Mario Luzi (Sesto Fiorentino 1914 - Firenze 2005) è uno dei poeti italiani del XX secolo più amati, considerati e celebrati; unico rammarico (forse non tanto per lui, ma per i suoi ammiratori) è quel Premio Nobel per la Letteratura solamente sfiorato. Il mio primo approccio con la poesia di Luzi non fu dei migliori: sfogliando un vecchio libro scolastico - era per me il periodo "pioneristico" di una vera e propria scoperta della poesia - trovai infatti il nome del poeta fiorentino seguito da un breve commento sulla sua opera e da un testo intitolato Avorio: uno dei più ostici alla comprensione, non adatto a chi in quel momento stava cercando qualcosa di più semplice e comprensibile. Poi però, leggendo altre poesie di Luzi presenti in antologie piuttosto famose, mi resi conto del valore estremamente alto dei suoi versi, divenendone anch'io un estimatore. Per fare una sintetica analisi della poesia di Mario Luzi mi sono avvalso del notevole saggio di Pier Vincenzo Mengaldo che precede una selezione di testi poetici dello scrittore toscano, e che si può leggere in Poeti italiani del Novecento, a cura dello stesso Mengaldo, pubblicato per la prima volta dalla Mondadori di Milano nel 1978.
È possibile rintracciare almeno quattro fasi della poesia di Luzi; io parlerò soltanto delle prime tre, perché le conosco meglio e perché ritengo siano quelle più significative. La prima fase può essere identificata negli anni che vanno dal 1935 al 1947, e vede il poeta fiorentino quale miglior rappresentante di un movimento "nuovo", quale fu l'ermetismo, nato già da qualche anno grazie a poeti come Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale; il giovane Luzi si dimostrò subito all'altezza di questi "mostri sacri" della poesia italiana, inserendosi di diritto nella migliore corrente ermetica, in virtù di versi che dimostrano sapienza, raffinatezza ed abilità non riscontrabili in altri suoi coetanei (ad un livello inferiore si potrebbero citare i nomi di Piero Bigongiari e Alessandro Parronchi); tale poesia, come dice Mengaldo:
prosegue quella linea «orfica» della lirica moderna, che ha il suo archetipo in Mallarmé, ma retrocedendo fino al romanticismo visionario di Coleridge o Nerval e recuperando della più vicina tradizione italiana Onofri e soprattutto Campana, mentre al di là delle Alpi guarda specialmente alla lezione surrealista [...]¹
Una seconda fase che, a detta di molti critici è anche la migliore della poesia di Luzi, va individuata nel decennio compreso tra il 1952 e il 1962. Per meglio spiegarla, utilizzo ancora una volta le impeccabili parole di Pier Vincenzo Mengaldo:
Nel secondo e centrale momento della sua carriera, che comprende grosso modo le tre raccolte Primizie del deserto, Onore del vero e Dal fondo delle campagne, Luzi tocca certamente i risultati più alti. Ciò che prima era soprattutto atteggiamento letterario, qui diventa davvero esperienza esistenziale, e l'autore (già con Quaderno gotico) incomincia a farsi storico di se stesso. Attraverso il Montale delle Occasioni Luzi passa sotto il patronato, ideologicamente più congruo, di Eliot, in parallelo al quale egli approfondisce la metafisica, tra cristiana e platonica, della identità e reciproca reversibilità, o meglio perpetua oscillazione, di divenire ed essere, mutamento e identità, tempo ed eternità, e così via [...]²
Si riscontra anche una particolare attenzione, in parecchi versi di questo periodo, alla descrizione dei paesaggi:
[...] un paesaggio tetro e brullo, aspro e tagliente, perennemente corso dal vento e attraversato da rare e squallide comparse umane, che ha certamente un modello reale nei borghi e nelle campagne della Toscana e dell'Italia centrale, ma sospesi e quasi dimenticati dal tempo storico, fatti irreali ed emblematici [...]³
La terza fase della lirica di Luzi - che può essere compresa tra il 1963 (in cui uscì la raccolta Nel magma) al 1971, ovvero all'anno della pubblicazione del volume intitolato Su fondamenti invisibili - si distingue per altre caratteristiche del tutto nuove: la scelta quasi unica del poema; una poesia più narrativa e dialogica, che si radicalizza nella realtà e che a volte - proprio in virtù dei dialoghi spesso presenti nelle composizioni poetiche - ricorda la classica opera teatrale. Ciò che emerge maggiormente qui è l'incapacità, da parte del poeta, di avere certezze sul reale; l'impossibilità di giudicare o addirittura comprendere i fatti politici, di cronaca o di attualità di quel preciso momento della storia dell'umanità.
Chiudo riportando l'elenco delle opere poetiche di Mario Luzi, seguito dalla trascrizione di tre poesie che ben rappresentano le tre fasi di cui ho parlato sopra.
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| Mario Luzi in un disegno di Eugenio Dragutescu |
Opere poetiche
"La barca", Guanda, Modena 1935.
"Avvento notturno", Vallecchi, Firenze 1940.
"Un brindisi", Sansoni, Firenze 1946.
"Quaderno gotico", Vallecchi, Firenze 1947.
"Primizie nel deserto", Schwarz, Milano 1952.
"Onore del vero", Neri Pozza, Venezia 1957.
"Il giusto della vita", Garzanti, Firenze 1960.
"Nel magma", All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano 1963.
"Dal fondo delle campagne", Einaudi, Torino 1965.
"Su fondamenti invisibili", Rizzoli, Milano 1971.
"Al fuoco della controversia", Garzanti, Milano 1978.
"Per il battesimo dei nostri frammenti", Garzanti, Milano 1985.
"Frasi e incisi di un canto salutare", Garzanti, Milano 1990.
"Perse e brade", Newton Compton, Roma 1990.
"Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini", Garzanti, Milano 1994.
"L'opera poetica", Mondadori, Milano 1998.
"La Passione. Via Crucis al Colosseo", Garzanti, Milano 1999.
"Sotto specie umana", Garzanti, Milano 1999.
"Poesie ritrovate", Garzanti, Milano 2003.
"Dottrina dell'estremo principiante", Garzanti, Milano 2004.
"Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime", Garzanti, Milano 2009.
"Poesie ultime e ritrovate", Garzanti, Milano 2014.
Testi
SAXA
Ricordi tu Maria Borromini
esitante assolata sulle staffe,
la pianura e i suoi vortici d'ombra
quando rossa più esubera la caccia?
Lungo il fiume ai suoi piedi correva
la vita che non ebbe altro soccorso,
tra le nuvole un bramito gelava
nella luce di cui fu vitreo il corso.
Ma in un sogno longanime esulava
sulle sabbie il cavallo fortunoso
e la sua mano già trasecolava
dalle briglie celesti all'orizzonte.
Dai cancelli i fanciulli illividiti
trasalivano al vento, interrompeva
l'eterno con i suoi battiti verdi
la falange odorosa a primavera.
Quale stella equivalse il suo destino
oltre la cecità d'ogni figura,
qual è il fuoco dov'arse il suo cammino
ventoso per le rapide colline?
Un corno trafelato sull'altura
i fuochi dei pastori aduna, aduna
strie luminose in corsa nella pura
notte un palpito oscuro di fortuna.
(da "Tutte le poesie", Garzanti, Milano 1993, p. 59)
COME TU VUOI
La tramontana screpola le argille,
stringe, assoda le terre di lavoro,
irrita l'acqua nelle conche; lascia
zappe confitte, aratri inerti
nel campo. Se qualcuno esce per legna,
o si sposta a fatica o si sofferma
rattrappito in cappucci e pellegrine,
serra i denti. Che regna nella stanza
è il silenzio del testimone muto
della neve, della pioggia, del fumo,
dell'immobilità del mutamento.
Son qui che metto pine
sul fuoco, porgo orecchio
al fremere dei vetri, non ho calma
né ansia. Tu che per lunga promessa
vieni ed occupi il posto
lasciato dalla sofferenza
non disperare o di me o di te,
fruga nelle adiacenze della casa,
cerca i battenti grigi della porta.
A poco a poco la misura è colma,
a poco a poco, a poco a poco, come
tu vuoi, la solitudine trabocca,
vieni ed entra, attingi a mani basse.
È un giorno dell'inverno di quest'anno,
un giorno, un giorno della nostra vita.
(da "Tutte le poesie", Garzanti, Milano 1993, p. 224)
VITA FEDELE ALLA VITA
La città di domenica
sul tardi
quando c’è pace
ma una radio geme
tra le sue moli cieche
dalle sue viscere intenerite
e a chi va nel crepaccio di una via
tagliata netta tra le banche arriva
dolce fino allo spasimo l’umano
appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,
tregua, sì, eppure
uno, la fronte sull’asfalto, muore
tra poca gente stranita
che indugia e si fa attorno all’infortunio,
e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
tu ed io, mia compagna di poche ore,
in questa sfera impazzita
sotto la spada a doppio filo
del giudizio o della remissione,
vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso il suo principio…
sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.
(da "Tutte le poesie", Garzanti, Milano 1993, p. 363)
NOTE
1) Da Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1991, p. 648.
2) Da Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1991, p. 650.
3) Ibidem.
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