. In Temporale alcune ragazze si divertono a giocare con una palla, in uno spazio compreso tra un campo ed un orto; poi l'arrivo dell'acquazzone le costringe a trovare un posto in cui ripararsi.  

Le ventuno brevi poesie che fanno parte dell'ultima sezione: Libretto d'appunti, se si prova a confrontarle con la prima parte della raccolta, si può ben dire che non sfigurino affatto. Qui il poeta esterna una serie di sensazioni provate in giorni che vanno dalla primavera all'estate (una sola poesia - l'ultima - ha atmosfere tipicamente autunnali); vengono poi descritti, in particolari situazioni, personaggi di varia natura, tra cui è spesso presente la donna amata, di nome Elena; ci sono anche versi in cui l'attenzione è rivolta esclusivamente agli eventi atmosferici, ed altre che estrinsecano i desideri o i sogni del poeta. Insomma, Poesie per l'amatore di stampe è una raccolta da leggere assolutamente e da annoverare tra le migliori di Roberto Roversi. Ecco infine, due tra le poesie di questo libriccino che più ho gradito. 





RACHELE


Nel paese d’alta montagna

il torrente vola come un’ape impazzita

e i bambini ridono sul ponte,

il prete nel sole si assopisce.

Paolo accanto alla finestra

zufola e intaglia il legno,

Osso guarda una tela di ragno,

Diletta, fiore di melo,

reclinata la testa dorme, lievissima.

Gli altri, fra il verde tenero dei monti,

cercano le torpide marmotte:

dagli umidi buchi affiorano le bestie

appesantite dal sonno

ma un laccio risplende nel sole,

teso alla morte.

Secca come un pioppo

Rachele guarda le nuvole e gli uccelli,

nel meraviglioso deserto

ode la voce lontana dei figli

e il pallido respiro di Diletta dormente;

ferma sulla porta,

inchiodata come un’immagine sacra,

solo gli occhi sono papaveri ardenti.

 

*

 

Le fanciulle frementi attendono l’amica:

Rachele si sposa, Rachele di bianco è vestita

– la tela è ruvida ma il cuore è un cristallo.

Attendono, le amiche,

che dalla scala di legno discenda,

il volto di fiamma, lo sguardo fuggitivo.

Rachele a tutti stende la mano;

oggi è felice! si è mirata allo specchio,

ha lavato il corpo nell’acqua intiepidita;

Rachele! Rachele! le porte si aprono,

ogni finestra l’invita.

Oggi pranzeranno in piazza

e balleranno sul selciato,

affaticati gli uomini dal vino

rosse le ragazze con la malizia nel cuore.

Domani gli uomini passeranno il confine

– e le donne a pregare

per le valanghe, le tormente, i burroni;

ora le amiche accompagnano Rachele

– la tela è ruvida ma il cuore è un cristallo.

Altri attinge acqua; essa, felice nel sole

come il fieno accanto alla casa,

berrà il vino che arde

e gli uomini canteranno al suo amore.

Le campane suonano a distesa;

Rachele! Rachele! ogni porta si apre,

ogni finestra l’invita.

Le ragazze cantano pensando al loro giorno,

i giovani invidiano alla notte il sacrificio

e all’uomo la tenera preda.

Nel cuore arde fresco il desiderio.

 

*

 

Gli scavarono la fossa

scaglia per scaglia, piccone con piccone,

sudore e lungo affanno.

Dopo anni volati uno accanto all’altro

– ingiallivano le foglie nella pianura –

l’uomo scese rigido fra i sassi;

la morte l’aveva spogliato e diviso

e un vento malefico l’aveva seccato

sul limitare della casa.

Come suonarono a festa

le campane nel dì delle nozze

tanto duro e senza misericordia

fu il tocco del bronzo addolorato.

Lo posero fra i sassi, nel silenzio

del tramonto, quando il cielo

immemore si attarda a rimirare il prodigio;

e senza lamento, poiché tutti sanno

che il bene o il male ha il suo tempo

e la sua ragione.

 

I figli, accanto alla madre stretti e sorpresi;

Osso guarda una nuvola errante

che segna d’ombra il volto trafitto del padre.

Con pugni di terra fu coperto,

il volto fu accecato, la mano imprigionata;

poi come un gregge di agnelli

pieni di sonno e stupefatti

i piccoli tornarono alle solite mura,

al consueto riposo; nel silenzio

più non si udiva il russare profondo dell’uomo.

Essa raggela

al ricordo di quella notte, eterna.

 

*

 

Così Rachele

scava ogni giorno la sua nicchia per l’eternità

come l’acqua che incide la roccia

per aprirsi il cammino sotto l’arco del cielo;

e conta i figli quando escono al mattino

e ritornano alla sera, poiché i suoi pulcini

sono dolci e tremanti alla fatica.

Carlo mungendo si guardi

dalle corna della mucca impaziente!

Se Rachele sulla soglia attende

le pare che tutti debbano partire

e nessuno mai ritornare,

che i figli scendano in Francia

e le figlie al piano

e sola rimanga

come un cipresso gettato sulla proda di un fosso.

Almeno uno ritorni per chiuderle gli occhi

il giorno dell’estrema fatica!

Ma se ora grida i figli rispondono;

Osso correndo fra i sassi scivola

e s’alza piangendo,

Diletta sveglia guarda smarrita,

Carlo col latte giunge ridendo,

Osso si acquieta;

sulla montagna

lenta la sera stende il silenzio.


(da "Poesie per l'amatore di stampe", Pendragon, Bologna 2015, pp. 16-19)





Da "LIBRETTO D'APPUNTI"


                                                   27 aprile 1947

Un vecchio suonava il flauto,

tristi erano le note:

poi tacque e all’improvviso

la sinfonia del «Barbiere»

sprizzò nel cielo d’aprile.

Ma un uomo mi sussurrava

una odissea di mali:

la figlia impazzita

– rincorreva la madre col coltello

e aprendo la finestra

furiosamente rideva;

egli era stanco, ormai prossimo a morte.

Lo incoraggiai come potevo

ma la miseria del mondo

mi era scesa nel cuore;

io non udivo più il flauto

che, ancora, lieto suonava.


(da "Poesie per l'amatore di stampe", Pendragon, Bologna 2015, p. 42)


domenica 6 settembre 2026

La poesia di Arturo Onofri

 Fin da quando cominciai ad approfondire la conoscenza personale della poesia di Arturo Onofri (Roma, 15 settembre 1885 - ivi, 25 dicembre 1928), mi resi ben conto della sua straordinaria prolificità; e questa constatazione è ancor più valida se si pensa al fatto che il poeta romano morì a soli quarantatré anni. Straordinari sono anche gli sviluppi della sua poetica, che può essere divisa in tre o quattro fasi. Le prime due fasi a mio avviso andrebbero individuate nel periodo che va dal 1907 - anno della raccolta d'esordio intitolata semplicemente Liriche - al 1909, ovvero all'anno di uscita dei Canti delle oasi (in mezzo, datata 1908, c'è Poemi tragici, la seconda raccolta di versi onofriana). La prima fase vede un Onofri nient'affatto originale, che s'ispira quasi esclusivamente ai tre vati della poesia italiana di fine Ottocento e d'inizio Novecento: Carducci, Pascoli e D'Annunzio. A partire dalla seconda raccolta e, con esiti senz'altro più riusciti, dalla terza, lo scrittore capitolino s'inserisce con caratteristiche del tutto personali e ben marcate, nella corrente crepuscolare; ma le sue poesie non mostrano somiglianze con poeti del gruppo che si erano già affermati, come Corazzini, Gozzano e Govoni: si nota piuttosto una evidente simpatia per i poeti d'oltralpe, e in particolare per Francis Jammes; da questo punto di vista, la poesia di Onofri appartenete a questo specifico spazio temporale, si potrebbe accostare a quella di Fausto Maria Martini, e in particolar modo alle Poesie provinciali. Come a voler raggruppare e ricapitolare questo suo periodo poetico, Onofri nel 1914 fece pubblicare un secondo volume intitolato Liriche, che contiene gran parte dei versi delle sue prime tre raccolte, con modifiche anche profonde sia dei titoli che delle composizioni poetiche.

La nascita, nel 1912, della rivista Lirica (fondata e diretta dallo stesso Onofri), segna una svolta nella poesia del Nostro: da questo punto, si assiste ad un cambiamento di rotta piuttosto brusco, atto a promuovere una poesia "nuova", che ha vedute internazionali (specificatamente Francia e Germania), e che molto si avvicina ad un'altra celebre rivista di quel medesimo periodo: La Voce. Da qui in avanti Onofri cominciò a entrare in sintonia col cosiddetto frammentismo, con conseguente pratica esclusiva del "frammento" prosastico o poetico, quasi sempre breve eppure capace di sprigionare e trasmettere un'intensità fuori dal comune; ne fanno testimonianza le raccolte Orchestrine (1917) e Arioso (1921): la prima è composta da soli frammenti in prosa, mentre la seconda include anche delle poesie vere e proprie. 

Ed eccoci alla terza e più rilevante fase della poesia di Onofri: il cosiddetto Ciclo della Terrestrità del sole. Preceduto da un altro libro di prose: Le trombe d'argento (1924) che in parte ne anticipa le tematiche, tale ciclo è inaugurato dalla raccolta che è inclusa nel titolo, uscita nel 1927, e prosegue con Vincere il drago!, dell'anno successivo; a questi seguirono altri volumi - tutti postumi - che secondo la volontà dell'autore sarebbero andati a completare un progetto ambizioso e monumentale: Simili a melodie rapprese in mondo (1929), Zolla ritorna cosmo (1930), Suoni del Gral (1932), Aprirsi fiore (1935). Per quanto concerne questa fondamentale fase poetica di Onofri, è indispensabile menzionare anche il suo saggio teorico Nuovo Rinascimento come Arte dell'Io, pubblicato in quello stesso periodo, dove il poeta dichiara la sua volontà di liberarsi da qualsiasi vincolo relativo alla cultura letteraria del suo tempo, per abbracciare un modo decisamente innovativo di fare poesia, caratterizzato da una struttura poematica, che ha come temi esclusivi quelli della rinascita e della rigenerazione del cosmo, dove tutti gli esseri viventi - uomini, animali e vegetali - vengono a far parte di un unico e perpetuo divenire, in cui si manifesta una volontà divina non del tutto chiarita, ma certamente vicina alla fede cristiana. Poesia filosofica e religiosa quindi (potrebbe essere definita teosofica), strettamente collegata alle teorie del filosofo austriaco Rudolf Steiner (1861-1925), fautore della «antroposofia», che pone l'essere umano quale cardine del divenire cosmico. C'è da ricordare infine che la figura del poeta romano fu fondamentale per molti scrittori giovani e di talento, come Girolamo Comi, Luigi Fallacara e Giorgio Vigolo, i quali ne seguirono le orme con nuovi, ottimi risultati; nel contempo Onofri è considerato l'anticipatore della scuola poetica soprannominata "ermetismo", e ciò risulta piuttosto evidente se si vanno a leggere le prime raccolte di Alfonso Gatto, Mario Luzi, Alessandro Parronchi e Piero Bigongairi, ovvero di alcuni tra i poeti "ermetici". 

L'opera poetica di Onofri, per molti anni è stata trascurata o addirittura dimenticata; per fortuna, da un po' di anni a questa parte si è avuta una rivalutazione della stessa, con ripubblicazioni della quasi totalità dei versi dello scrittore capitolino, compresi alcuni inediti che contribuiscono in modo ancor più esauriente a valorizzare uno dei migliori poeti italiani del XX secolo. Per questi contributi essenziali al recupero e alla riscoperta di Onofri, vanno ringraziati molti studiosi che si sono attivati in tal senso; tra di essi ricordo i nomi di Marco Albertazzi, Magda Vigilante, Anna Dolfi, Corrado Donati, Michele Beraldo, Mauro Ruggiero, Massimo Maggiari e Luigi De Vendittis. Chiudo, come sempre, coi titoli delle raccolte poetiche di Onofri, seguito da tre testi dello stesso (due in versi e uno in prosa).





Opere poetiche


"Liriche", Ed. di «Vita Letteraria», Roma 1907.

"Poemi tragici", Società Editrice Laziale, Roma 1908.

"Canti delle oasi", Tip. Tuscolana, Frascati 1909.

"Liriche", Ricciardi, Napoli 1914.

"Orchestrine", Libreria della Diana, Napoli 1917.

"Arioso", Casa d'Arte Bragaglia, Roma 1921.

"Le trombe d'argento", Carabba, Lanciano 1924.

"Terrestrità del sole", Vallecchi, Firenze 1927.

"Vincere il drago!", Ribet, Torino 1928.

"Simili a melodie rapprese in mondo", Al Tempo della Fortuna, Roma 1929.

"Zolla ritorna cosmo", Buratti, Torino 1930.

"Suoni del Gral", Al Tempo della Fortuna, Roma 1932.

"Aprirsi fiore", Gambino, Torino 1935.

"Poesie edite e inedite 1900-1914", Longo, Ravenna 1982.

"Poesie e prose inedite (1920-1923)", Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1989.

"Quaderno di Positano", Via del vento, Pistoia 1999.




Testi


TORNANDO ALLA CASA DI CAMPAGNA


O mia piccola casa di provincia,

dove memorie semplici ma care

si ravvivano intorno al focolare

per colui che ritorna e ricomincia


un interrotto sogno di dolcezza, -

o mia piccola casa, io ti ritrovo

come una volta in questo aprile novo

cui sempreverde il rosmarino olezza.


Son nidi ancora sotto le tue gronde,

e nell’orto i tuoi mandorli fioriti.

E, s’io lo chiami, ancora con nitriti

di gioia il mio polledro mi risponde.


E tutto è sempre qui come una volta,

qnand’io fanciullo uscivo lietamente

a fischiare ai ramarri e a coglier mente;

e tu sei tutta candida e raccolta.


Pur sento ormai che lontano mi fugge

l’anima sospirosa; ohimè, tu sei

sempre la stessa, ma nei sogni miei

naviga una sirena che mi strugge.


(da "Canti delle oasi", Edizione dell'autore, Roma 1909, pp. 77-78) 





UNA NASCITA


  C'era una volta un giardino pieno di fiori. E questi fiori, aprendosi ai raggi del sole, cantavano per la gran gioia, e sonavano dolcemente ognuno una musica sua. E bevendo la luce del cielo, le corolle intonavano la luce stessa del cielo, sì che non solo gli uccelli non si sentivano più sebbene cinguettassero tutti a distesa, ma perfino il sole e le stelle stavano zitti per non turbare quelle melodie celestiali sulla terra.

  Lungo i raggi lucenti del sole scendevano pianamente gli angioli fino a terra, e librandosi sulle grandi ali d'oro si fermavano delicatamente sui fiori, origliando la sublime armonia.

  Tutto il giardino non era che un solo concerto, un'orchestra sola, e i fiori s'aprivano così perdutamente innamorati che i profumi per la gran voluttà galleggiavano nell'aria densi come sapori, le corolle erano cupole di canti in un tremolìo d'organi sommessi, i colori raccontavano i segreti del passato, e la terra sfavillava tra l'erba come gli occhi amati delle donne.

  In quel giardino miracoloso nacque un bambino, e a questo bambino i fiori confidarono il loro segreto: «Se noi non sperassimo che la nostra musica diventi un giorno i canti meravigliosi che tu canterai agli uomini per condurli ad amare il creato, noi non moduleremmo mai questa musica estasiante che deve diventare parole nella tua anima».

Così nacque sulla terra un poeta, uno che lega i cuori al cielo, e fa stupire gli uomini della bellezza del mondo.


(da "Arioso", Casa d'Arte Bragaglia, Roma 1921, pp. 95-96)





SPALANCA LA PORTA DEL SOLE!


Spalanca la Porta del Sole!

ch’io veda nel buio il tuo viso

d’arcangelo, e dal paradiso

dilùviami le tue parole

       notturne di fiori

       e d’astri sonori.


Cancellami il grido del giorno:

del povero giorno mortale,

per prendermi sulle tua ale

che ignoran le vie del ritorno

       quaggiù, dove muore

       perfino l’amore.


No! dammi l’amore per tutti

questi esseri tuoi, nella vita,

cui dài la tua forza infinita

come albero ch’ama i suoi frutti,

       tacendo, e li sazia

       di succo e di grazia.


Ti cerco; ma un languido zelo

è il mio, se ti cerco soltanto

nell’ardua beltà del tuo manto

di gloria, o re degli angeli in cielo.

       Sei anche il fratello

       di me poverello.


(da "Terrestrità del sole", Vallecchi, Firenze 1927, pp. 108-109)


domenica 30 agosto 2026

Antologie: "I Quindici, Volume 1: Poesie e rime"

 Ho voluto inserire nella categoria delle antologie poetiche anche il 1° volume de I Quindici: una enciclopedia per ragazzi nata negli Stati Uniti e poi esportata nel nostro paese a partire dagli anni '60 del XX secolo¹. Io me la ritrovai in casa nei primi anni '70, grazie ai miei genitori che decisero di acquistarla. Da quel che ricordo, il 1° volume - intitolato Poesie e rime - era tra i più letti o comunque sfogliati da me bambino che, a quell'età, non cercavo né amavo ancora le poesie, ma comunque avevo cominciato già a leggere qualcosa; le tante filastrocche presenti in questo volume in qualche modo mi interessavano, anche se magari ero più attratto dalle immagini che si trovavano nelle stesse pagine, direttamente collegate ai versi e scelte appositamente per attrarre l'attenzione dei fanciulli. Quando, molti anni dopo, andai a ricercare i vecchi libri di scuola e le poesie che vi erano comprese, non disdegnai affatto Poesie e rime dei Quindici, visto che i miei primi approcci col mondo della poesia (che includono anche tanti ricordi belli del periodo infantile) sono avvenuti leggendo questo volume e i libri di testo delle scuole elementari.

In Poesie e rime sono presenti versi di poeti di tutto il mondo; si parte dagli antichi greci e si giunge alla quarta generazione dei poeti italiani del Novecento. Parlando soltanto degli italiani, qui si possono trovare versi di Giacomo Leopardi, Giovanni Prati, Arnaldo Fusinato, Lorenzo Stecchetti, Giovanni Pascoli, Trilussa, Guido Gozzano, Umberto Saba, Marino Moretti, Aldo Palazzeschi, Diego Valeri, Giuseppe Ungaretti, Leonardo Sinisgalli, Alfonso Gatto e Franco Fortini; per alcuni dei citati sono presenti dei frammenti poetici, per altri poesie intere che spesso non erano nate per il pubblico infantile. Tra i cosiddetti scrittori per l'infanzia, vi compaiono filastrocche di Lina Schwarz, Angiolo Silvio Novaro, Giuseppe Fanciulli, Sto (nome d'arte di Sergio Tofano), Renzo Pezzani e soprattutto di Gianni Rodari, qui ampiamente rappresentato (ci sono una trentina di sue filastrocche). Chiude il volume il testo completo del Cantico delle creature di San Francesco d'Assisi, adattato al pubblico dei bambini tramite alcune modifiche apportate da Gigi Lunari. Ecco, per concludere, l'elenco dei nomi di tutti i poeti presenti in Poesie e rime: 1° volume dell'enciclopedia I Quindici.





I QUINDICI: POESIE E RIME


Alceo, Dorothy Aldis, Giuliana Bagnoli, Harry Behn, Hilaire Belloc, Luciano Beretta, Ettore Berni, Ugo Betti, Wanda Bontà, Vincenzo Bosari, Elda Bossi, Bertolt Brecht, Irene Brinati, Dorothy Brown Thompson, Gelett Brugess, Vincenzo Bruonzo, Lina Carpanini, Francesca Castellino, Maggiorina Castoldi, Alberto Cavaliere, Marchette Chute, Jolanda Colombini Monti, Mario Comassi, Tullio Consalvatico, Arpalice Cuman Pertile, Milly Dandolo, Idilio Dell'Era, Renzo Mario Delogu, Camilla Del Soldato, Dante Dini, Paola Donzelli Barris, Ignazio Drago, Minou Drouet, Edi, Giannina Facco, Giuseppe Fanciulli, Eugene Field, Franco Fortini, Renato Fucini, Anna Fumagalli, Arnaldo Fusinato, Aldo Gabrielli, Alfonso Gatto, Gentucca, Guido Gozzano, Antonio Greppi, Massimo Grillandi, Hilarius, Heinrich Hoffmann, Isa, Takuboki Ishikawa, Ignazio Krasinski, Peter Kumalo, Edward Lear, Giacomo Leopardi, Licimnio, Luca, Gigi Lunari, Mamma Serena, Franco Manisco, Biancamaria, Mazzoleni Ceschin, Vezio Melgari, Pietro Metastasio, Mario Milani, A.A. Milne, Marino Moretti, Mother Goose, Luisa Nason, Jessica N. North, Angiolo Silvio Novaro, Luigi Orsini, Enzo Ottaviani, Aldo Palazzeschi, Bruno Paltrinieri, Rina Paltrinieri, Giovanni Pascoli, Francesco Pastonchi, Renzo Pezzani, Amalia Pozzi, Giovanni Prati, Mario Pucci, Maria Punter, Laura E. Richards, Gianni Rodari, Colette Rosselli, Antonio Rubino, Umberto Saba, Saffo, Luigi Sailer, Kimmochi Saionji, Kim Samh Yong, K. di San Faustino, San Francesco d'Assisi, San Giuseppe da Copertino, Lina Schwarz, Tasso da Silveira, Leonardo Sinisgalli, Marina Spano, Lorenzo Stecchetti, Sto, Teresah, Eunice Tietjens, Raffaele Tosi, Trilussa, Giuseppe Ungaretti, Diego Valeri, Zietta Liù, Giuseppe Zoppi. 



NOTE

1) Negli Stati Uniti si chiamava: Childcraft - the How and Why Library; in Italia arrivò diversi decenni dopo col titolo: I Quindici, I Libri del Come e del Perché (pubblicata dalla casa editrice Field Educational Italia). Nel nostro paese la vendita avveniva tramite il "porta a porta", e in tal modo arrivò anche a casa mia.

domenica 23 agosto 2026

Maris Stella


Come uscita da una fiaba

del tempo della cuna

la casa della Madonna

fiorì nel vento al lume della luna.


Quattro cipressi giganti

chiusi in cappe di bronzo

ritti alla casa davanti

sorbivano il narcotico lunare.


Colleroso mostro il mare

scrollava le lucide scaglie

del dorso e galoppava

verso l'immota riva.


Affannata la luna entrava

in nuvole e ne usciva

variando con gioco insonne

d'ombre e luci la faccia

della casa della Madonna.


Lungo la casa lumi

tremavano e dal monte

il verde occhio del faro

stampava inquiete impronte

su l'iroso mare amaro.


Nel tenebrore della valle

oscillava Bussana antica

raduno di lugubri venti

di lucertole e di ortiche

pietre morte e rovi lenti.


Singulti lamenti preghiere

di sciagurati e di santi

combattuti nel mare della vita

tumultuavano ai piedi

della Madre dei naviganti.


Noi parlavamo cose

lontanevoli e vane:

cadevano parole inerti piane

come foglie in terra corrose.


Ma su l'altare vuoto

circondata dagli ex-voto

la Madonna d'amore vigilava:

con la forza degli occhi lucenti

dominava mare e venti.


Cessò il rombo del maestrale:

come cane battuto dal padrone

il mare si accosciò manso ed uguale

e baciava del monte lo sperone.






COMMENTO

Maris Stella è il titolo di una poesia di Angiolo Silvio Novaro (Diano Marina 1866 - Oneglia 1938) pubblicata sulla rivista La Lettura del 1° gennaio 1934. Questi versi non furono inseriti nelle raccolte poetiche dello scrittore ligure che uscirono negli anni seguenti: La Madre di Gesù (Mondadori, Milano 1936) e Tempietto (postuma, Mondadori, Milano 1939). 

Maris Stella ovvero Stella del mare, è un titolo antichissimo attribuito alla Vergine Maria. Tale nome è stato spesso utilizzato per rimarcare l'importanza di Maria: simbolo di guida spirituale, di speranza e di salvezza per i cristiani.

Stella Maris è anche il nome di α: Ursae Minoris (o Polaris), che in un lontano passato fungeva da punto di riferimento per la navigazione astronomica in mare.

Specialmente nella regione ligure, Maris Stella (o Stella Maris) è considerata la protettrice per eccellenza di marinai e pescatori; tale credenza è storicamente radicata, tant'è che diversi edifici religiosi della costa ligure portano il suo nome.

La "casa della Madonna" del verso 3, è di difficile identificazione. Probabilmente si tratta della Chiesa Ave Maris Stella di Imperia, situata a Borgo Marina, nel rione di Porto Maurizio; fu costruita negli anni successivi al terremoto del 1887, che colpì proprio quell'area della Liguria. Potrebbe anche essere la chiesa di Nostra Signora Stella Maris: luogo di culto cattolico che si trova nella località di Albisola Capo, nel comune di Albisola Superiore in provincia di Savona. L'edificio è situato nel vecchio borgo dei pescatori di Albisola, vicino alla spiaggia. 

Il verso 24 invece, fa riferimento a Bussana Vecchia, ossia una frazione collinare del comune di Sanremo. Come accennato in precedenza, proprio in questa località, nel febbraio del 1887 ci fu un terremoto devastante, che distrusse quasi totalmente il paese allora chiamato semplicemente Bussana; a seguito di questa calamità, Bussana fu completamente evacuata dagli abitanti (si spostarono circa pochi chilometri più a valle, dove si trova l'attuale Bussana Nuova); da allora, la parte vecchia è stata completamente abbandonata ed ha le tipiche caratteristiche dei "paesi fantasma". 


domenica 16 agosto 2026

Poeti dimenticati: Paolo Wenzel

 Paolo Wenzel è lo pseudonimo con cui si firmò Pietro Spinucci quando pubblicò i suoi versi su varie riviste del secondo dopoguerra. I suoi dati biografici sono molto scarsi: si sa soltanto che nacque a Comunanza, in provincia di Ascoli, nel 1921. Con lo stesso pseudonimo figura anche in diverse antologie poetiche che, a parte poco altro¹, contengono tutte le liriche dello scrittore marchigiano, il quale non pubblicò mai un volume di versi. Pochi sono anche i critici che si occuparono della sua poesia; tra di essi Valerio Volpini, che in un'antologia da lui curata avente come argomento principale la religiosità, inserì Wenzel come ultimo poeta della sua selezione; da tale antologia, ecco un breve estratto che fa parte della presentazione del poeta, e che precede i suoi versi:

  Come si possa accedere alla lirica di Wenzel non è difficile discorso perché il poeta non ha voluto creare tra sé e il lettore un distacco ermetico, né si è chiuso nei confini brevi di un mondo letterario.

  Spazia la sua poesia tra i ricordi felici di un paradiso perduto, ma l'infanzia trascorsa e l'adolescenza incantata non dànno l'avvio alle consuete malinconie, defunte ormai nel ritmo crepuscolare.

  Una visione serena che scopre l'innocenza delle cose e il perché delle ombre, attraversa, nell'onda melodica dell'endecasillabo esperto della tradizione e dei nuovi acquisti, la parte più viva di questi paesaggi dell'anima.

  Il susseguirsi delle immagini forma il legame esatto di questa lirica, protesa in un bisogno estremo di trascendenza. La realtà viene chiamata a riflesso delle stesse sembianze umane, a prendere i colori vivi di quei sentimenti che sono, ai nostri giorni, argomento di inquietudine e di speranze [...]².





Presenze in antologie


"Nuovi poeti", a cura di Ugo Fasolo, Vallecchi, Firenze 1950.

"Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea", Vallecchi, Firenze 1952 (pp. 485-497).

"La giovane poesia", a cura di Enrico Falqui, Colombo, Roma 1957 (pp. 333-334).




Testi



I DESIDERI MANTERRANNO INCERTA


I desideri manterranno incerta

la forma del mio Dio, come la luce

che rapida si muove da una cosa a l'altra

o l'altalena che tra sole e pioggia

sopra un culmine splendido ci issa

a filo delle pergole più alte,

poi rapida c'imbuca, e solo ha senso

quest'onda di sangue ripetuta;

non c'è scampo, mantenersi in alto

non dura, è un'altra morte

che misura il vuoto.

                              Così vidi

giostrare nel grecale, come fuoco

tra nube e nube, sofferente emblema

del mio spirito, il falco...

Oh poterlo legare al mio paletto

dove smania alla frusta del mai visto

il cuore: qualcosa d'imprendibile

che non s'avvera, una pena immortale

in un laccio straniero. Così chiesi

a Dio di sovrastarmi,

d'allevare incertezze, di spillare

la sua musica pazza sino in fondo.


(da "Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea", Vallecchi, Firenze 1952, p. 494)





L'AUTUNNO CHE IO VEDO


Com'è piccolo ciò che rifiorisce

e come grande ciò che muore in noi.


Ritentano le linfe stupefatte

alcuni rami della selva, invano.


Diventano di pietra le mie arterie

sul cui riflesso respirava il mondo.


Dilaga lentamente per la terra

il desiderio di un immenso autunno,

ed uno Spirito v'è che senza fretta

dall'alto attende che il gemito di vita

dentro il suo sguardo sia tornato pietra.


(da "La giovane poesia", Colombo, Roma 1957, pp. 333-334)





NOTE

1) Wenzel pubblicò poesie anche sulle riviste La Fiera Letteraria e Il Gallo.

2) Da Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea, a cura di Valerio Volpini, Vallecchi, Firenze 1952, p. 483.

domenica 9 agosto 2026

I sogni nella poesia italiana decadente e simbolista

 Ecco un tema portante, la cui importanza risulta più che evidente non solo nell’area dei poeti simbolisti e decadenti: dai sogni – che siano scaturiti dal sonno o dalla veglia non importa molto – sono nate opere d’arte sublimi. Volendo ora analizzare le poesie elencate di seguito a questo preambolo, l’idea preponderante nei versi dei poeti italiani decadenti e simbolisti è quella di vivere in funzione dei propri sogni, o, come ben chiarisce la poesia di Aldo Fumagalli, all’ombra dei propri sogni; i poeti insomma sono esseri speciali, capaci di creare, immaginare, vedere mondi fantastici grazie alla loro straordinaria fantasia. Si nota in più di una poesia la personificazione del sogno, che, come qualunque essere vivente, vive e muore (Camerana lo vede nella bara; Garoglio lo osserva “gagliardo” al limite della giovinezza; la Guglielminetti ascolta le parole dei sogni che, di notte, gli dormono accanto ecc.). Ci sono poi i sogni “raccontati” da poeti come Gnoli, Campana e Corazzini:il primo sogna di perdersi e di perdere tutto ciò che ha, perfino la propria ombra; il secondo di ritrovarsi in una stazione, in procinto di partire; il terzo invece di giungere in una città non ben definita, che si trova nel mezzo di un bosco. Spesso, all’interno dei sogni, si registrano degli eventi misteriosi, come nella poesia di Graf, che ricorda di aver sentito un melodioso canto di ragazza innamorata proveniente da un luogo non identificabile (qualcosa di simile si ritrova anche nella poesia di Varlado). Altro elemento che si riscontra in alcune poesie è quello della luce (contrapposto all’ombra di cui ho parlato precedentemente), che viene a rappresentare qualcosa di ultraterreno, una sorta di paradiso luminescente visibile solamente nei sogni e fortemente desiderato da poeti come Lipparini, Romagnoli e Zena. Frequente è anche, nei sogni di determinati poeti (Marcellusi, Marchese, Orvieto e Roccatagliata Ceccardi), la presenza di donne particolarmente affascinanti, irraggiungibili, così idealizzate da rimanere assai delusi quando, una figura femminile reale che in teoria potrebbe corrispondere a quella sognata, ben presto si rivela tutt’altra cosa. Vi sono infine delle liriche in cui i sogni posseggono requisiti contrastanti: in alcune sono molto attinenti alla vaghezza e all’indeterminatezza (Marrone, Moscardelli, Salvatori, Sella, Tarchiani); in altre più vicini alla semplicità e all’innocenza (il carrettiere, protagonista di una poesia di Giovanni Pascoli, sogna il suono delle cornamuse in un’atmosfera tipicamente natalizia).

 

 

Poesie sull’argomento

 

Mario Adobati: "Sogno d'oltremare" in "I cipressi e le sorgenti" (1919).

Gustavo Botta: "Nel sogno" in "Alcuni scritti" (1952).

Gustavo Brigante-Colonna: "Gli ulivi e le ginestre" in "Gli ulivi e le ginestre" (1912).

Giovanni Camerana: "Il sogno è morto..." in "Poesie" (1968).

Dino Campana: "Sogno di prigione" in "Canti Orfici" (1914).

Enrico Cavacchioli: "L'orologio" in "Le ranocchie turchine" (1909).

Sergio Corazzini: "L'ultimo sogno" in "Libro per la sera della domenica" (1906).

Gabriele D'Annunzio: "I poeti" in "Poema paradisiaco" (1893).

Aldo Fumagalli: "A l'ombra d'un sogno" in "Arcate" (1913).

Diego Garoglio: "La luna e il sogno" in "Sul bel fiume d'Arno" (1912).

Domenico Gnoli: "Il sogno" in "I canti del Palatino. Nuove solitudini" (1923).

Arturo Graf: "Sogno" in "Medusa" (1990).

Amalia Guglielminetti: "I sogni" in "Le Seduzioni" (1909).

Giuseppe Lipparini: "La scala d'oro" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).

Enzo Marcellusi: "Un altro sogno" in "I canti violetti" (1912).

Nicola Marchese: "Ballata della notte, 4" in "Le Liriche" (1911).

Tito Marrone: "Le apparenze d'un giorno" in "Le rime del commiato" (1901).

Nicola Moscardelli: "Il sogno" in "Abbeveratoio" (1915).

Angiolo Orvieto: "La sognata" e "La risvegliatrice" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).

Giovanni Pascoli: "Fides" e "Carrettiere" in "Myricae" (1900).

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: "Sogno di una notte di luna" in «Svegliarino», luglio 1897.

Ettore Romagnoli: "Sogno di vespro" in "Miti e fantasie" (1910).

Umberto Saffiotti: "Il Sogno" in "Le Fontane" (1902).

Fausto Salvatori, "Ali di sogni" in "In ombra d'amore" (1929).

Emanuele Sella: "L'Artefice ed il Sogno" in "Monteluce" (1909).

Alberto Tarchiani: "Dalle torri del silenzio" in "Piccolo libro inutile" (1906).

Carlo Vallini: "Il sogno" in "Un giorno" (1907).

Alessandro Varaldo: "Ne la culla de l'amaca" in "Marine liguri" (1898).

Remigio Zena: "Ebbene è un sogno se tu vuoi..." in "Le Pellegrine" (1894).

 



Testi

 

 

 SOGNO DI UNA NOTTE DI LUNA

di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919)

 

                                                                                      A l'Amata

Una notte di luna estiva al piano,

tra l'ombra d'oro da le siepi erranti

per i silenzî lucidi del grano,

come in Sogno si smarrîr gli Amanti.

 

E il mar li attrasse, e per cammin d'arcano

albore colmo, li afferrò, tremanti,

a coglier grappi d'astri da un lontano

arbore celestino luccicanti.

 

Un sogno, un pescatore, ed una bruna

rete… Ed or l'erba di amanti folta

ondeggia a un cippo che tra pini brilla.

 

E come in ala d'angelo raccolta

sul nido, Amor là sogna una tranquilla

illusion per un error di luna.

 

    28 giugno 1897

 

[da "Colloqui d'ombre. Tutte le poesie (1891-1919)", De Ferrari, Genova 2005, p. 323]

 

 

 

 

 IL SOGNO

di Umberto Saffiotti

 

Tu eri morta:

e le fontane tacevano:

parlavano li alberi desolati e parlavano

di te, sirena mia, - e tu eri morta.

Io guardavo li alberi e le fontane

ed esse tacevano come in angoscia.

Io pregai la bianca dea sognante ne l'ombra

perché le acque tornassero e le fontane vivessero:

poi che così le fontane eran come morte.

Sorrise la dea e aprì il gesto ampio de le braccia

armoniosamente

sì che li alberi desolati ne tremarono

e li zampilli sussultarono: le fontane

maravigliarono quando un gorgoglio da l'ombra

risonò di

acque.

Irruppero le acque e le fontane vissero

e li alberi si chinarono su la dea sognante

a nascondere il gesto ampio del mistero.

Tu - da l'ombra - apparisti

e mi cingesti di un lungo sguardo.

...Chi mai ne l'ombra ti farà rivivere,

quando morrai? il gesto chi mai vedrà

di una dea marmorea che sogni?...

Solo le fontane, solo le fontane...

 

(da "Dal simbolismo al deco", Einaudi, Torino 1981, Tomo primo, p. 166)

 

Gaetano Previati, "Il Sogno"
(da questa pagina Web)


 

domenica 2 agosto 2026

Le cicale in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Le cicale sono ancora qui, le sento cantare nei tanti e tanti giorni torridi di un'ennesima estate insopportabile… Ma certo non è insopportabile il canto di questi insetti discreti, che si mimetizzano grazie alla loro colorazione criptica unita ad una sorprendente capacità di rimanere immobili; è così che riescono a confondersi perfettamente con la corteccia degli alberi sui quali amano posarsi. Noi non possiamo vederle ma sentiamo il caratteristico rumore che emettono, e quando cantano le cicale vuol dire che sta facendo particolarmente caldo. Ultimamente mi succede spesso di sentirle anche durante la notte: indizio evidente dell'aumento delle temperature medie estive che si sta verificando da almeno un ventennio. Finché durerà il caldo, esse ci saranno, e ci faranno compagnia col loro inconfondibile canto. Poi l'estate passerà, e di loro non rimarrà più nulla fino al prossimo anno, quando un'altra afosa estate dominerà di nuovo la scena. Soltanto allora torneranno a farsi sentire.



LE CICALE IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO



ALLA CICALA

di Arnaldo Beccaria (1904-1972)


L'aria dilati oltre gli orizzonti

col canto tuo dolcissimo, che luce

aggiunge al fuoco bianco della luce.

Per le vallate

sconfinate dell'afa,

una, sempre te stessa, e innumerevole,

d'albero in albero, di fronda in fronda,

il mio orecchio t'insegue ove ti celi

nella mia ubiquità canicolare.

La vocale tua rete,

rada, avvolge ora il mondo,

e nel tuo puro altissimo delirio

io mi raggiungo ed un istante attingo

d'eternità.


(da "Sull'orlo del cratere", Mondadori, Milano 1966, p. 164)





CICALA

di Giuseppe Cesetti (1902-1990)


Cicala che tu fai la ninna nanna

Il cavalier s'avanza sonnecchiando

Cicala che tu fai da gran tettoia

Ai campi gialli della mia maremma.


La strada è bianca e tutta polverosa

Un albero secco fra il tufo tutto rosa

Vi sta sostando una mamma generosa

Che porta in testa un fascio di crescione

E l'ha raccolto dove c'è un ruscello

Sotto una quercia che faceva d'ombrello

Dove vanno abbeverarsi le cornacchie

Dei campi gialli della mia maremma.


Or la vecchietta fa ritorno a casa

Per quella strada bianca e polverosa

Col volto stanco d'un'antica sposa

Che porta da mangiare ai bimbi suoi

E la cicala con la sua canzone

Fissa precisa quale è la stagione

Il sole brilla e fa cantar la vecchia

Dicono i bimbi della mia maremma.


Mentre cicala tu muori cantando

La terra mia se ne va gemendo

Ed il mio cuore fa ritorno spesso

Tra i campi gialli della mia maremma.


                                                  Tuscania, 1931


[da "Tutte le poesie (1926-1986)", Edizioni di San Marco, Bologna 1988, p. 17]

 




SENTO L'AVVÌO DELLE CICALE

di Giuseppe Cosmi (1913-1937)


Sento l'avvìo delle cicale

nel mattino nuvoloso,

quasi un richiamo di pioggia.

La cicala, nel verde folto

del frassino, distilla, dall'amara

scorza, l'essenza strana

per le bevande dell'estate.


         Mattina del 10 Luglio 1935-XIII


(da "Liriche", Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte 2023, p. 47)





CICALA AMICA

di Donata Doni (Santina Maccarone, 1913-1972)


Cicala amica canora

delle mie estati.

Cicala inno al sole, al verde, alla vita.

Intoni il canto dell'estate piena

col tuo grido felice.

È una monodia assolata

è la realtà delle spighe

falciate, degli ozi meridiani

delle fughe verso i campi,

i monti, il mare.

Dovunque ti troviamo.

Se canti tra il verde dei pini

infondi un tremito ai rami,

ravvisi l'ebrietà del sole,

della quiete, dell'inerzia.

Cicala amica, inutilmente

calunniata dai moralisti.

Ti prediligo perché mi somigli.


                     Roma, Villa Giuseppina, 8 luglio 1972


(da "Il fiore della gaggìa", Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1973, p. 168)





LA CICALA

di Achille Leto (1870-1963)


Quando più 'l sol meridiano bolle

su le campagne solitarie e 'l mare,

io la cicala su dal piano al colle

     odo cantare.


E canta canta, sazia di rugiade,

ebra di sole, fin dalla mattina;

e canta canta tra le grandi biade,

     essa piccina.


E più riempie di sé tutt'intorno

la terra, il cielo; e perché canti, ignora.

Così, sorella cicalina! E 'l giorno

     bruci più ancora.


(da "Le Metope", Tip. Spinnato, Palermo 1907, p. 35)





CICALA

di Daria Menicanti (1914-1995)


Dentro il fesso di un tronco la cicala

ho ritrovato vuota, una velina

spoglia ravvoltolata. Quel vociare

tutto quel gran lodarsi l’estate

che lei che le compagne facevano,

noi prima di riaverlo

un’intera invernata dovrà

con la sua pace fredda passare


(da "Il concerto del grillo", Mimesis, Milano-Udine 2013, p. 459)





DELIRIO MERIDIANO

di Arturo Onofri (1885-1928)


Nel solleone le cicale in coro

cantano ebbre tra gli olmi a gran distesa,

e stupore di sole a piombo pesa

nel silenzio dell’arido pianoro

come l’angoscia d’un’immane attesa.


Ma sulla polve bianca una vecchietta 

giace nell’ombra, e con gli occhiuzzi grami 

(mentre maciulla un tozzo che la sfami) 

sbigottisce a un ramarro ch’assaetta 

la strada ardente sotto i radi rami.


Sei, cicalìo, come un tremar di stelle 

in cielo d’alba, e scende, come suole, 

fresca rugiada all’anima, cui duole 

l’eterno arsore del suo sogno imbelle. 

Ora, agli occhi accecati, è buio il sole.


(da "Liriche", Ricciardi, Napoli 1914, pp. 59-60)





POESIA PER UNA CICALA

di Leonardo Sinisgalli (1908-1981)


Io non so cantare lo zelo

Della formica immortale.

Più vicino alla mia sorte

È lo stridore della cicala

Che trema fino alla morte.

Nel tempo mio diletto

Mi confidavo a quell'ira

Insistente che mi assopiva

Con la cicala nel petto.

Ora nello sfacelo

Della mia giornata mi resta

Un po' di polvere in pugno,

Ma tanto vale la tua spoglia

Che ancora risento quel melo

Stormire e nell'aria di giugno

La tua allegria funesta

Nascere dietro una foglia.


(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 2020, pp. 43-44)





CICALA

di Geppo Tedeschi (1907-1993)


Nascosta,

tra la chioma

de l'estate,

suona ai viandanti

in marcia,

alle pianure,

ai rivi,

alle casette dirupate.

È quasi mezzogiorno.

Sonno mago

toglie, a una vecchia,

dalla mano,

l'ago.


(da "Antologia poetica dal futurismo ad oggi", Cartia Editore, Roma 1975, p. 133) 





CICALA

di Mario Visconti (1920-1995)


La cicala, monotona sirena

sul verde mal di mare dell'estate,

è l'oblio della vita e dell'amore.

Altre cure verranno, ma il presente

colora di speranza ogni abbandono

e di felicità l'antica pena.

Così passando a poco a poco muore

il tempo, e l'infinito si scatena.


(da "Poesie", Mondadori, Milano 1953, p. 88)