domenica 15 marzo 2026

Il Settecento nella poesia italiana decadente e simbolista

 Non è raro trovare, nei versi dei poeti decadenti e simbolisti italiani, dei chiari rimandi al XVIII secolo; in particolare si nota una sorta di nostalgia per il modo di vestire, la musica e l’ostentata galanteria che era d’uopo riscontrare in determinati ambienti altamente aristocratici. I nostri poeti, influenzati evidentemente dall’arte francese che spopolò nel Settecento, infarciscono i loro versi di personaggi tipici, balli alla moda e atmosfere che in seguito non si sono più presentate agli occhi di coloro che rimanevano incantati da un mondo favoloso, destinato però a cadere definitivamente a seguito della Rivoluzione Francese (che determinò con un po’ di anticipo anche la fine di quel secolo inconfondibile). Ecco allora una serie di poesie che parlano di cicisbei, re, principi, dame incipriale, parrucconi, sale da ballo e luoghi particolarmente eccentrici e sfarzosi. Qui ci si sofferma soltanto sul lato esteriore, della pura e semplice immagine, trascurando il contesto, che vedeva una casta decisamente egoista e spietata, vivere lussuosamente alle spalle di un popolo sempre più povero e disperato. Ma per i nostri poeti quello che conta è rievocare un mondo che somiglia a quello delle favole, in cui si muovono solamente dei personaggi affascinanti, che vivono in palazzi immensi, che ascoltano musiche accattivanti e amoreggiano al ritmo di balli lenti: insomma tutto il repertorio dei dannunziani “tempi che non sono più”.  

 

 

Poesie sull’argomento

 

Corrado Govoni: "Oro e violetto" in "Le fiale" (1903).

Corrado Govoni: "Sala da ballo" in "Gli aborti" (1907).

Giuseppe Lipparini: "Minuetto" e "Gavotta" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).

Gian Pietro Lucini: "Leziosa pastorella incipriata" in "Il Libro delle Figurazioni Ideali" (1894).

Gian Pietro Lucini: "Sade" in "Le antitesi e le perversità" (1971).

Enzo Marcellusi: "È probabile! Io fui un re settecentesco" in "Il giardino dei supplizi" (1909).

Nicola Marchese: "Minuetto" in "Le Liriche" (1911).

Fausto Maria Martini: "Dittico alla Goya" in "Panem nostrum" (1907).

Aldo Palazzeschi: "A palazzo Oro Ror" in "Lanterna" (1907).

Enrico Panzacchi: "Incantesimo vano" in "Poesie" (1908).

Fausto Valsecchi: "Calen di Morte" in "Noi e il mondo", febbraio 1914.

Remigio Zena: "Citera" in "Le Pellegrine" (1894).

 

 

 

 

LEZIOSA PASTORELLA INCIPRIATA

di Gian Pietro Lucini

 

Leziosa pastorella incipriata

ch'ama Watteau effigiare alle portiere,

sta la Signora mia nel mio pensiere,

Sorride ella benigna e la dorata

esca dispensa dalle lusinghiere

mani ed invita, col gesto, l'alata

famiglia al cibo: or, candide e leggere,

accorron le colombe alla chiamata.

 

Tale, alle vostre grazie compiacenti,

colombe dello Ingegno, i Madrigali

volano arditi e ghiotti e, in torneamenti,

flabelli alti sul capo vi fan d'ali;

e Voi così l'udite audaci e intenti

a cantarvi l'omaggi trionfali.

 

(da "Il Libro delle Figurazioni Ideali", Galli di Chiesa e Guindani, Milano 1894, p. 105)

 

 

 

 

CITERA

di Remigio Zena

 

Dimmi tu, Venere: quando

Son discese a queste rive

Le galanti comitive

 

Che partirono, invocando

Te regina, te divina,

Sulla nave pellegrina,

 

Un mattin di primavera,

Imbarcate da Watteau

Fra le ariette e fra i rondò,

 

Alla volta di Citera?

 

Ben rammento: sui pennoni

Orifiamme e banderuole

Sventolanti in faccia al sole;

 

Rose e mammole a festoni,

Un giardin d'aerea flora

Verso poppa e verso prora;

 

E dei zeffiri al sospiro

Pronta l'ala gloriosa,

Ala immensa, immensa rosa

 

Sovra l'acque di zaffiro.

 

Ben rammento: variopinte

Brigatelle audaci e liete,

Cui rideva sulle sete

 

La letizia delle tinte,

La gioconda varietà

Di farsetti e falbalà;

 

Pastorelli, pastorelle

Della scena e della rima,

Emigranti ad altro clima

 

Senza aver mai visto agnelle.

 

(Rosalinde, Cidalise

Nel capriccio sol costanti,

Nemorini e tutti quanti,

 

Qual capriccio vi conquise?

Qual promessa di chimera

V'ha imbarcato per Citera?

 

Bimbe e bimbi, ancora alunni

Dell'amor, vi dico questo:

Come presto, come presto

 

Qui galoppano gli autunni!)

 

Chiedo a te, Venere: quando

Son discese alle tue rive

Le galanti comitive,

 

Salutarono esultando

Questi monti aridi ed irti,

Senza rose e senza mirti?

 

Qui le danze inghirlandate

Hai tu visto e i dolci idilli?

Hai udito d'Amarilli

 

Barcarole e serenate?

 

Non a te, che sulle calve

Roccie stai, perfido spettro,

Fra i rottami del tuo scettro,

 

Non a te dicono salve

I nepoti qui rimasti

Dei pirati iconoclasti,

 

E non qui nel tuo squallore

Vengon l'anime defunte,

Che da te furon congiunte

 

Nel dittongo dell'amore.

 

Cerigo.

 

(da "Tutte le poesie", Cappelli, Bologna 1974, pp. 221-223)

 

 

Antoine Watteau, "The Italian Commedians"
(da questa pagina Web)


domenica 8 marzo 2026

Due scrittrici del passato in due poesie

 Nel giorno che celebra le donne, pubblico un post con due poesie dedicate a due scrittrici italiane dei secoli passati: Carolina Invernizio (Voghera 1858 - Cuneo 1916) e Ada Negri (Lodi 1870 - Milano 1945). I versi sono rispettivamente di un poeta crepuscolare: Marino Moretti (Cesenatico 1885 - ivi 1979) e di un poeta futurista: Paolo Buzzi (Milano 1874 - ivi 1956). Carolina Invernizio, pur nascendo a Voghera, visse per lungo tempo a Firenze, dove pubblicò i suoi romanzi più importanti, tra i quali si ricordano: Rina o l'angelo delle Alpi (Salani, Firenze 1877); Il bacio di una morta (Salani, Firenze 1888); La sepolta viva (Gazzetta di Torino, Torino 1896). Già dai titoli si può intuire la predilezione, da parte della scrittrice lombarda, per le storie che abbondavano di elementi macabri e terrificanti; uno stile approssimativo (che molto ricorda quello dei feuilletons di Xavier de Montépin) con intrecci che uniscono sentimentalismo, pateticità e sadismo, caratterizzano i romanzi della Invernizio, che, pur rappresentando una letteratura di consumo, ebbero vastissimo successo. Marino Moretti, nei versi della poesia riportata di seguito a questo commento, dichiara di essersi appassionato ai romanzi della Invernizio, al contrario dei suoi coetanei, che preferivano leggere Verne o comunque altri autori. Ma nella poesia dello scrittore romagnolo compaiono anche molte tracce della classica ironia che caratterizzò la lirica di altri crepuscolari, come Guido Gozzano.

Ada Negri ebbe umili origini e, giovanissima, iniziò a professare l'insegnamento nelle scuole elementari; nel contempo, grazie alla pubblicazione delle sue prime opere poetiche: Fatalità (Treves, Milano 1892) e Tempeste (Treves, Milano 1896), si impose sia presso il pubblico che negli ambienti letterari, in qualità di versi d'ispirazione umanitaria, socialista e femminista. La sua carriera di poetessa proseguì in direzioni diverse: dapprima si avvicinò a toni dannunziani (ne fanno fede le raccolte Il libro di Mara, Treves, Milano 1919 e I canti dell'isola, Mondadori, Milano 1924); i suoi ultimi versi invece mostrano una donna sofferente e meditativa, che trova sollievo alle sue pene grazie ad una autentica fede religiosa (Vespertina, Mondadori, Milano 1930; Il dono, Mondadori, Milano 1936). Scrisse anche delle opere in prosa (Le solitarie, Castoldi, Milano 1917; Stella mattutina, Mondadori, Milano 1921; Sorelle, Mondadori, Milano 1929), che però non raggiunsero mai il livello delle poesie, per le quali è ancora oggi discretamente ricordata. Paolo Buzzi inserisce, all'interno della sezione intitolata Amicizie del Poema dei quarantanni, una poesia dedicata alla "Maestrina di Lodi"; in effetti i toni sono amichevoli (il poeta dà del tu alla Negri), a dimostrare che ci sia stata vera amicizia tra i due; i versi riassumono il carattere e il modus operandi di Ada Negri: ribelle durante la giovinezza, nomade negli anni della maturità (a seguito della separazione dal coniuge si trasferì per un periodo a Zurigo), e quindi sentimentale, sia per la nascita della figlia Bianca, a cui dedicò molte poesie, sia perché, abbandonato definitivamente lo spirito rivoltoso che ne aveva caratterizzato la prima fase poetica, furono proprio i sentimenti ad entrare prepotentemente nei suoi versi.



DUE SCRITTRICI IN DUE POESIE



CAROLINA INVERNIZIO

di Marino Moretti


Quale dolcezza a me ti ravvicina

oggi pensando a un tuo libro di morte

o al tuo nome di serva. Carolina?


Qual bacio infame, qual delitto, quale

segreto, quale terribile sorte,

quale peccato, qual genio del male?


Ah che tu mi sorridi oggi, né gaia

né triste, ma un po' - forse - irrequieta,

da un vecchio volto quasi d'operaia;


mi riconosci e m'accenni col dito,

poi sospettosa mi sdegni, poeta

moderno che non ha cuor di bandito;


e non mi credi, temi il mio sorriso,

forse mi scacci. Ascolta: io credo in te

come all'Inferno, come al Paradiso,


come alla Vita; ed umilmente t'amo

ed umilmente t'ascolto perché

tu sai ciò che non so, che non sappiamo;


e la tua vecchia ossuta mano io bacio,

lorda di sangue, macchiata d'inchiostro,

in quel suo gesto che scaccia il mendacio.


Ascolta, ascolta! Io t'amo, e tu sei forse

l'infanzia mia, quella che andava a scuola

malvolentieri e non cantò né corse,


e mai non ebbe carità fraterne

dai suoi compagni e non lesse una sola

storia, una sola pagina di Verne!


Gli altri parlavan di navigatori,

d'arcipelaghi in fiamme, di villaggi

aerei, di corsari e minatori,


di carovane, di terre lontane,

o facevano i più strani viaggi

in non so quanti giorni o settimane:


stringendo il libro tuo ch'io preferiva

io li guardava i miei compagni, attento,

dubbioso ancor della Sepolta Viva;


io li guardava con la faccia smorta,

con la mia smania di pervertimento,

dubbioso ancor del bacio della Morta!


Qual triste morbo, quale orribil vizio

mi riportava a te dalla mia pena

tuttor confusa, anonima, Invernizio?


Oual fascino dei sensi e della vita

dava a me stesso una risposta oscena

per ogni mia domanda indefinita?...


Ma oggi dolce il tuo pensier mi lega

ai tuoi fantasmi e a te mi ravvicina,

oggi ch'io sono quasi un tuo collega,


oggi che taci e muori, Carolina!


[da "Poesie (1905-1914)", Treves, Milano 1919, pp. 142-144]






ADA NEGRI

di Paolo Buzzi


La tragedia lombarda

delle terre

grasse ai signori

e metifiche ai paria

è sul tuo viso tutto maschera e lampi:

nella voce Tua

l'Adda ritorna

co' suoi divini argenti

e il gorgoglio d'ira bollente

alle pile del Ponte di Lodi:

Tu canti all'Italia

il facile canto possente

del fiume che viene dal Nord:

scintillano le tue rime ed i tuoi ritmi

dell'elettrica presa di Tresenda: ardi

sempre fanciulla: erri

sempre zingara: fissi

sempre medusa l'astro da rendere tuo.

E sei madre:

ed hai pianto:

e sorridi:

e più speri:

e la tua viscera bella intona alto il suo canto.


(da "Poema dei quarantanni", Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano 1922, pp. 208-209)




sabato 7 marzo 2026

Camminavo sul mare

 Camminavo sul mare nel sogno

e i passi calmavano le onde spumeggianti

che venivano dall'orizzonte lontano.

Il mistero dello spirito era sublime.

Il corpo scomparso nelle acque

       della purificazione nel sogno.

Io ero la pace nella pace

e il dolore solo una parola

       in quella notte del sogno.

Quando mi sono svegliata - piangevo -

e la pace era una parola soltanto

nella realtà della vita.


(da «Fiera Letteraria», Anno VII, n. 18, 4 maggio 1952)



COMMENTO

La parola "pace", così tanto citata, evocata, desiderata... Ormai, nei nostri burrascosi tempi sembra una chimera, un'utopia, qualcosa che appare soltanto nei sogni, come nel caso di questa bella poesia di Fiorenza Verona: autrice sconosciuta che ho trovato sulle pagine della rivista Fiera Letteraria. Fu scritta, probabilmente, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, da una giovane donna che desiderava ardentemente la pace dopo anni terribili di un crudele conflitto mai verificatosi fino ad allora; non potendo vederla nella realtà, la donna prova a sognarla, riuscendovi; e nel sogno riesce anche a fare ciò che è impossibile per qualsiasi essere umano: camminare sulle acque tempestose e renderle calme, divenire la personificazione della pace e far scomparire il dolore dalla terra... Poi il drammatico risveglio, e il pianto causato dal triste ritorno alla realtà.


domenica 1 marzo 2026

Poeti dimenticati: Antonino Anile

 Nacque a Pizzo di Calabria nel 1869 e morì a Raiano nel 1943. La sua prestigiosa carriera di scienziato, così come la sua attività politica che gli consentì di far parte della Camera dei Deputati Italiani a partire dal 1919, non gli impedirono di coltivare, praticamente per tutta la vita, una evidente passione per la poesia; iniziò a scrivere e pubblicare versi quando era ancora giovanissimo, e le sue ultime raccolte uscirono pochi anni prima della sua scomparsa. Poeta tradizionalista, Anile riuscì a trasporre egregiamente in versi i temi che gli stavano più a cuore: la scienza e la religione. Certamente ebbe dei punti di riferimento fondamentali, come Giacomo Zanella, Giosue Carducci e Giovanni Pascoli, ma mostrò anche una suo personalissimo stile, che si realizzò più compiutamente nei sonetti (la forma metrica prediletta dallo scrittore calabrese). 



Opere poetiche


"Intermezzo di sonetti", Tip. Landi, Firenze 1893.

"Ultimo sogno", Pierro, Napoli 1901.

"Sonetti dell'anima", Pierro, Napoli 1903.

"Sonetti dell'anima" (2° ed.), Ricciardi, Napoli 1907.

"La croce e le rose", Ricciardi, Napoli 1909.

"Poesie", Zanichelli, Bologna 1921.

"Sonetti religiosi", Zanichelli, Bologna 1923.

"Nuovi sonetti religiosi", L'Eroica, Milano 1931.

"Le ore sacre", Vallecchi, Firenze 1937.

"L'ombra della montagna", Opera Nazionale Mezzogiorno d'Italia, Roma-Milano 1939


Antonino Anile




Testi


LE VIOLE


La siepe che, irta in cèspiti conserti,

il sorriso dei cieli a sé preclude,

entro il suo folto, tra bagliori incerti,

di viole un sorriso ampio dischiude.


Sopra tremuli càlami, appena erti

dal suolo, occhieggian le corolle nude,

dove ogni tenue petalo racchiude

l'azzurra libertà dei cieli aperti.


Fiori d'ombra han nel cerchio d'una sola

corolla, tutta schiusa, qualche cosa

de' purissimi cieli di viola.


Così, talora, un'anima pensosa

segreto esprime un fiore; e si consola

d'una gioia di cieli luminosa.


(da "Sonetti dell'anima", Ricciardi, Napoli 1907, p. 13)





POESIA


Poi che il pensier vigile chiuse

tutte le sue ali,

nelle indagini aspre del Vero,

ecco, Tu mi appari,

come sopra i mari

un'alba di luci diffuse;

e 'l vol riapre il mio pensiero.


Poi che l'anima spesso geme,

come acque in concluso

seno, di un suo antico lutto.

Tu vieni; e disghiacci

le dighe, e allacci

di nuovo la mia vita insieme

con quella divina del Tutto.


Balzo alla tua voce con pronti

spiriti, con sensi

ridesti, con il cuore intento;

e ne avverto l'eco

in me, come speco,

celato tra forre di monti,

che divien sonoro nel vento.


La tua voce par che si sveli

dall'anima occulta

delle cose: viene dai fiori,

da ogni pupilla

di bimbo che brilla,

dall'ampia pupilla dei cieli

aperta sui mari canori.


Sale dalle linfe profonde

della Terra, dove

si preparan pei monti e i piani

nuovi ùberi maggi;

canta nei linguaggi

luminosi degli astri, donde

piove un'eco pei sogni umani.


Al ritmo della tua parola

si schiudono i germi

occulti, si accendon le aurore,

vanno le correnti

entro i mari, i venti

aprono l'ala, un Dio trasvola

sopra i mondi, pulsa ogni cuore.


Le verità al pensier contese,

che indaga e anela,

— poi che di tua voce s' accende

ogni intima fibra

e in alto si libra

l'anima mia con l'ali tese, —

L'OCCHIO, FATTO PURO, COMPRENDE.


(da "La Croce e le rose", Ricciardi, Napoli 1909, pp. 119-121)





SENECTUS


Sopra il sentier ch'io corsi da bambino,

ora s'attarda il passo: egual tardanza

è nel ritmo del cuore. Poco avanza

de la mia balda gioventù. Declino.


L'occhio non coglie più quel ch'è vicino,

e figgersi ama ne la lontananza.

Nave, che già ne senta la fragranza,

a una remota sponda io m'avvicino.


Qualcosa entro la mia trama si sfalda;

vecchiezza incombe: ma securo un senso

percepisce il baglior d'una nuova alba.


Declino, sì: ma con ardor più vivo

lo spirto è pronto per un volo immenso;

e muoio ad ora ad or mentre rivivo.


(da "Sonetti religiosi", Zanichelli, Bologna 1923, p. 61)





L'ALVEO


Entro un largo alveo,

cui l'estiva calura ha messo a nudo

la ghiaia del fondo,

un residuo filo d'acqua,


che trae scintille al sole,

scorre scavando un suo esiguo solco

ch'è compreso nel grande; ed è questo

che dà la direzione a quell'andare.


V'è sempre un solco più grande

al di fuori del breve,

un limite oltre il limite.


Penso alla mia anima

e alla rete che l'impiglia,

ma che respira

l'ampiezza di un grande alveo


che ha per sponde la luce

dell'infinito;

ed è questo che la conduce.


(da "Le ore sacre", Vallecchi, Firenze 1937, pp. 35-36) 

domenica 22 febbraio 2026

"Esilio della mia vita" di Tito Marrone

 Esilio della mia vita è il titolo di un'opera poetica di Tito Marrone (pseudonimo di Sebastiano Amedeo Marrone, Trapani 1882 - Roma 1967), pubblicata da Edizioni «Pagine Nuove» in Roma nel 1950. Il poeta siciliano, con questo volume, volle completare il suo excursus poetico iniziato alla fine del XIX secolo e, dopo un lunghissimo periodo di assenza totale dalle scene letterarie, concluso esattamente alla metà del XX secolo. Le 182 pagine del libro comprendono, dopo una dedica ai genitori e due epigrafi rispettivamente di Marziale e Montaigne, 125 liriche suddivise in 6 sezioni senza titoli. Chiude il volume una Nota del poeta trapanese, di cui riporto la prima parte:


  Il poema lirico Esilio della mia vita, che ottenne, insieme con gli stupendi versi del poeta belga Géo Libbrecht, il premio internazionale di poesia «Siracusa», avrei dovuto pubblicarlo, se particolari circostanze non me lo avessero impedito, dopo le Carnascialate e i Poemi provinciali: poesie queste (tuttora non riunite in volume, ma sparse in giornali e riviste) le quali ebbero, secondo il giudizio di recenti critici, qualche non lieve influenza sulla lirica comunemente detta «crepuscolare».¹


Nella seconda parte della Nota, Marrone riporta un frammento di Aldo Capasso - poeta anch'egli - tratto da un articolo pubblicato sulla Voce Repubblicana del 4 dicembre 1949, in cui si sottolinea il ruolo cruciale del poeta siciliano (così come quello di Corrado Govoni), per la nascita e lo sviluppo della poesia crepuscolare.

Volendo ora analizzare brevemente i versi di questa ultima raccolta di Marrone, ritengo essenziale basarmi sul Capitolo II del volume Vent'anni o poco più di Giuseppe Farinelli; qui, infatti, il critico riesce magistralmente a centrare i temi principali e anche ricorrenti di questi versi. Ecco, a tal proposito, un frammento interessantissimo:


  Se Giulio Gianelli in Mentre l'esilio dura² sottolinea nel titolo la temporalità della sua dolorosa e operosa fatica e, nell'ambito di una personale e sentita religiosità francescana, la speranza di una terra promessa, Tito Marrone, in Esilio della mia vita, che è sintatticamente dichiarativo, sottolinea invece l'ineluttabilità della sua condizione crepuscolare. Per lui l'esilio non è però il trovarsi segregato fisicamente e psicologicamente in un luogo che non gli appartiene e al quale si sente estraneo: è l'essersi chiuso volontariamente e per sempre in casa, con conseguente delimitazione dell'orizzonte poetico, che è orizzonte della memoria, degli affetti domestici, degli avvenimenti quotidiani.

  E qui è opportuno affermare subito che nessun crepuscolare affronta questo tema con tanta e quasi ossessiva insistenza: la casa è l'angolo buono o cattivo in relazione alle circostanze e agli stati d'animo, è la nomenclatura di un piccolo regno, è il museo dei ricordi o degli oggetti che hanno nomi e appartenenze precisi e che il passato anche remoto non ha del tutto corroso e stinto. Dalle pareti pendono, per esempio, le dagherrotipie che solitamente fanno pensare a Gozzano.³ [...]


Quindi la casa che era stata dei genitori del poeta, ed ora è sua, in queste poesie diviene la protagonista assoluta, poiché Marrone ci vive come se fosse prigioniero del suo passato e dei suoi ricordi più belli. Ritorna, perciò, la poetica delle "piccole cose", con tutta una serie di oggetti del passato remoto, che aiutano il poeta ormai rassegnato e chiuso in sé stesso, a far rivivere i tempi belli. Insieme a ciò, spesso si avvertono sensazioni malinconiche, dovute al fatto che Marrone è consapevole del suo stato presente, e comprende a pieno la sua totale estraneità dal mondo che lo circonda. Da qui lo stato di ideale esilio che caratterizzò la sua età matura e la sua vecchiaia, portandolo ad isolarsi sempre di più, fino alla morte. Chiudo riportando tre belle poesie tratte da Esilio della mia vita.






MULINI A VENTO


Sopra il roseo lettino

avevo tutto l'oro

della mamma. Venisti

tu, nel tormento

della mia febbre,

per regalarmi un piccolo

mulino a vento.

Erano due sottili

strisce di legno in croce

che portavano in cima

mezzi gusci di noce.

Soffiavi, e si movevano

le alette del mulino.

Sorrisi e sorridesti,

zio Vincenzino.


O bei mulini a vento!

Quanti, dopo quel primo!

Girano girano girano,

e mi contento.


(da "Esilio della mia vita", Edizioni «Pagine Nuove», Roma 1950, p. 39)





UNA SANTA


Dicevano i miei vecchi

di te ch'eri una santa

senza nome, sognata

dal sereno pittore.

E quel tuo bianco volto, malinconico

d'uno smarrito mondo,

si mutava per noi nel tenue riso

dell'ospite. Custode

nostra, venuta

chissà da quale riva,

ancorata alle sorti

della famiglia. E li vedesti andarsene

nel tuo paese d'ombra.


Ora, anche tu lontana:

io ti lasciai partire.


Ti sei fatta altri amici?

Altri cuori consoli? O t'è vicino

uno sgherro, nel sordido

antro del rigattiere?

Quando l'ingenua luna

dalla sua vereconda lontananza

scende tra voi, parlate

insieme. I vostri corpi,

divisi. nel carnaio

degli omicidi egli s'imputridisce,

ma tu sei giglio sotto

l'altare d'una chiesa. E altrove? Chiami

il naufrago alla luce

dicendogli il tuo nome?


(da "Esilio della mia vita", Edizioni «Pagine Nuove», Roma 1950, pp. 54-55)





DOMANDA


Come ti troverò,

quando saremo uniti un'altra volta?

Avrai lo stesso viso,

la stessa voce?

E le rose che amavi ardono ancora

in questa tua dimora?

Le tue piccole mani

suonano melodie del nostro tempo?

Chi te le ascolta?


Se tutto è nuovo dove ora tu sei,

se non rimane lembo

ultimo di ricordo,

come potrai conoscermi nel giorno

che arriverò?


(da "Esilio della mia vita", Edizioni «Pagine Nuove», Roma 1950, p. 125)





NOTE

1) Dal volume: Tito Marrone, Esilio della mia vita, p. 173.

2) Mentre l'esilio dura è il titolo di una delle tre raccolte poetiche pubblicate da Giulio Gianelli (1879-1914); la parola "esilio" ritorna anche nella raccolta del Marrone, ma, come ben spiega il Farinelli, ha un'accezione ben diversa.

3) Dal volume: Giuseppe Farinelli, Vent'anni o poco più, Edizioni Otto/Novecento, Milano 1998, pp. 81-82.


 

domenica 15 febbraio 2026

La poesia di Margherita Guidacci

 Margherita Guidacci nacque a Firenze nel 1921. Dopo gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di Lettere dell'università fiorentina, e ivi si laureò nel 1943 con una tesi incentrata sulla poesia di Giuseppe Ungaretti. Si dedicò poi a studi relativi all'anglistica e soggiornò per diverso tempo sia in Irlanda che nel Regno Unito. Nel contempo professò l'insegnamento di lingua e letteratura inglese in svariati licei della penisola italiana. Si sposò nel 1949 ed ebbe tre figli; visse per molto tempo nella capitale italiana, dove morì nel 1992. Pubblicò varie raccolte poetiche, traduzioni di poeti e scrittori anglosassoni (si ricordano in particolare quelle di J. Donne, E. Dickinson e J. Conrad); notevoli i suoi saggi critici sui poeti e i narratori americani. 

Personalmente parlando, la mia prima conoscenza con la poesia della Guidacci avvenne in seguito alla lettura di una antologia sulla poesia italiana del Novecento: captai immediatamente la bellezza dei suoi versi, e cominciai a cercare - senza successo - qualche sua raccolta nelle librerie romane; finalmente, circa sette anni dopo, ebbi modo di acquistare un libro con l'intera opera in versi della poetessa fiorentina; leggendola rimasi ancor più entusiasta e meravigliato sia dalla sua prolificità, sia dalla costante, altissima qualità dei suoi versi: da quelli dell'esordio agli ultimissimi. 

La poesia della Guidacci potrebbe essere inclusa nel cosiddetto "post-ermetismo", rappresentato da scrittori appartenenti a quella che Luciano Erba e Piero Chiara, in un'antologia da loro stessi curata, definirono "Quarta generazione" del XX secolo. Certamente la Guidacci ha caratteristiche tutte sue, che la differenziano alquanto da altri poeti coetanei; tanto per cominciare, per lei - come scrisse in una famosa autopresentazione - divenne fondamentale la lettura della Bibbia, e da ciò nascono le tante poesie di argomento religioso che caratterizzano in special modo le sue prime raccolte poetiche. Non di meno, ebbe presente certa poesia inglese che lei stessa tradusse ottimamente in italiano (i poeti "preferiti" dalla Guidacci erano John Donne, Emily Dickinson e Thomas Stearns Eliot). Per quanto concerne gli italiani, si può dire che la scrittrice fiorentina prese qualcosa da tanti poeti, di secoli lontani e vicini: Dante Alighieri, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Clemente Rebora, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Carlo Betocchi. Caratteristica indiscutibile, che appartiene all'intera opera poetica della Guidacci, è una limpidità, una chiarezza comunicativa che rende i suoi versi apparentemente facili alla lettura; dico apparentemente, perché in realtà i temi trattati sono spesso assai profondi e meditativi. Il tema principale che si riscontra dai primi agli ultimi versi è quello del "tempo", inteso come inesorabile declino della vita, che nel suo percorso diviene sempre più insopportabile a causa delle gravi perdite subite (già da bambina la Guidacci soffrì molto per la precoce scomparsa del papà). Una delle raccolte più toccanti e significative della poetessa fiorentina è Neurosuite (1970), che coincide con un periodo di profonda depressione e il conseguente ricovero in una clinica neurologica. L'ultima fase poetica della Guidacci è caratterizzata da elementi dissimili, a volte contrastanti (si va da argomenti che rientrano ancora una volta nei drammi personali, ad altri che spaziano dall'astronomia, alla mitologia e alla storia), ma sempre e comunque posseggono delle qualità indiscutibili, anzi, forse il meglio della sua produzione in versi è rintracciabile proprio in qui (si leggano poesie come Stella cadente o All'ipotetico lettore). Per chi voglia leggere un saggio veramente completo e inappuntabile sulla poesia di Margherita Guidacci, c'è la possibilità di farlo consultando l'Introduzione di Maura Del Serra al libro che ne raccoglie l'intera opera in versi: Le poesie (Le Lettere, Firenze 1999). Da detto volume trascrivo quattro bellissime poesie della Guidacci, precedute dall'elenco delle sue opere poetiche. 


Margherita Guidacci
(da questa pagina Web)



Opere poetiche


"La sabbia e l'Angelo", Vallecchi, Firenze 1946.

"Morte del ricco", Vallecchi, Firenze 1954.

"Giorno dei Santi", Scheiwiller, Milano 1957.

"Paglia e polvere", Rebellato, Padova 1961.

"Poesie", Rizzoli, Milano 1965.

"Un cammino incerto", Cahiers d'Origine, Luxembourg 1970.

"Neurosuite", Neri Pozza, Venezia 1970.

"Terra senza orologi", Edizioni 32, Milano 1973.

"Taccuino slavo", La Locusta, Vicenza 1976.

"Il vuoto e le forme", Rebellato, Padova 1977.

"L'altare di Isenheim", Rusconi, Milano 1980.

"Brevi e lunghe", Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1980.

"L'orologio di Bologna", Città di Vita, Firenze 1981.

"Inno alla gioia", Nardini, Firenze 1983.

"La Via Crucis dell'umanità", Città di Vita, Firenze 1984.

"Liber Fulguralis", La mela stregata, Messina 1986.

"Poesie per poeti", IPL, Milano 1987.

"Una breve misura", Vecchio Faggio Editore, Chieti 1988.

"Il buio e lo splendore", Garzanti, Milano 1989.

"Anelli del tempo", Città di Vita, Firenze 1993.

"Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999¹, 2020².

"Sull'alto spartiacque", Interno Poesia, Milano 2024.



Testi


Da "GIORNO DEI SANTI"


V

Molti ricordi ho di Novembre: troppe

Volte ha ormai teso l'arco

Sulla mia vita il freddo

Sagittario del cielo. E nel passato

Molte cose ritrovo che hanno un senso

Struggente, intenso, quale non avevano

Presenti, o allora non lo scorsi. Giorni

Di fanciullezza e le vacanze brevi

All'inizio di questo mese: erravo

Nella campagna, tra l'umide foglie

Ch'era una festa calpestare e spingere

Innanzi, inconsapevole

Allora anch'io come il vento; cercavo

Felci sull'orlo dei sentieri, lieta

Del loro odore amaro e del disegno

Variegato; vedevo

I cespugli rossastri a poco a poco

Trascolorare in un inerte grigio;

Acclamavo la prima

Stella di ghiaccio apparsa sopra il fango

D'una pozza. Nell'aria

Pungente, dove ogni grido d'uccello

Era come una lama, mi esaltavo

Più che nel sole estivo, della mia

Libertà…

                 Venne poi un Novembre in guerra,

I torrenti scendevano dai monti

Ricoprendo le strade dove i carri

Armati di tre eserciti stranieri

Nell'inseguirsi avevano scavato

Solchi mortali che spesso sfociavano

In crateri di bombe. Nella terra

Invasa, tra la gente

Curva e dispersa sotto la bufera,

Scopriva l'imminente inverno il fondo

D'ogni male…

                          Più tardi mi trovò

Un Novembre lontana

Dalla patria: rivedo la deserta

Spiaggia di Howth, un cielo tenebroso,

E il poco e livido chiarore

Che vi era sembrava provenire

Di sotto al mare, simile a un pensiero

Maligno che salisse all'improvviso

Da un cuore senza pace…


(da "Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999, pp. 99-100)





IN CORSA


In corsa - ancora e sempre in corsa.

Mi chiedi cosa inseguo. Come fai a non accorgerti

che non inseguo ma sono inseguita?

Nessuna mèta mi darebbe tanto affanno;

corro così per sfuggire a un nemico,

e inutilmente, perché già si confonde

il martellar del mio cuore col rimbombo dei suoi passi,

la sua ombra lambisce la mia ombra.

Come puoi parlarmi

di scopi, di ambizioni,

di lunghe strade diritte ed aperte?

La mia fu breve e curva,

compiuta sotto la minaccia -

e sono giunta al punto dove il cerchio si salda.


(da "Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999, pp. 214-215)





A CHE VALE IL TUO NOME


A che vale il tuo nome

scritto sopra la casa sigillata

che più non si riapre, 

a cui è vano bussare?


Anzi, è un errore cercarti là dentro.

Là v’è qualcosa senza nome -

o se ha un nome, non come te si chiama,

ma polvere, sfacelo, spavento.


Quanto di te sopravvive

è in un altro luogo, misterioso,

ed ormai reca un nome nuovo

che solo Dio conosce

e tu, dacché l’udisti nell’invito

che così pronto seguisti

da non aver neppure il tempo 

di dirci addio.


(da "Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999, p. 308)





ALL'IPOTETICO LETTORE


Ho messo la mia anima fra le tue mani.

Curvale a nido. Essa non vuole altro

che riposare in te.

Ma schiudile se un giorno

la sentirai fuggire. Fa’ che siano

allora come foglie e come vento,

assecondando il suo volo.

E sappi che l’affetto nell’addio

non è minore che nell’incontro. Rimane

uguale e sarà eterno. Ma diverse

sono talvolta le vie da percorrere

in obbedienza al destino.


(da "Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999, p. 491)