domenica 2 agosto 2026

Le cicale in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Le cicale sono ancora qui, le sento cantare nei tanti e tanti giorni torridi di un'ennesima estate insopportabile… Ma certo non è insopportabile il canto di questi insetti discreti, che si mimetizzano grazie alla loro colorazione criptica unita ad una sorprendente capacità di rimanere immobili; è così che riescono a confondersi perfettamente con la corteccia degli alberi sui quali amano posarsi. Noi non possiamo vederle ma sentiamo il caratteristico rumore che emettono, e quando cantano le cicale vuol dire che sta facendo particolarmente caldo. Ultimamente mi succede spesso di sentirle anche durante la notte: indizio evidente dell'aumento delle temperature medie estive che si sta verificando da almeno un ventennio. Finché durerà il caldo, esse ci saranno, e ci faranno compagnia col loro inconfondibile canto. Poi l'estate passerà, e di loro non rimarrà più nulla fino al prossimo anno, quando un'altra afosa estate dominerà di nuovo la scena. Soltanto allora torneranno a farsi sentire.



LE CICALE IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO



ALLA CICALA

di Arnaldo Beccaria (1904-1972)


L'aria dilati oltre gli orizzonti

col canto tuo dolcissimo, che luce

aggiunge al fuoco bianco della luce.

Per le vallate

sconfinate dell'afa,

una, sempre te stessa, e innumerevole,

d'albero in albero, di fronda in fronda,

il mio orecchio t'insegue ove ti celi

nella mia ubiquità canicolare.

La vocale tua rete,

rada, avvolge ora il mondo,

e nel tuo puro altissimo delirio

io mi raggiungo ed un istante attingo

d'eternità.


(da "Sull'orlo del cratere", Mondadori, Milano 1966, p. 164)





CICALA

di Giuseppe Cesetti (1902-1990)


Cicala che tu fai la ninna nanna

Il cavalier s'avanza sonnecchiando

Cicala che tu fai da gran tettoia

Ai campi gialli della mia maremma.


La strada è bianca e tutta polverosa

Un albero secco fra il tufo tutto rosa

Vi sta sostando una mamma generosa

Che porta in testa un fascio di crescione

E l'ha raccolto dove c'è un ruscello

Sotto una quercia che faceva d'ombrello

Dove vanno abbeverarsi le cornacchie

Dei campi gialli della mia maremma.


Or la vecchietta fa ritorno a casa

Per quella strada bianca e polverosa

Col volto stanco d'un'antica sposa

Che porta da mangiare ai bimbi suoi

E la cicala con la sua canzone

Fissa precisa quale è la stagione

Il sole brilla e fa cantar la vecchia

Dicono i bimbi della mia maremma.


Mentre cicala tu muori cantando

La terra mia se ne va gemendo

Ed il mio cuore fa ritorno spesso

Tra i campi gialli della mia maremma.


                                                  Tuscania, 1931


[da "Tutte le poesie (1926-1986)", Edizioni di San Marco, Bologna 1988, p. 17]

 




SENTO L'AVVÌO DELLE CICALE

di Giuseppe Cosmi (1913-1937)


Sento l'avvìo delle cicale

nel mattino nuvoloso,

quasi un richiamo di pioggia.

La cicala, nel verde folto

del frassino, distilla, dall'amara

scorza, l'essenza strana

per le bevande dell'estate.


         Mattina del 10 Luglio 1935-XIII


(da "Liriche", Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte 2023, p. 47)





CICALA AMICA

di Donata Doni (Santina Maccarone, 1913-1972)


Cicala amica canora

delle mie estati.

Cicala inno al sole, al verde, alla vita.

Intoni il canto dell'estate piena

col tuo grido felice.

È una monodia assolata

è la realtà delle spighe

falciate, degli ozi meridiani

delle fughe verso i campi,

i monti, il mare.

Dovunque ti troviamo.

Se canti tra il verde dei pini

infondi un tremito ai rami,

ravvisi l'ebrietà del sole,

della quiete, dell'inerzia.

Cicala amica, inutilmente

calunniata dai moralisti.

Ti prediligo perché mi somigli.


                     Roma, Villa Giuseppina, 8 luglio 1972


(da "Il fiore della gaggìa", Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1973, p. 168)





LA CICALA

di Achille Leto (1870-1963)


Quando più 'l sol meridiano bolle

su le campagne solitarie e 'l mare,

io la cicala su dal piano al colle

     odo cantare.


E canta canta, sazia di rugiade,

ebra di sole, fin dalla mattina;

e canta canta tra le grandi biade,

     essa piccina.


E più riempie di sé tutt'intorno

la terra, il cielo; e perché canti, ignora.

Così, sorella cicalina! E 'l giorno

     bruci più ancora.


(da "Le Metope", Tip. Spinnato, Palermo 1907, p. 35)





CICALA

di Daria Menicanti (1914-1995)


Dentro il fesso di un tronco la cicala

ho ritrovato vuota, una velina

spoglia ravvoltolata. Quel vociare

tutto quel gran lodarsi l’estate

che lei che le compagne facevano,

noi prima di riaverlo

un’intera invernata dovrà

con la sua pace fredda passare


(da "Il concerto del grillo", Mimesis, Milano-Udine 2013, p. 459)





DELIRIO MERIDIANO

di Arturo Onofri (1885-1928)


Nel solleone le cicale in coro

cantano ebbre tra gli olmi a gran distesa,

e stupore di sole a piombo pesa

nel silenzio dell’arido pianoro

come l’angoscia d’un’immane attesa.


Ma sulla polve bianca una vecchietta 

giace nell’ombra, e con gli occhiuzzi grami 

(mentre maciulla un tozzo che la sfami) 

sbigottisce a un ramarro ch’assaetta 

la strada ardente sotto i radi rami.


Sei, cicalìo, come un tremar di stelle 

in cielo d’alba, e scende, come suole, 

fresca rugiada all’anima, cui duole 

l’eterno arsore del suo sogno imbelle. 

Ora, agli occhi accecati, è buio il sole.


(da "Liriche", Ricciardi, Napoli 1914, pp. 59-60)





POESIA PER UNA CICALA

di Leonardo Sinisgalli (1908-1981)


Io non so cantare lo zelo

Della formica immortale.

Più vicino alla mia sorte

È lo stridore della cicala

Che trema fino alla morte.

Nel tempo mio diletto

Mi confidavo a quell'ira

Insistente che mi assopiva

Con la cicala nel petto.

Ora nello sfacelo

Della mia giornata mi resta

Un po' di polvere in pugno,

Ma tanto vale la tua spoglia

Che ancora risento quel melo

Stormire e nell'aria di giugno

La tua allegria funesta

Nascere dietro una foglia.


(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 2020, pp. 43-44)





CICALA

di Geppo Tedeschi (1907-1993)


Nascosta,

tra la chioma

de l'estate,

suona ai viandanti

in marcia,

alle pianure,

ai rivi,

alle casette dirupate.

È quasi mezzogiorno.

Sonno mago

toglie, a una vecchia,

dalla mano,

l'ago.


(da "Antologia poetica dal futurismo ad oggi", Cartia Editore, Roma 1975, p. 133) 





CICALA

di Mario Visconti (1920-1995)


La cicala, monotona sirena

sul verde mal di mare dell'estate,

è l'oblio della vita e dell'amore.

Altre cure verranno, ma il presente

colora di speranza ogni abbandono

e di felicità l'antica pena.

Così passando a poco a poco muore

il tempo, e l'infinito si scatena.


(da "Poesie", Mondadori, Milano 1953, p. 88)





domenica 26 luglio 2026

Case editrici: Lattes

 Lattes è il nome di una casa editrice che fu fondata a Torino nel 1893 da Simone Lattes (1862-1925). Inizialmente si dedicò alla pubblicazione di opere letterarie i cui autori erano per lo più giovani scrittori e poeti italiani; in seguito allargò il campo delle pubblicazioni inserendovi diversi ambiti e discipline (furono stampate edizioni tecniche, scientifiche e scolastiche). Durante lo sciagurato periodo del regime fascista, per via della promulgazione delle leggi razziali, la Lattes fu costretta a mutare il proprio nome in Editrice Libraria Italiana. Nel frattempo Simone aveva lasciato la direzione al figlio Ernesto (1886-1937) e poi al nipote Mario Lattes (1923-2001); quest'ultimo oltre che all'editoria si dedicò all'arte, divenendo un apprezzato pittore e scrittore. Grazie a Mario infine la Lattes rifiorì nel secondo dopoguerra con un incremento dei locali aziendali e con la nascita del periodico artistico «Galleria». La casa editrice torinese è tutt'ora attiva, per lo più nel settore scolastico. A proposito del periodo iniziale di attività della Lattes, c'è da ricordare che diede alle stampe diverse opere poetiche di autori italiani provenienti da Torino e dintorni, più o meno giovani, che si andavano affermando proprio tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo; tra costoro si rammentano i nomi di Cosimo Giorgieri Contri, Arturo Foà, Amalia Guglielminetti e Carlo Chiaves. Ecco infine i testi di due poesie tratti da due volumi pubblicati dalla Lattes.






ANTICA SERA DI PIOGGIA

di Cosimo Giorgieri Contri (1870-1943)


Quando scendemmo per la via di Gàggiola 

era la notte di settembre, oscura. 

Non una stella: un ciel come di cenere, 

non una fiamma in mezzo alla pianura.


Davanti a noi la lanternetta pensile

tra le acacie prolisse,

pareva un occhio che un'arborea palpebra

or sì, or no, coprisse.


Pur la notte apparìa dolce. Nell'aria 

era un odor di pioggia settembrina; 

discendevano canti di vendemmia 

con le stornellatrici alla marina:


qualche cane abbaiava e nella tenebra 

si udìan sue peste rade: 

anche il respir si udìa che fanno gli alberi 

quando la notte cade.


Ah! una goccia di piova... un'altra goccia... 

ohimè la meta è ancor tanto lontana: 

apri l'ombrello. Sciuperanno i ciottoli 

tutte le trine della tua sottana.


Stringiti al braccio mio: dalle pozzanghere 

ti salverò se mai;

e tu per premio un bacio ogni chilometro, 

cara, mi assentirai.


Oh! il dolce peso del suo corpo giovine, 

oh l'odore de' suoi capelli neri: 

muover così nell'ombre che ci avvolgono, 

tra questi colli, per questi sentieri,


e riudire i sogni dell'infanzia

dirmi all'orecchio, piano:

Resta con noi. Quel che sognasti è inutile,

quel che giungesti è vano.


Non resterò, voi lo sapete, o queruli 

ammonitori. Ecco siam presso... Andiamo. 

La bella sera di settembre, io mormoro: 

e tu sorridi e mi rispondi: T'amo.


— Essi son là sui colli ove la pioggia 

ricomincia il suo metro: 

e ascoltan sempre s'io ritorni — è inutile, 

sogni! — s'io torni indietro…


(da "La Donna del Velo", Lattes, torino 1905, pp. 109-110)





UNA VOCE

di Amalia Guglielminetti (1881-1941)


Una voce nell'ombra ha qualche volta 

la morbidezza calda d'una cosa 

tangibile. Non s'ode, non s'ascolta,


ma sul cuor che l'accoglie quasi posa 

le sue parole ad una ad una, come, 

quando langue, le sue foglie una rosa.


Se invoca piano, in ansia, un caro nome 

par che vi tremi il mal represso ardore 

d'un bacio non osato fra le chiome.


E di soverchia intensità essa muore 

soffocata ed il pianto che l'assale 

sembra il principio dolce dell'amore,


ed è l'inizio acerbo del suo male.


(da "Le Seduzioni. Le Vergini Folli", Lattes, Torino 1921, p. 53)


domenica 19 luglio 2026

"Negli spazi intermedi" di Luciano Erba

 Fin dai suoi esordi poetici, avvenuti all'inizio della seconda metà del XX secolo, Luciano Erba (Milano 1922 - ivi 2010) pubblicò spesso plaquettes e volumetti che, successivamente, riunì in libri più corposi riassumenti la sua attività poetica di un determinato periodo. Nella prima categoria rientra il libriccino intitolato Negli spazi intermedi; poesie '96-'98, uscito a Milano alla fine del 1998 grazie alla casa editrice All'Insegna del Pesce d'Oro. C'è da dire però che le ventiquattro poesie comprese nelle sessantaquattro pagine di questo piccolo capolavoro, sono quasi tutte di ottima qualità. Si ritrova senza alcun dubbio il poeta già conosciuto in precedenza, appartenente alla generazione che, in seguito al titolo di una celebre antologia curata dal critico Luciano Anceschi, fu definita della "Linea lombarda", con caratteristiche post-ermetiche, arguti spunti ironici ed una evidente, seppur mai palesata, intenzione di desublimare l'arte poetica. I temi ricorrenti nelle poesie di questa plaquettes non sono affatto estranee al modus operandi di Erba: personaggi del presente e del passato conosciuti direttamente dal poeta, descritti spesso in modo curioso; paesaggi e figure cittadine che spingono l'osservatore a più o meno profonde riflessioni; amici (artisti, religiosi o colleghi) ricordati per eventi annuali o per precise opere; pensieri in versi riguardanti il poeta stesso, che fa una sorta di riepilogo della sua vita sociale ed artistica, includendovi sempre e comunque una buona dose d'ironia. Insomma, Negli spazi intermedi mi sembra una delle piccole opere poetiche più riuscite di Erba; tale fu il mio pensiero anche quando la comperai più di cinque lustri or sono (e ovviamente ci misi poco a leggerla tutta) perché ricordo che rimasi estremamente soddisfatto dell'acquisto appena avvenuto. Ecco, infine, due brevi poesie che ho trascritto da questo bel volumetto.





DAL TERRAZZO


Prima che appaia la luna

sullo schermo del cielo,

navigare sull'internet dei tetti

scoprire alberi e antenne

a Milano, d'agosto.


(da "Negli spazi intermedi", All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano 1998, p. 27)





LA PIROGA


Si passano le stagioni

a scavare il tronco di un albero

per preparare la piroga

su cui c’imbarcheremo in autunno.


(da "Negli spazi intermedi", All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano 1998, p. 35)

domenica 12 luglio 2026

La poesia di Mario Luzi

 Mario Luzi (Sesto Fiorentino 1914 - Firenze 2005) è uno dei poeti italiani del XX secolo più amati, considerati e celebrati; unico rammarico (forse non tanto per lui, ma per i suoi ammiratori) è quel Premio Nobel per la Letteratura solamente sfiorato. Il mio primo approccio con la poesia di Luzi non fu dei migliori: sfogliando un vecchio libro scolastico - era per me il periodo "pioneristico" di una vera e propria scoperta della poesia - trovai infatti il nome del poeta fiorentino seguito da un breve commento sulla sua opera e da un testo intitolato Avorio: uno dei più ostici alla comprensione, non adatto a chi in quel momento stava cercando qualcosa di più semplice e comprensibile. Poi però, leggendo altre poesie di Luzi presenti in antologie piuttosto famose, mi resi conto del valore estremamente alto dei suoi versi, divenendone anch'io un estimatore. Per fare una sintetica analisi della poesia di Mario Luzi mi sono avvalso del notevole saggio di Pier Vincenzo Mengaldo che precede una selezione di testi poetici dello scrittore toscano, e che si può leggere in Poeti italiani del Novecento, a cura dello stesso Mengaldo, pubblicato per la prima volta dalla Mondadori di Milano nel 1978.

È possibile rintracciare almeno quattro fasi della poesia di Luzi; io parlerò soltanto delle prime tre, perché le conosco meglio e perché ritengo siano quelle più significative. La prima fase può essere identificata negli anni che vanno dal 1935 al 1947, e vede il poeta fiorentino quale miglior rappresentante di un movimento "nuovo", quale fu l'ermetismo, nato già da qualche anno grazie a poeti come Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale; il giovane Luzi si dimostrò subito all'altezza di questi "mostri sacri" della poesia italiana, inserendosi di diritto nella migliore corrente ermetica, in virtù di versi che dimostrano sapienza, raffinatezza ed abilità non riscontrabili in altri suoi coetanei (ad un livello inferiore si potrebbero citare i nomi di Piero Bigongiari e Alessandro Parronchi); tale poesia, come dice Mengaldo: 


prosegue quella linea «orfica» della lirica moderna, che ha il suo archetipo in Mallarmé, ma retrocedendo fino al romanticismo visionario di Coleridge o Nerval e recuperando della più vicina tradizione italiana Onofri e soprattutto Campana, mentre al di là delle Alpi guarda specialmente alla lezione surrealista [...]¹


Una seconda fase che, a detta di molti critici è anche la migliore della poesia di Luzi, va individuata nel decennio compreso tra il 1952 e il 1962. Per meglio spiegarla, utilizzo ancora una volta le impeccabili parole di Pier Vincenzo Mengaldo:


Nel secondo e centrale momento della sua carriera, che comprende grosso modo le tre raccolte Primizie del deserto, Onore del vero e Dal fondo delle campagne, Luzi tocca certamente i risultati più alti. Ciò che prima era soprattutto atteggiamento letterario, qui diventa davvero esperienza esistenziale, e l'autore (già con Quaderno gotico) incomincia a farsi storico di se stesso. Attraverso il Montale delle Occasioni Luzi passa sotto il patronato, ideologicamente più congruo, di Eliot, in parallelo al quale egli approfondisce la metafisica, tra cristiana e platonica, della identità e reciproca reversibilità, o meglio perpetua oscillazione, di divenire ed essere, mutamento e identità, tempo ed eternità, e così via [...]²


Si riscontra anche una particolare attenzione, in parecchi versi di questo periodo, alla descrizione dei paesaggi:


[...] un paesaggio tetro e brullo, aspro e tagliente, perennemente corso dal vento e attraversato da rare e squallide comparse umane, che ha certamente un modello reale nei borghi e nelle campagne della Toscana e dell'Italia centrale, ma sospesi e quasi dimenticati dal tempo storico, fatti irreali ed emblematici [...]³


La terza fase della lirica di Luzi - che può essere compresa tra il 1963 (in cui uscì la raccolta Nel magma) al 1971, ovvero all'anno della pubblicazione del volume intitolato Su fondamenti invisibili - si distingue per altre caratteristiche del tutto nuove: la scelta quasi unica del poema; una poesia più narrativa e dialogica, che si radicalizza nella realtà e che a volte  - proprio in virtù dei dialoghi spesso presenti nelle composizioni poetiche - ricorda la classica opera teatrale. Ciò che emerge maggiormente qui è l'incapacità, da parte del poeta, di avere certezze sul reale; l'impossibilità di giudicare o addirittura comprendere i fatti politici, di cronaca o di attualità di quel preciso momento della storia dell'umanità.

Chiudo riportando l'elenco delle opere poetiche di Mario Luzi, seguito dalla trascrizione di tre poesie che ben rappresentano le tre fasi di cui ho parlato sopra.  


Mario Luzi in un disegno di Eugenio Dragutescu



Opere poetiche


"La barca", Guanda, Modena 1935.

"Avvento notturno", Vallecchi, Firenze 1940.

"Un brindisi", Sansoni, Firenze 1946.

"Quaderno gotico", Vallecchi, Firenze 1947.

"Primizie nel deserto", Schwarz, Milano 1952.

"Onore del vero", Neri Pozza, Venezia 1957.

"Il giusto della vita", Garzanti, Firenze 1960.

"Nel magma", All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano 1963.

"Dal fondo delle campagne", Einaudi, Torino 1965.

"Su fondamenti invisibili", Rizzoli, Milano 1971.

"Al fuoco della controversia", Garzanti, Milano 1978.

"Per il battesimo dei nostri frammenti", Garzanti, Milano 1985.

"Frasi e incisi di un canto salutare", Garzanti, Milano 1990.

"Perse e brade", Newton Compton, Roma 1990.

"Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini", Garzanti, Milano 1994.

"L'opera poetica", Mondadori, Milano 1998.

"La Passione. Via Crucis al Colosseo", Garzanti, Milano 1999.

"Sotto specie umana", Garzanti, Milano 1999.

"Poesie ritrovate", Garzanti, Milano 2003.

"Dottrina dell'estremo principiante", Garzanti, Milano 2004.

"Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime", Garzanti, Milano 2009.

"Poesie ultime e ritrovate", Garzanti, Milano 2014.




Testi



SAXA


Ricordi tu Maria Borromini

esitante assolata sulle staffe,

la pianura e i suoi vortici d'ombra

quando rossa più esubera la caccia?


Lungo il fiume ai suoi piedi correva

la vita che non ebbe altro soccorso,

tra le nuvole un bramito gelava

nella luce di cui fu vitreo il corso.


Ma in un sogno longanime esulava

sulle sabbie il cavallo fortunoso

e la sua mano già trasecolava

dalle briglie celesti all'orizzonte.


Dai cancelli i fanciulli illividiti

trasalivano al vento, interrompeva

l'eterno con i suoi battiti verdi

la falange odorosa a primavera.


Quale stella equivalse il suo destino

oltre la cecità d'ogni figura,

qual è il fuoco dov'arse il suo cammino

ventoso per le rapide colline?


Un corno trafelato sull'altura

i fuochi dei pastori aduna, aduna

strie luminose in corsa nella pura

notte un palpito oscuro di fortuna.


(da "Tutte le poesie", Garzanti, Milano 1993, p. 59)





COME TU VUOI


La tramontana screpola le argille,

stringe, assoda le terre di lavoro,

irrita l'acqua nelle conche; lascia

zappe confitte, aratri inerti

nel campo. Se qualcuno esce per legna,

o si sposta a fatica o si sofferma

rattrappito in cappucci e pellegrine,

serra i denti. Che regna nella stanza

è il silenzio del testimone muto

della neve, della pioggia, del fumo,

dell'immobilità del mutamento.


Son qui che metto pine

sul fuoco, porgo orecchio

al fremere dei vetri, non ho calma

né ansia. Tu che per lunga promessa

vieni ed occupi il posto

lasciato dalla sofferenza

non disperare o di me o di te,

fruga nelle adiacenze della casa,

cerca i battenti grigi della porta.

A poco a poco la misura è colma,

a poco a poco, a poco a poco, come

tu vuoi, la solitudine trabocca,

vieni ed entra, attingi a mani basse.


È un giorno dell'inverno di quest'anno,

un giorno, un giorno della nostra vita.


(da "Tutte le poesie", Garzanti, Milano 1993, p. 224)





VITA FEDELE ALLA VITA


La città di domenica

sul tardi

quando c’è pace

ma una radio geme

tra le sue moli cieche

dalle sue viscere intenerite


e a chi va nel crepaccio di una via

tagliata netta tra le banche arriva

dolce fino allo spasimo l’umano

appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,


tregua, sì, eppure

uno, la fronte sull’asfalto, muore

tra poca gente stranita

che indugia e si fa attorno all’infortunio,


e noi si è qui o per destino o casualmente insieme

tu ed io, mia compagna di poche ore,

in questa sfera impazzita

sotto la spada a doppio filo

del giudizio o della remissione,


vita fedele alla vita

tutto questo che le è cresciuto in seno

dove va, mi chiedo,

discende o sale a sbalzi verso il suo principio…


sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.


(da "Tutte le poesie", Garzanti, Milano 1993, p. 363)





NOTE

1) Da Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1991, p. 648.

2) Da Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1991, p. 650.

3) Ibidem.

domenica 5 luglio 2026

Antologie: "Antologia della Diana"

 La rivista La Diana uscì per circa due anni (dal gennaio del 1915 al marzo del 1917) nella città di Napoli, dove aveva sede; si occupò quasi esclusivamente di letteratura, e sebbene agli inizi non vantasse collaborazioni di alto livello, col tempo accrebbe la sua qualità e nel contempo la sua fama, divenendo una delle riviste più importanti d'Italia, anche grazie alla presenza, nelle sue pagine, di letterati come Giuseppe Ungaretti, Arturo Onofri, Paolo Buzzi, Corrado Govoni e Diego Valeri. La Diana diede maggiore importanza alla poesia - sia quella in prosa che quella in versi -, trascurando il resto delle forme letterarie. L'Antologia della Diana fu pubblicata presso la casa editrice omonima, nel 1918, mi pare opportuno riportare per intero la breve nota anonima che precede la selezione antologica, perché ben spiega l'intento di questo volume, che alla fine è un riassunto o un compendio della rivista, pur presentando quasi esclusivamente scritti "nuovi" dei collaboratori, quindi mai apparsi sulle sue pagine.


  Questo libro vuole essere una raccolta di poesia e non un elenco di poeti, ed è certamente il primo tentativo che si abbia di un'antologia della poesia italiana contemporanea.

  Gli scritti che vi si trovano sono in gran parte inediti. - Quelli già pubblicati sono apparsi principalmente nella rivista La Diana. - Quelli di critica si riferiscono a due degni artisti italiani troppo poco, conosciuti e amati o in ogni modo lo completano.

  I pochi errori tipografici e le rare confusioni si debbono giustificare con la profonda agitazione del momento in cui questo libro si pubblica.

  Esso è sopra tutto un atto di fede e di incitamento. 

  Il compilatore per restare nei limiti impostisi ha rinunziato a molta nobile e grande collaborazione straniera già ottenuta e superati enormi ostacoli.

  Ora si propone di dare in tempi più sereni una nuova edizione di questo libro più vasta e più certa.¹


Chiudo riportando i nomi dei letterati presenti in questa antologia, includendo anche il nome del celebre filosofo Benedetto Croce, che qui figura come prefatore dell'opera.





ANTOLOGIA DELLA DIANA


Antonino Anile, Paolo Argira, Guglielmo Bonuzzi, Antonio Bruno, Paolo Buzzi, Carlo Carrà, Giovanni Cavicchioli, Annunzio Cervi, Mario Cestaro, Benedetto Croce, Auro D'Alba, Vincenzo Davico, Filippo De Pisis, Salvatore Di Giacomo, Lionello Fiumi, Luciano Folgore, Massimo Gaglione, Rocco Galdieri, Eugenio Gara, Corrado Govoni, Telesio Interlandi, Piero Jahier, Elpidio Jenco, Carlo Linati, Giuseppe Lipparini, F. T. Marinetti, Gherardo Marone, Armando Mazza, Marino Moretti, Alberto Neppi, Arturo Onofri, Mario Pant, Giovanni Papini, Enrico Pea, Renato Prisciantelli, Mario Puccini, Giuseppe Ravegnani, Giovanni Titta Rosa, Umberto Saba, Alberto Savinio, Camillo Sbarbaro, Harukichi Scimoi, Ardengo Soffici, Giuseppe Ungaretti, Diego Valeri, Mario Venditti, Giorgio Vigolo, Bruno Vignola, Giuseppe Villaroel. 



NOTE

1) Dalla pagina 2 del volume: Antologia della Diana, Libreria della Diana, Napoli 1918.

domenica 28 giugno 2026

Giovinetto, su campo di trifoglio

 Giovinetto, su campo di trifoglio

m’abbandonai, la faccia in su, disteso,

tenendo il fiato per udir sospeso

il crescere dell’alte erbe in rigoglio.


E abbracciando la terra dissi: «Voglio

stringerti tutta!» Poi risi; ma teso

tenea l’orecchio a udir se avesse inteso;

e dentro il cor gonfiavasi d’orgoglio.


Stavo giù zitto contro terra e fermo,

aggrappandomi a tutto, con l’amore

con che alla madre il piccolo s’afferra;


quando, sentendo batter nell’infermo 

petto qual maglio il mio misero cuore, 

pensai fosse il tuo gran cuore, o terra.







COMMENTO

Giovinetto, su campo di trifoglio è l'ultima delle 22 poesie presenti in Resine: raccolta d'esordio di Camillo Sbarbaro (Santa Margherita Ligure 1888 - Savona 1967) pubblicata dall'editore Caimo di Genova nel 1911. Io l'ho trascritta da una nuova edizione del volumetto, uscita grazie alla Scheiwiller di Milano nel 1988; qui si può leggere alla pagina 116 (vedi foto). La medesima poesia fu riproposta da Sbarbaro sulla rivista Riviera Ligure del novembre 1913, come seconda di Terra (la prima coincide con la penultima poesia di Resine). Per chi ha completa conoscenza della poesia sbarbariana, leggendo questi versi gli risulterà facile notare una certa attinenza con un'altra poesia: Il mio cuore si gonfia per te, Terra, presente nella raccolta più celebre del poeta ligure: Pianissimo (1914). In entrambi i componimenti, c'è una sorta di personificazione della terra, a cui l'uomo si rivolge direttamente per dichiarargli senza mezzi termini un amore appassionato; in entrambe le poesie il cuore del poeta si gonfia, perché fisicamente attratto dal pianeta "vivente". Ma in questa poesia affiora un ricordo ben preciso: il poeta era ancora un "giovinetto" quando, improvvisamente, si manifestò per la prima volta questo intenso amore verso la terra,; allora il ragazzo si distese su un campo di trifoglio e istintivamente cercò di abbracciare il terreno, così come un innamorato stringe a sé la ragazza che ama. La sua speranza era che quel piccolo lembo di terra (che ingenuamente vedeva come il corpo dell'intero pianeta) potesse recepire il suo smisurato amore, e fosse in grado di ricambiarlo anche con un piccolo segnale, come il similare battito a mille del cuore.

domenica 21 giugno 2026

Il silenzio nella poesia italiana decadente e simbolista

Come si può evincere leggendo tutti i testi dell’elenco sottostante, il silenzio, nei versi dei poeti decadenti, simbolisti e crepuscolari, può avere svariati riferimenti e può nascere da situazioni diverse, divenendo a seconda dei casi qualcosa di positivo o meno. Ora brevemente cercherò di esporre, prendendo in considerazione la maggior parte dei versi qui suggeriti, la contestualità in cui il silenzio trova uno spazio ben definito, oppure diviene indiscusso protagonista della scena. La poesia di Cazzamini Mussi è ambientata in una cupa notte, dove il silenzio fa da intermezzo tra il lieto rumore di una voce “tinnula e canora” che intona una nenia, e un misterioso pianto. Nei versi di Guglielmo Felice Damiani lo scenario è rappresentato da una riva desolata, perennemente battuta dalle onde del mare; qui il poeta è attratto da una presenza femminile non bene identificata: è la donna sognata o la Morte? I quesiti dell’uomo rivolti alla misteriosa figura non si risolvono, perché essa rimane sempre e testardamente silente. Nelle liriche di D’Annunzio il silenzio fa da sfondo a luoghi e paesaggi dominati dalla presenza della morte. Silenzio e buio fitto dominano la scena nella poesia Scoccano l’ore di Augusto Ferrero; soltanto il rumore dell’orologio – paragonato addirittura ad una divinità – fa sì che il poeta si riprenda da uno stato di terrore profondo dovuto ai due elementi predominanti sopra citati. Similmente, la poesia di Diego Garoglio indica il battito del cuore umano quale unico rassicurante rumore che rompe un arcano e tremendo silenzio diffuso nell’aria. Nei versi di Luisa Giaconi c’è un esplicito invito al silenzio, rivolto ad un interlocutore non ben precisato: il motivo risiede nel fatto – parafrasando i suoi versi – che «La parola è nulla, / il Sogno è tutto». La poesia di Cosimo Giorgieri Contri parla, in un contesto primaverile, dei passati amori nati, vissuti e morti in quella precisa città (Pisa), ormai del tutto obliati e di conseguenza avvolti dal silenzio delle vie cittadine, che lo inducono ad immaginare una serie infinita di “Primavere del silenzio”, fatte di languidi amanti che in lontani anni si aggiravano nei luoghi dove il poeta ora cammina, nostalgicamente attratto da quei perduti amori. E quale luogo può essere circondato dal silenzio se non un monastero? I versi di Corrado Govoni descrivono appunto le “ore innocenti” vissute all’interno del luogo religioso, in cui si notano appena piccoli segni di vita: dei vasi con i fiori e una anziana suora che si scalda al sole. In un paesaggio incantato, il silenzio viene definito “formidabile” da Arturo Graf, che chiaramente fa capire il personale fastidio di qualsivoglia presenza umana all’interno di una natura incontaminata e bellissima. Nell’altra poesia dello stesso autore, che porta il medesimo titolo ma che fu scritta una quindicina di anni dopo, il poeta è sopraffatto dallo stupore dovuto ad un silenzio ancora una volta “formidabile”, che, nel solito contesto naturale particolarmente affascinante, gli fa chiedere se sia ancora tra gli umani, o se stia già nell’aldilà. Sono le vergini le protagoniste del sonetto di Amalia Guglielminetti; le giovani donne – dice la poetessa – si cingono del loro silenzio che è simile ad un velario; i loro solitari cuori costruiscono a poco a poco intorno a loro un grave sudario fatto di silenzio, che le assopisce e quindi le addormenta. Nelle tre quartine di Colpo d’ala, di Enzo Marcellusi, il silenzio piomba improvviso all’interno del cimitero dove si trova il poeta, immobilizzandolo a causa del terrore provato, quasi fosse davanti a sé l’immagine della morte; poi un rumore – probabilmente causato dalle ali di un uccello – lo aiuta ad uscire da una situazione altamente preoccupante. Nel notturno silenzio è una poesia di Arturo Onofri che sembra porre le basi per la sua futura fase poetica (quella, per intenderci, della Terrestrità del sole): malgrado il silenzio sia diffuso nella notte, il poeta riesce magicamente a percepire dei rumori inavvertibili per l’udito degli esseri umani, come il vago bisbiglio della nebbia o il tenue sorriso dei rami delle acacie: l’uomo diviene tutt’uno con la natura che lo circonda, perché dotato di poteri sovrannaturali. Nella poesia di Nino Oxilia, il silenzio insistito di un uomo particolarmente attratto da una bellissima donna che si trova davanti a lui e che prova a sedurlo, è una scelta meditata e ostinata: l’uomo non ritiene utile né opportuno usare delle parole, interloquire con la donna amata, preferisce battere un tempo musicale con le mani, seguendo una personalissima filosofia che vede nel ritmo della musica e nella composizione di versi l’essenza di una vita priva di inutili, superflue parole. Nella breve poesia di Aldo Palazzeschi un pappagallo si ostina a rimanere muto malgrado gli insistenti inviti ad emettere suoni da parte di chi lo vede ogni giorno (la enigmatica gente delle prime raccolte palazzeschiane), quasi a voler porre, col suo irrinunciabile silenzio, un muro invalicabile tra sé e l’umanità. La lirica di Yosto Randaccio è, in sostanza, un invito al silenzio e all’osservazione, perché senza le parole il mondo appare migliore, differente da come si presenta nella deprimente realtà. Un mondo lontano dal reale è anche raccontato nei versi di Guido Ruberti, dove una fitta nevicata copre il paesaggio e lo sommerge insieme ad un fitto silenzio: la solitudine, la stanchezza, il sopore e quindi una dilagante sensazione di morte dominano un paesaggio tutto bianco, che di vitale ha ben poco (si nota la sola presenza di uno sparuto corvo “timido e tremante” che vola incerto in mezzo alla neve. 

 

 

 

Poesie sull’argomento

 

Gustavo Brigante-Colonna: "Nel silenzio i sogni spenti" in "Gli ulivi e le ginestre" (1912).

Francesco Cazzamini Mussi: "Abbozzo" in "I Canti dell'adolescenza (1904-1907)" (1908).

Giovanni Alfredo Cesareo: "Il Silenzio" in "Le consolatrici" (1905).

Ettore Cozzani: "Il silenzio" in "Poemetti notturni" (1920).

Guglielmo Felice Damiani: "Fuori del tempo e della storia" in "Lira spezzata" (1912).

Gabriele D'Annunzio: "Il meriggio" in "Elegie romane" (1892).

Gabriele D'Annunzio: "Sopra un «Adagio» (di Johannes Brahms)" in "Poema paradisiaco" (1893).

Augusto Ferrero: "Scoccano l'ore" in "Nostalgie d'amore" (1893).

Diego Garoglio: "Silenzio" in "Sul bel fiume d'Arno" (1912).

Luisa Giaconi: "Silenzio" in "Tebaide" (1912).

Cosimo Giorgieri Contri: "Primavera del silenzio" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).

Corrado Govoni: "Ore innocenti" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).

Arturo Graf: "Silenzio" in "Medusa" (1890).

Arturo Graf: "Silenzio" in "Le Rime della Selva" (1906).

Amalia Guglielminetti: "Il silenzio" in "Le vergini folli" (1907).

Enzo Marcellusi: "Colpo d'ala" in "Intensità" (1920).

Arturo Onofri: "Nel notturno silenzio" in "Liriche" (1914).

Nino Oxilia: "Ma non le dissi nulla..." in "Gli orti" (1918).

Aldo Palazzeschi: "Il pappagallo" in "I cavalli bianchi" (1905).

Enrico Panzacchi: "Per amica silentia" in "Poesie" (1908).

Yosto Randaccio: "Atonia" in "Poemetti della convalescenza" (1909).

Guido Ruberti: "Silenzio" in "Le fiaccole" (1905).

Umberto Saffiotti: "I Silenzi" in "Le Fontane" (1902).

 

 

 

Testi

 

FUORI DEL TEMPO E DELLA STORIA

di Guglielmo Felice Damiani

 

Così, su questa desolata riva

Che il mar perennemente aspro flagella,

io venni incontro a un’anima sorella

che per il tristo mondo un dì smarriva.

 

E credo che dall’ombre ininterrotte

E dai vasti silenzi ella sia giunta,

poi che la voce sua parmi compunta

e negli occhi ha l’orror di quella notte…

 

Ella venne, o la Morte? – E il dubbio forte

Nel cuor mi trema e nel pensier martella:

chi mi può ricercar qui se non Ella?

Chi posso trovar qui se non la Morte?

 

Parla, tenera amica, o che tu sia

L’amor perduto che nel sen mi duole,

o colei che verrà senza parole

a coricarsi nella tomba mia;

 

parla e sorridi! – Fuori de’ viventi

è bello ragionar di ciò che sparve

e amar ciò che non fu, dietro alle larve

di cui ridon talor le savie genti!

 

Del tempo ormai qui l’avanzar s’è rotto,

e della storia il circolo s’è chiuso:

tornano i numi; palpita diffuso

l’eterno, l’infinito e l’incorrotto…

 

Ma perché non m’ascolti, anima?... fisa

Cerchi su l’acque il fumido orizzonte

E silenziosa cacci dalla fronte

Non so che triste al cuor nube improvvisa;

 

ed io negli occhi tuoi scorgo una nave

che laggiù passa, e insieme coi respiri

del mar profondo e vasto odo i sospiri

del tuo silenzio appassionato e grave.

 

(da "Lira spezzata", Zanichelli, Bologna MCMXII, vol. I, pp. 245-247)


 

 

 

COLPO D'ALA

di Enzo Marcellusi

 

Silentium - L'improvviso

silenzio, quando il pensiero

s'arresta nel cimitero

e da Niente è conquiso.

 

Immobile, come stessi

a tu per tu con la morte,

guardavo: contro le porte,

rigidi e foschi i cipressi.

 

Un attimo, - eterno, solo...!

Con un grido, la chimera

del mio cuore irruppe a volo

nel cielo di primavera.

 

[da "Poesie (1909-1923)", Carabba, Lanciano  2008, p. 327]



Arnold Böcklin, "Silence of the Forest"
(da questo sito Web)