Nacque a Pizzo di Calabria nel 1869 e morì a Raiano nel 1943. La sua prestigiosa carriera di scienziato, così come la sua attività politica che gli consentì di far parte della Camera dei Deputati Italiani a partire dal 1919, non gli impedirono di coltivare, praticamente per tutta la vita, una evidente passione per la poesia; iniziò a scrivere e pubblicare versi quando era ancora giovanissimo, e le sue ultime raccolte uscirono pochi anni prima della sua scomparsa. Poeta tradizionalista, Anile riuscì a trasporre egregiamente in versi i temi che gli stavano più a cuore: la scienza e la religione. Certamente ebbe dei punti di riferimento fondamentali, come Giacomo Zanella, Giosue Carducci e Giovanni Pascoli, ma mostrò anche una suo personalissimo stile, che si realizzò più compiutamente nei sonetti (la forma metrica prediletta dallo scrittore calabrese).
Opere poetiche
"Intermezzo di sonetti", Tip. Landi, Firenze 1893.
"Ultimo sogno", Pierro, Napoli 1901.
"Sonetti dell'anima", Pierro, Napoli 1903.
"Sonetti dell'anima" (2° ed.), Ricciardi, Napoli 1907.
"La croce e le rose", Ricciardi, Napoli 1909.
"Poesie", Zanichelli, Bologna 1921.
"Sonetti religiosi", Zanichelli, Bologna 1923.
"Nuovi sonetti religiosi", L'Eroica, Milano 1931.
"Le ore sacre", Vallecchi, Firenze 1937.
"L'ombra della montagna", Opera Nazionale Mezzogiorno d'Italia, Roma-Milano 1939
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| Antonino Anile |
Testi
LE VIOLE
La siepe che, irta in cèspiti conserti,
il sorriso dei cieli a sé preclude,
entro il suo folto, tra bagliori incerti,
di viole un sorriso ampio dischiude.
Sopra tremuli càlami, appena erti
dal suolo, occhieggian le corolle nude,
dove ogni tenue petalo racchiude
l'azzurra libertà dei cieli aperti.
Fiori d'ombra han nel cerchio d'una sola
corolla, tutta schiusa, qualche cosa
de' purissimi cieli di viola.
Così, talora, un'anima pensosa
segreto esprime un fiore; e si consola
d'una gioia di cieli luminosa.
(da "Sonetti dell'anima", Ricciardi, Napoli 1907, p. 13)
POESIA
Poi che il pensier vigile chiuse
tutte le sue ali,
nelle indagini aspre del Vero,
ecco, Tu mi appari,
come sopra i mari
un'alba di luci diffuse;
e 'l vol riapre il mio pensiero.
Poi che l'anima spesso geme,
come acque in concluso
seno, di un suo antico lutto.
Tu vieni; e disghiacci
le dighe, e allacci
di nuovo la mia vita insieme
con quella divina del Tutto.
Balzo alla tua voce con pronti
spiriti, con sensi
ridesti, con il cuore intento;
e ne avverto l'eco
in me, come speco,
celato tra forre di monti,
che divien sonoro nel vento.
La tua voce par che si sveli
dall'anima occulta
delle cose: viene dai fiori,
da ogni pupilla
di bimbo che brilla,
dall'ampia pupilla dei cieli
aperta sui mari canori.
Sale dalle linfe profonde
della Terra, dove
si preparan pei monti e i piani
nuovi ùberi maggi;
canta nei linguaggi
luminosi degli astri, donde
piove un'eco pei sogni umani.
Al ritmo della tua parola
si schiudono i germi
occulti, si accendon le aurore,
vanno le correnti
entro i mari, i venti
aprono l'ala, un Dio trasvola
sopra i mondi, pulsa ogni cuore.
Le verità al pensier contese,
che indaga e anela,
— poi che di tua voce s' accende
ogni intima fibra
e in alto si libra
l'anima mia con l'ali tese, —
L'OCCHIO, FATTO PURO, COMPRENDE.
(da "La Croce e le rose", Ricciardi, Napoli 1909, pp. 119-121)
SENECTUS
Sopra il sentier ch'io corsi da bambino,
ora s'attarda il passo: egual tardanza
è nel ritmo del cuore. Poco avanza
de la mia balda gioventù. Declino.
L'occhio non coglie più quel ch'è vicino,
e figgersi ama ne la lontananza.
Nave, che già ne senta la fragranza,
a una remota sponda io m'avvicino.
Qualcosa entro la mia trama si sfalda;
vecchiezza incombe: ma securo un senso
percepisce il baglior d'una nuova alba.
Declino, sì: ma con ardor più vivo
lo spirto è pronto per un volo immenso;
e muoio ad ora ad or mentre rivivo.
(da "Sonetti religiosi", Zanichelli, Bologna 1923, p. 61)
L'ALVEO
Entro un largo alveo,
cui l'estiva calura ha messo a nudo
la ghiaia del fondo,
un residuo filo d'acqua,
che trae scintille al sole,
scorre scavando un suo esiguo solco
ch'è compreso nel grande; ed è questo
che dà la direzione a quell'andare.
V'è sempre un solco più grande
al di fuori del breve,
un limite oltre il limite.
Penso alla mia anima
e alla rete che l'impiglia,
ma che respira
l'ampiezza di un grande alveo
che ha per sponde la luce
dell'infinito;
ed è questo che la conduce.
(da "Le ore sacre", Vallecchi, Firenze 1937, pp. 35-36)




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