venerdì 1 maggio 2026

Il 1° Maggio in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Sebbene nel titolo del post si parli di XX secolo, mi pare giusto precisare che diverse poesie qui presenti appartengono agli albori del Novecento e, in qualche caso, all'ultima decade dell'Ottocento. Ciò si spiega soprattutto col fatto che la festa del Primo Maggio fosse molto più sentita in quel periodo storico ormai lontanissimo, caratterizzato da una massiccia serie di manifestazioni, cortei, rivendicazioni e scioperi promossi dal movimento operaio e socialista italiano proprio in concomitanza col primo giorno di maggio (cose simili avvennero anche in altri stati europei). Un nuovo fervore, somigliante solo in parte a quello ora descritto, si verificò dopo la fine della 2° Guerra Mondiale, e in questo caso - parlando del ristretto ambito poetico - furono i cosiddetti "poeti del Neorealismo" (Accrocca, Cerroni, Scotellaro e Vivaldi) a mettere in versi le sensazioni personali e collettive provate in questo giorno, compresi i malumori dei lavoratori ancora sfruttati e sottopagati. Non mancano, in questa selezione, poesie che pongono l'accento su aspetti meno "impegnati" dell'ultima festività primaverile.




IL 1° MAGGIO IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO




MATTINO DI MAGGIO

di Elio Filippo Accrocca (1923-1996)


Mi bevo quest'immensa

luce che s'apre dinanzi

alla mia casa nuova.


Dal cuore ampio si leva

questo mattino di maggio.

Nascono oggi i nidi delle rondini.


1 maggio 1944


(da "Ritorno a Portonaccio", Mondadori, Milano MCMLIX, p. 76)





MAGGIO, 1

di Giorgio Caproni (1912-1990)


  Aveva la stola rossa:

parlava della gioia.

Sentivo dentro l'ossa

scuotersi la mia noia.


  Sentivo folle un nome

colmare la navata:

parlava di resurrezione

e di speranza, squillata.


  Il giorno era il Primo Maggio:

la pasqua dei lavoratori.

Accanto a te che coraggio

nel petto, e che clamori

alzava nel mio orecchio

la tenebra d'un apparecchio!


(da "L'opera in versi", Mondadori, Milano 2001, p. 229)





PRIMO MAGGIO SUL CORMÒR

di Mario Cerroni (1921-1957)


La palude scola nel canale

sotto il cielo che è basso come un tetto.

Ogni uomo ha il suo badile sul telaio

della bicicletta, i volti delle donne

fanno muro sull'argine.


Su un lungo palo il vento

sbatte uno straccio rosso,

e un pugno di sangue brucia

il grigio del giorno.


Sul Cormòr si scava

col badile su un ritmo

che pare di vene, e non conta

se nessun'ora sarà ora di pranzo,

non contano la fame, gli occhi rossi,

le piaghe dei piedi,

purché l'Italia sia più verde, i frutti

sotto le nostre mani si facciano

più dolci sui rami.

Contano solo le mani

che scavano scavano scavano,

e quel rosso sul palo.


Poi se arrestano uno di noi

c'è sempre una donna che prende

il posto di lui nel canale.

Una donna ci ama davvero

se ama il canale più di noi,

se da un furgone che ci porta via

nella galera dei ricchi,

ferme laggiù le vediamo

decise nel fango

col piede premuto sul filo

del nostro badile.


Non importa la fatica.

Più sotto il peso del sacco

che ci schiaccia le spalle, la scarpa

affonderà nella terra, più saremo

uomini di questo mondo.

Poi sempre ci sarà canto di donna

a bagnarci la gola. 


(da "Poesie", AGRAF, Udine 1972, pp. 147-148)





ASCENSIONE DI PRIMO MAGGIO

di Ettore Fabietti (1876-1962)


  Salìano a frotte in dorso alla montagna,

chiamandosi con voci alte e con risa

piene, erompenti su da i cuori liberi

di tedio, in quella prima alba di Maggio.

Vaporavano, effusi aliti al fresco,

tutti gli effluvi de la terra, e i fiori

umili aprìan su i passi le corolle

a gli amori del sole, e dentro i cuori

sentìa ciascuno crescere un'immensa

fiorita di speranze; ché un pensiero

unico tutti rendea buoni e in tutti

il senso antico rimettea de i vincoli

con la terra e de gli uomini fra loro.


  Salìano ansiosi, con un desiderio

di luce e d'orizzonti ampi ne gli occhi

fisi all'estremo culmine del monte,

come a la realtà de l'Ideale:

e la fiamma che ardea dentro gli spiriti

facea lievi le membra anche a i più stanchi,

e a ognuno uscìa di memoria la valle,

quasi dovesse non tornarvi mai

più, e fosse volto a l'altura - vivendo

nella pienezza de' tempi - a fondarvi

l'ordine nuovo.


                       A un tratto, ecco li avvolge

entro il suo nimbo il sole che si leva

e par saluto di luce, a chi ascende.

Tutti si volgono da la radura

a mirar la vallèa, come percossi

da silenzioso stupore. In oceani

di luce passa sul mondo uno spirito

suscitatore, e celebra la vita

in cielo, in terra e nel cuore de gli uomini

il suo diuturno trionfo, ancor giovine

come nel primo suo giorno che nacque

e nell'ultimo suo giorno morrà.

(Buona è per sé la vita, e se pur gli uomini

le si affannino attorno, egri, ad opprimerla,

d'ogni lor maleficio essa trionfa.)


  Raccolti su la radura, guardavano

essi la valle: infinita apparìa

a' loro occhi la terra, e in alto il sole

s'era levato per tutti, e dal grembo

di lei, con brivido ascoso, nascevano

l'erbe in famiglia infinita, ignorando

che presso ogni lor filo eravi a guardia

un uomo che dicea: cresci, sei mio!

Essi guardavano ancora: sentìano

l'antico errore de l'uom solitario

che ara il suo breve solco e dà volta,

e in mille singoli sforzi disperde

inutilmente la sua possa, e muore,

gemendo l'infelicità comune.


  Alto era il sole ormai: tutte viveano

sotto il suo raggio le cose di fervida

vita immortale: l'uom solo era stanco!


(da "Canti del trifoglieto", Treves, Milano 1913, pp. 88-90)





PRIMO MAGGIO 1902

di Severino Ferrari (1856-1905)


Oh benvenuto colle rose in testa,

mese di maggio, mese degli amori!

oh benvenuto primo maggio, festa

della natura e dei lavoratori!


La man cercò la man oltre la cresta

dei monti, i fiumi algenti, i territori

cotti dal sole! nella stretta onesta

s'ergean le menti e s'addolciano i cuori.


Or la catena è salda: il vecchio mondo

che a Cristo e al re dava puntello il boia

serrar sente la spira al collo intorta.


Di rose soffocatelo, l'immondo!

Di giustizia o d'amor, pur ch'egli muoia,

e tosto, il modo del morir che importa?


(da "Tutte le poesie", Cappelli, Rocca San Casciano 1966, pp. 566-567)





INNO D'OPERAI

(Per il 1° Maggio)

di Giovanni Lanzalone (1852-1936)


Coi fiori, coi canti, col tepido raggio, 

che ingemma e rallegra l'umano sudor, 

coi limpidi azzurri del cielo di maggio, 

che luce e speranza riflette nei cor, 

da le stelle, ove un dì ti sognammo, 

vieni in terra, e la vita ci abbella, 

o Giustizia! O divina fiammella, 

che rischiari l'errante pensier.


Non furia d'incendio, che investe e divora 

con l'orride vampe capanne e città, 

ma luce tranquilla di fulgida aurora, 

che annunzia la gloria del sol che verrà. 

Giù la face de l'odio e la scure! 

Queste mani, ove, simile a l'oro, 

splende l'orma del nostro lavoro, 

a la pace son sacre e al dover!


O ricchi, o felici! Stringete le mani 

che v'offron l'ulivo dal candido fior: 

più bello a le menti sorride il domani, 

se mutua ci scaldi la fiamma d'amor: 

queste ruvide mani vi diero 

la superba mollezza de gli agi, 

i teatri, le ville, i palagi, 

ove il fasto trionfa e il piacer.


Cercammo le gemme pei vostri monili 

nel sen de la terra, nel seno del mar: 

le facili sete, le stoffe gentili 

che stenti, che ansie, che sangue costar! 

L'oro istesso, onde l'opre e la vita 

e talvolta l'onor vi vendemmo, 

noi fiammante dal suolo il traemmo 

e plasmato vel demmo in poter.


Le mense fumanti di cibi squisiti, 

le tazze lucenti, l'ardente liquor, 

che accende la gioia dei vostri conviti, 

son gioie fiorite da mille dolor! 

Ma la forza dei secoli invitta 

tutti spinge a più nobile vita.

e si sveglia la mente assopita 

a l'aurora del giusto e del ver.


Fratelli felici! Stringete le mani

che v'offron l'ulivo del candido fior; 

più bello a le menti sorride il domani, 

se mutua ci scaldi la fiamma d'amor. 

Da le stelle, ove un dì ti sognammo 

scendi in terra e la vita ci abbella, 

o Giustizia! O divina fiammella 

che rischiari l'umano pensier!


1896


(da "Speranze umane", Tip. Ed. Ubaldo Guidetti, Reggio Emilia 1919, pp. 35-37)





INNO A MAGGIO

di Ernesto Ragazzoni (1870-1920)


Maggio, stagione amica delle anime ribelli,

delle nevi, dei venti grande dissipator;

Maggio, che infiori i prati, le aiuole e i freddi avelli,

e illumini le fronti bagnate di sudor.


Sono infinite le anime che languono nell'ombra

della miseria squallida, fra inumani martir!

O Maggio, Maggio santo, tu che sei grande, sgombra

da questa afflitta terra le lacrime e i sospir.


Riscalda il casolare col tuo tiepido raggio,

ove durante il verno regnò la fame e il gel;

e tra i profumi verdi che con te rechi, o Maggio,

l'ultima lotta audace, porta con te dal ciel.


L'ira nemica atterra; vinci gli odii; la nera

viltà disperdi, o Maggio, ch'è nel fraterno acciar;

Tu spingi avanti e illumina la fiammante bandiera

che mai soffio di vento non valse a ripiegar.


Ridesta della lotta l'istinto puro e santo

in questa incosciente, stanca generazion;

vinci gli inerti e intona della battaglia il canto

che nell'oppresso susciti la santa ribellion.


(da "Buchi nella sabbia e pagine invisibili", Einaudi, Torino 2000, p. 192)





Da "FRAMMENTI"

di Rocco Scotellaro (1923-1953)


13

Nella Lombardia operaia

ti porta fortuna il mazzolino di mughetti

che raccogli il giorno del 1° Maggio.


[1948-49]


(da "Tutte le poesie 1940-1953", Mondadori, Milano 2004, p. 302)





PRIMO MAGGIO

di Elisa Tacchi (?-?)


È la festa gioconda del lavoro;

a mucchi, sui barrocci inghirlandati,

vanno ragazze stornellanti in coro

e vanno giovinotti spensierati.


Vanno a tuffarsi in questo sole d'oro

che domattina non godranno più,

vanno tra' campi, con vocìo canoro,

a godersi la balda gioventù.


Chi lo sa quanta festa là sui prati,

che bisbiglio di tenere parole,

che folgorar di sguardi innamorati!


E domani, al lavoro ritornati,

i dolci accenti ridiran le spole,

i colpi del martello cadenzati.


E né tetri opifici affumicati,

avran l'anime, ancora, un po' di sole.


(da «Rivista di Roma», 25 aprile 1905)





PRIMO MAGGIO

di Cesare Vivaldi (1925-1999)


Chiara gioia se andando s'accompagna

ai nostri passi leggeri d'amanti

la bella primavera, e la campagna

apre davanti


agli occhi nostri con sottili mani

d'erba, e ci avvolge nella sua quiete.

Mi sento come avessimo dieci anni

oggi, se io e te


a un fresco vento di ruote, levando

alta la fronte salutiamo: in viaggio

camions di verde gioventù, cantando

nel Primo Maggio.


(da "Poesie scelte 1952/1992", Newton Compton, Roma 1993, p. 19)





sabato 25 aprile 2026

25 aprile: altre due poesie

 Quest'anno, in occasione della ricorrenza del 25 aprile, voglio proporre due testi poetici tratti dal volume Parole e sangue di Camillo Pasquali (Novara 1909 - ivi 1956). L'autore è conosciuto più come politico che come poeta: fu il primo sindaco di Novara eletto democraticamente nel 1946; fu anche senatore della Repubblica Italiana tra il 1953 e il 1956. Le sue opere principali di poesia sono due: Narcisso e lo stagno (Guanda, Modena 1939) e Parole e sangue (La Stella Alpina, Novara 1950); da quest'ultima ho tratto una lirica originale di Pasquali ed una sua traduzione di un testo in versi scritto da Paul Éluard (1895-1952). la prima, intitolata Morte e sacrilegio, già nel titolo mette in evidenza il tema del contenuto: la disumanità, la spietatezza e la spaventosa violenza di un episodio bellico che il poeta stesso visse, avendo partecipato come partigiano alla 2° Guerra Mondiale; come si evince dall'epigrafe che si trova alla fine del componimento poetico, tale episodio si verificò nel settembre del 1944, nel Monferrato: una regione geografica del Piemonte situata tra la provincia di Alessandria e quella di Asti; si parla di una delle tante rappresaglie naziste nei confronti di una scolta partigiana: le immagini descritte sono tremende, sconvolgenti, spietate… Ma alla fine le guerre sono tutte uguali: questi episodi sono accaduti in passato e, purtroppo, accadono tutt'ora.

Sorelle alla speranza è il titolo della traduzione; già dal titolo si può intuire che l'argomento è ben diverso rispetto alla precedente poesia: Éluard scrisse un sentito ringraziamento in versi alle partigiane francesi che, come le italiane, rischiarono la loro vita per difendere gli ideali di libertà a cui profondamente credevano. È una poesia ottimista: lo scrittore francese vede prossima la fine della guerra e il trionfo dell'amore; sta per iniziare una nuova era, dove la violenza e la miseria scompariranno, lasciando spazio alla tenerezza, all'allegria ed alla comprensione: sentimenti positivi che le donne spesso sanno rappresentare ottimamente.






MORTE E SACRILEGIO

di Camillo Pasquali


Esatto giunge al vertice del colle

il fuoco degli spari; vi scoscende

la frana di proiettili e di bombe,

e cadaveri rotolan divelti

fra sassi e sterpi.

Dove esultava un giorno

la sagra di bengala e mortaretti,

una rapida furia vi distrugge

la breve chiesa e scolta partigiana.


Si reggeva all'altare, sulle mani

come ginocchia, l'ultimo colpito;

comprimeva il suo ventre, steso innanzi

alla Madre dipinta col Bambino,

e il suo bimbo e la madre rantolando

invocava. Ed il nazi che vi sale

col lanciafiamme un solo rogo accende

dell'altare e dell'ultimo morente.


Non ardono le pissidi¹, e patene²,

l'ostensorio³ e la grande croce:


e i vasi sacri per osceni riti

in processione recano fra l'armi;

alla gran croce portano impiccata

seminuda la giovane staffetta:

sacrileghi alla vita ed alla morte.


Monferrato, settembre 1944.


(da "Parole e sangue", La Stella Alpina Editrice, Novara 1950, pp. 46-47)



NOTE

1) Le pissidi sono arredi sacri a forma di coppa con coperchio e velo, nei quali sono contenute le ostie consacrate.

2) Le patene sono degli oggetti liturgici cattolici e cristiani: si sostanziano in un piccolo piatto circolare, solitamente in metallo prezioso (oro o argento). Utilizzate durante la Messa, accolgono le ostie consacrate e coprono i calici. 

3) Gli ostensori sono degli arredi sacri cattolici utilizzati per esporre solennemente le ostie consacrate all'adorazione dei fedeli. 





SORELLE ALLA SPERANZA

di Paul Éluard


Sorelle alla speranza o coraggiose

donne

contro la morte avete stretto un patto

quello d'unire le virtù d'amore


O mie sorelle sopravvissute

voi giocate la vostra vita

perché la vita trionfi


Il giorno è prossimo o grandi sorelle

in cui noi rideremo delle parole

guerra e miseria

e nulla resterà che fu dolore.


Ed ogni volto avrà le sue carezze.


[Trad. di Camillo Pasquali]


(da "Parole e sangue", La Stella Alpina Editrice, Novara 1950, p. 158)




domenica 19 aprile 2026

Le automobili in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Se è vero che le prime automobili della storia dell'umanità furono messe in circolazione nella seconda metà del XIX secolo, è altrettanto vero che questo imprescindibile mezzo di trasporto si diffuse in modo abnorme durante il Novecento. Nelle dieci poesie trascritte a seguito di questo prologo, le automobili sono protagoniste in modi assai differenti. Nei versi dei poeti futuristi esse vengono esaltate poiché, nella visuale degli appartenenti a questo storico movimento artistico, rappresentano il simbolo supremo della modernità, della velocità, della potenza meccanica e del progresso tecnologico. Altri, come Francesco Pastonchi, sono contrari all'invasione incontrollata di tali moderni mezzi meccanici, perciò concentrano la loro attenzione sulla natura che, umanizzata, nelle sue varie forme reagisce in più modi: con terrore, stupefazione, sorpresa o impassibilità. Altri ancora, come Nino Oxilia, all'interno degli autoveicoli si perdono in pensieri intimisti o in riflessioni esistenziali forse in questo facilitati e incoraggiati da una sorta d'isolamento dal resto del mondo che si crea rimanendo chiusi nelle automobili. Ci sono poi coloro che si soffermano a descrivere le gare sportive tra autovetture, che hanno affascinato e tutt'ora affascinano tantissimi esseri umani. Infine si nota una sola poesia (o meglio epigramma) che punta il dito senza mezzi termini sulla totale disumanizzazione causata, tra le altre cose, dalla diffusione incontrollata delle automobili e dallo spropositato valore che gli viene attribuito da gran parte della popolazione mondiale. Buona lettura.  




Da "AUTODROMO"

di Giorgio Cesarano (1928-1975)


Il pilota viene a piedi,

solo, sulla destra della pista.

L'ombra delle querce nella prospettiva

riga sempre più fitta

l'asfalto fino alla curva

che appare quasi nera.


Ma da vicino ha una faccia, la strada,

tutta increspata, tutta granitura

e corre la formica, si trascina

lo scarabeo e giace

il fuscello secco e rotola la ghianda.


Il pilota passo passo s'avvia

alla curva; qui s'accoscia,

tocca l'asfalto, mira

rasoterra lungo la striscia

doppia di raschiati pneumatici.

Dunque s'avvede dei due

seduti loro soli in tribuna,

«Scheisse» dice e via

a passo diverso mani in tasca.


Quanti passi prima,

giacchetto nero, gambe magre, chiari

capelli, prima che scompaia

al sottopasso, un pezzo

per volta, come una figura

di carta tratta giù piano da una fessura.


(da «Quaderni di RebStein», XLI, Febbraio 2013)





BATTUTE D'AUTOMOBILE

di Auro d'Alba (Umberto Bottone, 1888-1965)


 Saturo di rossa benzina

scalpito

sussulto

mi sferro

m'apro tra colonnati d'atmosfera

portici di libertà.

Le strade - inebrianti sanguisughe

mi succhiano mi succhiano

sfettucciandomi alle calcagna

i cadaveri dei chilometri

divorati dal cannibale motore.


  A destra - a sinistra

avanti  sul tergo

sbandieramento d'onore

di sole -

elettrico monsignore

d'una cattedrale celeste -

e preti rossi -

mefistofelici renitenti

d'una leva repubblicana.


  Tempo di tamburo:

rullo primaverile.

Tempo di grancassa:

orchestra di vènti-mastini sguinzagliati

Tempo di violino:

uomini impalati

sull'uscio vicino.


  Chiuso in un maglio

di quadruplice ferro

sbuffo rattratto

sugli angoli retti

delle vie capitali -

scatto

compatto

lasciandomi i trams alle spalle

in uno sbadiglio stridente

sul binario convergente.


  I palazzi-teste rettangolari

di mostri

dai multipli occhi-finestre

spalancano le bocche-balconi

coi denti - ringhiere a sghimbescio.

Schizzo chilometriche pupille

in alto - sui fianchi:

scimitarre di freddi cipressi

penzoloni

(altalene di pennoni - giardinieri)

avidi sguardi -

sventolati stendardi

di luce carnale - 

e un aggrumato fanale

pugnale

piantato in seno alla notte

dal vespro - sicario del giorno.

Lunghe lunghissime stelle

- vespai notturni -

sulla testa musicista -

marciapiedi - lame incandescenti

di ghigliottine -

atroce soffocamento

per la mia apoplettica passione

di sventramento -

graticole di selciato

dove mi arrotondo

in un profondo

desiderio di esaurimento.


  Alba. Cascate di tetti -

fosforiche sentinelle - lampioni

lasciate morire di arsura

in attesa del caporale lampionaio

per il cambio di muta.

Ai lati

occhi sbendati

dal sole alabardiere

coriandoli - gettoni

festoni gonfiati

bandiere               bandiere

              bandiere 


(da "Baionette", Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano 1915, pp. 14-17)





IN AUTOMOBILE

di Antonio Daniele (?-?)


La striscia biancastra divora

pulsante la macchina mia,

lasciando fuggir de la via

ottanta chilometri all'ora.

          Ma ancora, ma ancora:

          vi sono i cipressi

          che corron più forte:

          Deh! vinci quei messi

                         Di morte.


Dà un balzo la macchina e corre

più lesta; io giro il volante

e quasi rasento le borre

passando su tremule piante

          Di timo olezzante.

          Cipressi, che piano

          già stanchi correte,

          io vado lontano, 

                         salvete!


(da «La Fiamma Verde», settembre 1919)





FORNICAZIONE DI AUTOMOBILI

di Mario De Leone (?-?)


Visi strani

di palazzi sull'attenti

sorridenti

dalle innumeri finestre

spalancate.

Un'inondazione torrenziale

di luce

si produce

nelle case sonnacchiose:

annegamento de' mobili.

Ragnatele di fili lucidi,

continuazione metallica

dell'umano cervello

stanno all'erta vigilanti,

sempre attenti,

i continui movimenti

de' passanti.

Tra… ta… ta… ta… mbu…

Collisione involontaria,

fornicazione rabbiosa

di due automobili-volontà,

abbraccio di due guerrieri

baldanzosi del movimento,

sincope di due cuori-motori,

spargimento di sangue-benzina.

Ristagno del viavai,

stagno immobile di curiosità,

lagno. Lagno di feriti.

Coagulazione degli affari.

Avanzi ingombranti

delle due macchine morte,

spazzati rapidamente

da una febbre di braccia,

rastrelli di scheletri informi, enormi.

Marcia funebre di sibili

di sirene d'automobili in attesa.

Passo elastico di quattro barelle

caricate dal peso

pietoso di quattro agonie.


Vie… vie… vie…


Ospedale di campanelli

d'allarme. Infermieri,

chirurghi, suore: tutti seri,

tutti raccolti intorno

alla quadruplice agonia

operata con arte pia.


Vie… vie… vie…


Risucchio della tristezza,

rivendicazione violenta,

del movimento, del movimento.

Dieci, cento, mille

veicoli trabalzanti.

Tuffi nella velocità.


Clo… clo… clo…

Drin… drin… drin…

Teuff… teuff… teuff…


Rapidità. Preziosità del minuto

che trascorre. Corsa furente,

sobbalzi, balzi, urli.

Domani, fra un'ora, fra due

minuti, in questo momento

medesimo un altro

cozzo, un'altra schiacciante

formicazion d'automobili

produrrà per la via

qualche altra agonia!

Breve parentesi d'angoscia,

di morte, d'attesa, di strazio,

e dopo quella, la vita

che vince, che freme, che passa

velocemente, immemore!

Ma la memoria rimane

impressa né foschi palazzi,

né lucidi fili in cui vibra

il telegramma funesto:

«Napoli 9 giugno ore 14

Violento scontro automobilistico.

Quattro moribondi».

E basta. Una corsia

d'ospedale. Una lenta agonia.


(da «Lacerba», 1° luglio 1914)





IL CIRCUITO

di Farfa (Vittorio Osvaldo Tommasini, 1879-964)


IL CIRCUITO

automobilistico

è la lama flessibile

la vettura

l'impugnatura

pel duello con la morte

il corridore

un pezzo di ricambio

della macchina

che stroncandosi con essa

devesi immediatamente

tutto sostituire

a ciglio asciutto

duellando imperturbabili

nella morsa del tempo

per vincere la corsa


(da "FARFA poeta record nazionale futurista", Sabatelli, Savona 1970, pp. 126-127)





IN AUTOMOBILE SOTTO LA PIOGGIA

di Nino Oxilia (Angelo Oxilia, 1889-1917)


Velo bianco sul viso taciturno,

ombra degli occhi e lunga mano al mento

- fuori dei vetri la pioggia - rammento

ogni cosa del nostro andar notturno.


Il motore cantava. Roma al sordo

ansare del motore avea parvenza

grave: al rombo del cuore, adolescenza

rifaceva le strade del ricordo.


Rifaceva l'ordito del ricamo.

Pensavo: quella che mi siede al fianco,

quella che mi fece il viso triste e bianco

d'amore e non mi amò. Ora non l'amo.


Il motore cantava. Foglie morte.

Alberi nudi in corsa. Forme stanche.

Il vostro volto sulle mani bianche.

Sopra i vetri la pioggia battea forte.


La vettura correva in mezzo al fango.

Pensavo: allora, per aver concesso

il fianco al fianco, il viso al viso presso,

avrei pianto d'amore. Ora non piango.


Il motore cantava in ritmi tetri

come il cuore. Poi tacque all'improvviso.

La vettura fermò. Levaste il viso

e la pioggia riprese alta sui vetri.


S'aprì la porta e l'acqua entrò col vento.

Un ordine. Una frase: «presto! chiudi!»

L'uomo mostrò, chiudendo, i polsi nudi.

Voi riprendeste il vostro atteggiamento.


Io pensavo. Con atto dolce e muto

mi sfioraste i capelli: all'improvviso

tutto il passato mi ventò sul viso

il vostro fiato non ancor goduto.


Come orologio di malinconia

battea la pioggia a scandere il minuto:

ciò che Amore non chiese, ebbe la mia

breve improvvisa avidità di bruto.


...Or guardavate tra le ciglia chiare

in atto di sognare e di dormire.

Rivivere significa morire

e vivere significa passare...


...Così fu. Risentii d'un tratto il botto

del motore: urlo-voce-spinta-addio.

Riprese dietro ai vetri il picchiettio

della pioggia che già s'era interrotto,


e rividi passare in strade nuove

alberi nudi in corsa, forme stanche,

mentre il tuo volto sulle mani bianche

guardava altrove. Ché il domani è altrove.


(da "Gli orti", Alfieri & Lacroix, Milano 1918, pp. 12-14)





AUTOMOBILI DI NOTTE

di Francesco Pastonchi (1874-1953)


Forano di fari la notte

sùbiti, impietosi:

l’ombre degli agresti riposi

sussultano, rotte.


Allibita una casa sbianca:

un prato di fiori stupisce

di quell’alba che lo ferisce

violenta e sùbito manca.


Ma la foresta rifiuta

quei coni effimeri in fuga:

resta, nel chiaror che la fruga,

austera, impassibile, muta.


(da "Versetti", Mondadori, Milano 1931, pp. 168-169)





INVESTIMENTO

di Gino Patroni (1920-1992)


Morì

investito,

nel mezzo

della strada:

e le ruote

gli giraron

sulla pancia.

Accorse 

gente,

vide

la vettura

e disse:

«Bella linea,

questa Lancia».


(da "Epigrammi italiani", Einaudi, Torino 2001, p. 319)





VECCHIA BALILLA

di Vito Riviello (1933-2009)


Nell’odor di benzina c’è

             tutto l’odio del mondo,

in casa era piacevole

sulle giacche delle gite

ma già in strada,

le solitarie pompe con le teste

             di lune marce,

si diffondeva il suo vagare

nella “balilla” dello zio

e lo portava a peccare.

L’odore ha lasciato traccia

sugli strofinacci di cucina

ed è esploso nelle valli

che costeggiavano i fiumi,

un odore indimenticabile

per chi “soffriva” la macchina

ed era comunque invitato

a consumare un tragitto

di “consummè” e di paste.


(da "Tutte le poesie", Sapienza Universià Editrice, Roma 2019, p. 136)





MILLE MIGLIA

di Vittorio Sereni (1913-1983)


                                                                         Brescia, primavera '55

Per fare il bacio che oggi era nell’aria

quelli non bastano di tutta una vita.


Voci del dopocorsa, di furore

sul danno e sulla sorte.

Un malumore sfiora la città

per Orlando impigliato a mezza strada

e alla finestra invano

ancor giovane d’anni e bella

Angelica si fa.

Voci di dopo la corsa, voci amare:

si portano su un’onda di rimorso

a brani una futile passione.

Folta di nuvole chiare

viene una bella sera e mi bacia

avvinta a me con fresco di colline.

Ma nulla senza amore è l’aria pura

l’amore è nulla senza la gioventù.


(da "Gli strumenti umani", Einaudi, Torino 1995, p. 18)




"A Brouhot car in Paris, 1910"
(da questa pagina Web)


domenica 12 aprile 2026

Case editrici: Treves

 La Treves è stata una delle case editrici italiane più prestigiose di sempre; fu fondata a Milano, nel 1861 dal Emilio Treves (1834-1916), ma nella direzione, dopo appena nove anni gli si affiancò il fratello minore Giuseppe (1838-1904), per cui da quel momento la casa editrice fu denominata «Fratelli Treves editori». Emilio svolse per diverso tempo l'attività di giornalista, dirigendo anche alcune testate rilevanti. Divenuto editore, pose l'attenzione principalmente sui gusti del pubblico e le opere che fece stampare si concentrarono su svariati settori, pur privilegiando quelli inerenti la letteratura e la scienza. Treves fondò e pubblicò anche importanti periodici come L'Illustrazione Universale, L'Illustrazione Italiana e Il Giornale popolare dei Viaggi. Tra le collane più fortunate dell'editore si ricorda quella della Biblioteca amena, dove ebbero spazio autori importanti come Giuseppe Verga, Grazia Deledda e Matilde Serao. Pubblicò molti romanzi d'appendice e libri di viaggio (per quest'ultimi usufruì della collaborazione di Edmondo De Amicis, l'autore di Cuore, celeberrimo romanzo la cui prima edizione uscì grazie alla Treves nel 1886). Anche Gabriele D'Annunzio collaborò con la casa editrice milanese, con pubblicazioni di romanzi (Il piacere, 1889) e opere poetiche. Altri poeti legati alla Treves furono Arturo Graf, Vittoria Aganoor, Ettore Sanfelice, Alfredo Baccelli, Angiolo Orvieto, Ada Negri, Guelfo Civinini, Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano. Dopo la morte dei due fratelli, la Treves si trasformò in società anonima; tra il 1931 e il 1933 si fuse con la «Bestetti e Tumminelli»; infine, nel 1939 fu rilevata da un altro prestigioso editore: Aldo Garzanti, che proseguì la strada tracciata dai Treves. Ecco infine due poesie tratte da due raccolte pubblicate dalla Treves: Fatalità di Ada Negri e Poema paradisiaco di Gabriele D'Annunzio.





SENZA NOME

di Ada Negri


Io non ho nome. — Io son la rozza figlia

      Dell'umida stamberga;

Plebe triste e dannata è mia famiglia,

Ma un'indomita fiamma in me s'alberga.


Seguono i passi miei maligno un nano

      E un angelo pregante.

Galoppa il mio pensier per monte e piano,

Come Mazeppa sul caval fumante.


Un enigma son io d'odio e d'amore,

      Di forza e di dolcezza;

M'attira de l'abisso il tenebrore,

Mi commovo d'un bimbo alla carezza.


Quando per l'uscio de la mia soffitta

      Entra sfortuna, rido;

Rido se combattuta o derelitta,

Senza conforti e senza gioie, rido.


Ma sui vecchi tremanti e affaticati,

      Sui senza pane, piango;

Piango su i bimbi gracili e scarnati,

Su mille ignote sofferenze piango.


E quando il pianto dal mio cor trabocca,

      Nel canto ardito e strano

Che mi freme nel petto e sulla bocca,

Tutta l'anima getto a brano a brano.


Chi l'ascolta non curo; e se codardo

      Livor mi sferza o punge,

Provocando il destin passo e non guardo,

E il venefico stral non mi raggiunge.


(da "Fatalità", Treves, Milano 1892, pp. 5-6)





IL BUON MESSAGGIO

di Gabriele D'Annunzio


“E le piccole foglie in cima ai rami

di primavera? e il cielo così grande?

e i fanciulli? e le tombe venerande?

e la madre? e la casa che tu ami?”


Venir può da tal voce, anche una volta,

questo bene! – O sorella, dunque in cima

ai rami, ai rami teneri, è la prima

foglia? e brilla? E tu hai dunque raccolta


la rugiada nel cavo de la mano?

Son queste, è vero?, cose ancóra buone.

E tu cantasti già qualche canzone

a la madre pensosa d'un lontano?


Non pianga. Tornerà quel suo figliuolo

a la sua casa. È stanco di mentire.

Tornerà. Né vorrà più mai partire:

certo, più mai. Da troppo tempo è solo.


Domani tornerà... – Vuoi tu che torni

domani? Dunque aspettami, sorella.

Io le piccole foglie, la novella

erba, e le acque correnti, e certi giorni


così chiari che sembra vi si effonda

quasi un latte divino, e certe lente

notti ove quasi un'ansia occultamente

sospira e poi la canna è più profonda,


io veda, io goda: queste cose io veda,

io goda, e tu mi sia compagna sola.

E sol ne' tuoi puri occhi di viola,

ed in quelli materni, io guardi, io creda.


Oh al fine io tocchi l'albero e l'arbusto

con mani monde e non mi turbi alcuna

brama! Oggi tutta la bontà s'aduna

in quel cuore che seppe ogni disgusto:


tanta bontà che parmi ismisurato

il cuore... – E dimmi, dunque, dimmi: in cima

ai rami, ai rami teneri, è la prima

foglia? e brilla? E tu hai dunque, cantato?


(da "Poema paradisiaco. Odi navali", Treves, Milano 1893, pp. 13-15)

domenica 5 aprile 2026

Cena di Pasqua

 E quando nel giro del ballo oscuro che ci rimorchia

dimenticate ombre nostalgiche a fingere la vita,

spirito della notte ci riavrai, dopo le ultime risa,

i baci sulle guance, gli augurii, gli addii sulla porta;


e là dalla soglia a scroscio rompendo un vento crudele

dissiperà le fioche ed esili voci come capelli

incanutiti, nel vuoto portico di tra i cancelli

cieco soffiando sulle deboli fiamme delle candele:


forse torneremo in un muto patto d’intorno a questa

tavola, sotto la lampada, commensali distratti;

fermi, le labbra sigillate, seduti di contro ai ritratti

pallidi dei nostri morti, ad una eterna festa.







COMMENTO

Cena di Pasqua è il titolo di una poesia di Giorgio Bassani (Bologna 1916 - Roma 2000), che fu pubblicata per la prima volta sulla rivista Mercurio del dicembre 1944. Successivamente fu inserita nella raccolta poetica d'esordio dello scrittore bolognese: Storie dei poveri amanti e altri versi, Astrolabio, Roma 1945; compare inoltre in L'alba ai vetri. Poesie 1942-1950, Einaudi, Torino 1963 e nel recente volume intitolato Poesie complete, Feltrinelli, Milano 2021. Il testo che ho trascritto è quello leggibile in Mercurio. Nella foto c'è invece la versione quasi perfettamente uguale, rintracciabile nella sezione Primi versi di L'alba ai vetri (p. 29). Pur non essendo presente alcuna data in calce alla poesia, è notizia quasi certa che Cena di Pasqua fu scritta nel 1942. Questa ed altre informazioni che ora aggiungerò le ho ricavate dalla citata edizione del 2021, più precisamente dal capitolo Nota al testo. Apparato genetico e commento di Anna Dolfi¹, che è anche la curatrice dell'intero volume. Bassani, durante un'intervista con Domenico Porzio, dichiarò che Cena di Pasqua è strettamente correlata con un capitolo del romanzo più famoso dello scrittore felsineo: Il giardino dei Finzi-Contini, in cui si parla di una cena pasquale; la poesia stessa ne fu addirittura la fonte d'ispirazione. Il 1942 fu un anno fortemente drammatico per tutta l'Europa: da due anni era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, e l'Italia vi partecipava come alleato della Germania nazista. Già nel 1938 erano iniziate anche nel nostro paese le persecuzioni antiebraiche, con l'emanazione delle leggi razziali fasciste. Negli anni seguenti si assistette all'espulsione di ebrei da scuole, impieghi pubblici e privati, e al sequestro dei loro beni. Nell 1943 si perpetrò l'occupazione dell'Italia da parte dei nazisti, con conseguenti deportazioni di massa verso i campi di sterminio di tutti gli ebrei reperibili nella penisola. C'è quindi, in virtù di questi fatti storici - alcuni dei quali si erano già verificati quando la poesia fu scritta - una premonizione funesta da parte di Bassani, che poteva intuire quale sarebbe stato il suo futuro e quello dei suoi cari; era consapevole anche che quella cena avrebbe coinciso con l'ultima riunione della sua famiglia al completo. A proposito del clima d'imminente tragedia che si respirava in quei momenti, ecco un frammento della Parte III, Capitolo VII de Il giardino dei Finzi-Contini che ben descrive i commensali come persone del tutto inconsapevoli della tragica sorte che nel giro di un anno o poco più li avrebbe direttamente riguardati:


 Io guardavo mio padre e mia madre, entrambi in pochi mesi molto invecchiati. Guardavo Fanny, che aveva ormai quindici anni, ma come se un arcano timore ne avesse arrestato lo sviluppo non ne dimostrava più di dodici. Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo, ma ciò nondimeno già allora, quella sera, anche se li vedevo tanto insignificanti nei loro poveri visi sormontati dai cappellucci borghesi o incorniciati dalle borghesi permanenti, anche se li sapevo tanto ottusi di mente, tanto disadatti a valutare la reale portata dell'oggi e a leggere nel domani, già allora mi apparivano avvolti della stessa aura di misteriosa fatalità statuaria che li avvolge adesso, nella memoria.²


Da ricordare infine che la Pasqua ebraica si festeggia con una cena (Seder di Pesach³) e non coincide con la data di quella cristiana.


 

NOTE

1) Alcune notizie che ho riportato le ho attinte dalle pagine 453-455 del volume: Giorgio Bassani, Poesie complete, a cura di Anna Dolfi, Feltrinelli, Milano 2021.

2) Dalla pagina 150 del volume: Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Nuova Stampa Mondadori, Cles 1997.

3) La Pasqua ebraica (Pesach) celebra la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto e la sua nascita come nazione libera sotto la guida di Mosè. Ricorda l'Esodo, simboleggiando il passaggio dalla schiavitù alla libertà, e celebra la protezione divina durante la decima piaga, quando gli angeli "passarono oltre" le case ebraiche.