domenica 5 aprile 2026

Cena di Pasqua

 E quando nel giro del ballo oscuro che ci rimorchia

dimenticate ombre nostalgiche a fingere la vita,

spirito della notte ci riavrai, dopo le ultime risa,

i baci sulle guance, gli augurii, gli addii sulla porta;


e là dalla soglia a scroscio rompendo un vento crudele

dissiperà le fioche ed esili voci come capelli

incanutiti, nel vuoto portico di tra i cancelli

cieco soffiando sulle deboli fiamme delle candele:


forse torneremo in un muto patto d’intorno a questa

tavola, sotto la lampada, commensali distratti;

fermi, le labbra sigillate, seduti di contro ai ritratti

pallidi dei nostri morti, ad una eterna festa.







COMMENTO

Cena di Pasqua è il titolo di una poesia di Giorgio Bassani (Bologna 1916 - Roma 2000), che fu pubblicata per la prima volta sulla rivista Mercurio del dicembre 1944. Successivamente fu inserita nella raccolta poetica d'esordio dello scrittore bolognese: Storie dei poveri amanti e altri versi, Astrolabio, Roma 1945; compare inoltre in L'alba ai vetri. Poesie 1942-1950, Einaudi, Torino 1963 e nel recente volume intitolato Poesie complete, Feltrinelli, Milano 2021. Il testo che ho trascritto è quello leggibile in Mercurio. Nella foto c'è invece la versione quasi perfettamente uguale, rintracciabile nella sezione Primi versi di L'alba ai vetri (p. 29). Pur non essendo presente alcuna data in calce alla poesia, è notizia quasi certa che Cena di Pasqua fu scritta nel 1942. Questa ed altre informazioni che ora aggiungerò le ho ricavate dalla citata edizione del 2021, più precisamente dal capitolo Nota al testo. Apparato genetico e commento di Anna Dolfi¹, che è anche la curatrice dell'intero volume. Bassani, durante un'intervista con Domenico Porzio, dichiarò che Cena di Pasqua è strettamente correlata con un capitolo del romanzo più famoso dello scrittore felsineo: Il giardino dei Finzi-Contini, in cui si parla di una cena pasquale; la poesia stessa ne fu addirittura la fonte d'ispirazione. Il 1942 fu un anno fortemente drammatico per tutta l'Europa: da due anni era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, e l'Italia vi partecipava come alleato della Germania nazista. Già nel 1938 erano iniziate anche nel nostro paese le persecuzioni antiebraiche, con l'emanazione delle leggi razziali fasciste. Negli anni seguenti si assistette all'espulsione di ebrei da scuole, impieghi pubblici e privati, e al sequestro dei loro beni. Nell 1943 si perpetrò l'occupazione dell'Italia da parte dei nazisti, con conseguenti deportazioni di massa verso i campi di sterminio di tutti gli ebrei reperibili nella penisola. C'è quindi, in virtù di questi fatti storici - alcuni dei quali si erano già verificati quando la poesia fu scritta - una premonizione funesta da parte di Bassani, che poteva intuire quale sarebbe stato il suo futuro e quello dei suoi cari; era consapevole anche che quella cena avrebbe coinciso con l'ultima riunione della sua famiglia al completo. A proposito del clima d'imminente tragedia che si respirava in quei momenti, ecco un frammento della Parte III, Capitolo VII de Il giardino dei Finzi-Contini che ben descrive i commensali come persone del tutto inconsapevoli della tragica sorte che nel giro di un anno o poco più li avrebbe direttamente riguardati:


 Io guardavo mio padre e mia madre, entrambi in pochi mesi molto invecchiati. Guardavo Fanny, che aveva ormai quindici anni, ma come se un arcano timore ne avesse arrestato lo sviluppo non ne dimostrava più di dodici. Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo, ma ciò nondimeno già allora, quella sera, anche se li vedevo tanto insignificanti nei loro poveri visi sormontati dai cappellucci borghesi o incorniciati dalle borghesi permanenti, anche se li sapevo tanto ottusi di mente, tanto disadatti a valutare la reale portata dell'oggi e a leggere nel domani, già allora mi apparivano avvolti della stessa aura di misteriosa fatalità statuaria che li avvolge adesso, nella memoria.²


Da ricordare infine che la Pasqua ebraica si festeggia con una cena (Seder di Pesach³) e non coincide con la data di quella cristiana.


 

NOTE

1) Alcune notizie che ho riportato le ho attinte dalle pagine 453-455 del volume: Giorgio Bassani, Poesie complete, a cura di Anna Dolfi, Feltrinelli, Milano 2021.

2) Dalla pagina 150 del volume: Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Nuova Stampa Mondadori, Cles 1997.

3) La Pasqua ebraica (Pesach) celebra la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto e la sua nascita come nazione libera sotto la guida di Mosè. Ricorda l'Esodo, simboleggiando il passaggio dalla schiavitù alla libertà, e celebra la protezione divina durante la decima piaga, quando gli angeli "passarono oltre" le case ebraiche.


venerdì 3 aprile 2026

La prima rosa rampicante

 Sola sospesa piccola piumosa

alta sul ramo quasi

senza foglie, vermiglio scuro, è

apparsa la prima rosa

rampicante oggi,

venerdì santo.






COMMENTO

Una breve e appassionata poesia di Giuseppe Conte che, nel giorno di lutto per antonomasia (nel Venerdì Santo muore Gesù), riesce a percepire un messaggio positivo, di rinascita, offerto dalla presenza di un fiore - una rosa rampicante - apparso da pochissimo tempo sulla parte alta di un ramo quasi spoglio. Un piccolo e piumoso fiore di color vermiglio scuro (una tonalità di rosso brillante), che in un contesto  pregno di tristezza a causa della scomparsa del figlio di Dio, aiuta l'osservatore più attento e sensibile ai minimi eventi stagionali che offre la natura, a trovare nuove speranze per il futuro. Anche oggi stiamo vivendo in un mondo disumano, dove regnano l'odio, la violenza e la prepotenza; le guerre sono conseguenza di tutto ciò. Eppure nel nostro piccolo ancora possiamo assistere a spettacoli quasi insignificanti come, appunto, la nascita di nuovi fiori, e forse soltanto questi piccoli-grandi eventi riescono a tirarci un po' su il morale, a farci sperare ancora - malgrado tutto - in un mondo migliore. Dobbiamo aggrapparci alla natura, come alla bontà non sbandierata di tanti esseri umani, per continuare ad andare avanti fiduciosi che si tratti soltanto di un periodo negativo, e che come tutti i periodi di tal genere, sia destinato a terminare. Gesù, nel terzo giorno dalla sua morte, è risorto: anche l'umanità farà lo stesso.

La prima rosa rampicante si trova nella raccolta L'Oceano e il Ragazzo (Rizzoli, Milano 1983) di Giuseppe Conte; io l'ho trascritta dalla pagina 148 di una nuova edizione della medesima (TEA, Milano 2002). In calce alla poesia, tra parentesi, c'è la seguente data: 8.IV.1977

sabato 28 marzo 2026

Aria di primavera

 Mario Novaro (Diano Marina 1868 – Forte di Nava 1944) nei pochi versi che scrisse e pubblicò volle spesso e volentieri esaltare la stagione primaverile, e lo fece in modo semplice, intenso e particolarmente sentito. Noto soprattutto come direttore della prestigiosa rivista «La Riviera Ligure» nonché come filosofo, Novaro, come ho già detto scrisse poche ma notevoli poesie, riunite in un volumetto intitolato Murmuri ed echi, uscito per la prima volta nel 1912 e poi più volte ristampato con aggiunte di ulteriori liriche, fino all'edizione definitiva del 1941. Fortunatamente ancora ai giorni nostri c'è chi ama i versi di Novaro (io tra questi), tant'è vero che la sua unica opera poetica è stata ripubblicata piuttosto di recente¹. Per evidenziare l'entusiasmo e l'emozione provata dal poeta ligure quando ogni anno si trovava a vivere la ripetizione degli spettacoli imparagonabili che può offrire la natura con l'arrivo della primavera, ho scelto una brevissima poesia, intitolata per l’appunto Aria di primavera. Qui, in soli sette versi Novaro riesce ad esprimere in modo chiaro ed essenziale, sia l'emozione provata di fronte ad uno spettacolo naturale, vecchio eppur sempre nuovo, offerto da un affascinante paesaggio che molto probabilmente era osservabile nei luoghi dove il poeta viveva (la Riviera Ligure di Ponente); sia gli elementi imprescindibili, rintracciabili in tanti altri luoghi del pianeta, che alimentano tale emozione: il cielo ed il mare. Una luce forte, piena d’energia e giovane (perché a causa dell’inverno da poco trascorso è giunta da non molto tempo) domina la scena, e cielo e mare si nutrono di questa luce; il poeta guarda in alto e vede, oltre all'azzurro intenso del cielo (che lo rende puro) e alla luce folgorante del sole, una serie di nuvolette che, forse per via del loro candore e della loro forma simile a quella del cotone, vengono definite "soffici"; tali nuvolette "ragnano" il cielo puro, ovvero formano una sorta di ragnatela, essendo sparse qua e là; ma questa fantasiosa costruzione non offusca minimamente la lucentezza del cielo, anzi, lo rende ancor più bello. Quindi il poeta abbassa lo sguardo, e si trova ad osservare il mare sottostante, le cui onde s'infrangono sulla riva rumorosamente; per questo la "voce" del mare è identificata proprio nelle onde, e nel loro continuo rumorio; sembrano tante voci che si alternano e si susseguono, quasi a voler chiamare, ovvero a porre l'attenzione sullo spettacolo offerto dal continuo arrivo di quelle acque marine e dalla terra che le incontra. Parlavo di essenzialità, ed è proprio il caso di farlo pensando a questa ed altre poesie di Novaro, che anticipano di qualche anno la cosiddetta "poesia pura", sviluppatasi e consacratasi grazie ad altri più insigni poeti come Ungaretti e Montale. Aria di primavera fu pubblicata per la prima volta sulla «Riviera Ligure» del giugno 1915, insieme ad altre tre poesie; qui il Novaro figura con lo pseudonimo di Giorgio De Paoli; entrò a far parte di Murmuri ed echi a partire dalla 4° edizione, pubblicata da Vallecchi in Firenze nel 1919. Io l'ho trascritta dalla pagina 102 della ristampa del 1994, che uscì grazie Vanni Scheiwiller²

 

 

Giovine luce,

aria di primavera!

soffici nuvole bianche

ragnano il cielo puro:

chiama

la numerosa alterna

voce del mare.




 

 

NOTE

1)     1)  La più recente credo sia stata pubblicata dalla San Marco dei Giustiniani di Genova nel 2011.

2)      2) Parlo di Murmuri ed echi, edizione definitiva a cura di Giuseppe Cassinelli, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1994.

sabato 21 marzo 2026

"Il segreto del melograno" di Guglielmo Aprile

 Devo ammettere che non conosco la poesia contemporanea italiana, ma occasionalmente mi è successo di leggere un'opera poetica di Guglielmo Aprile che mi è parsa di non comune valore, e per questo motivo ne parlo volentieri. Il volume s'intitola Il segreto del melograno, ed è stato pubblicato da Il Convivio Editore in Tivoli, nel febbraio del 2026. Le 68 poesie che lo compongono, si dividono nelle seguenti quattro sezioni: Il soffio che chiama i germogli; La grande guarigione; L’Ariete celeste è riapparso; In cammino verso Eleusi. Il tema dei versi ivi presenti si potrebbe definire unico: l'arrivo della stagione primaverile; ciò che cambia, è il modo in cui viene trattato l'argomento, con l'inserimento di numerosi elementi provenienti da discipline umanistiche (religione, filosofia, mitologia) e scientifiche (cosmologia). Ecco come egli stesso definisce la sua raccolta:


Il segreto del melograno è una raccolta poetica che indaga la dimensione sacrale della natura e il suo linguaggio mitico. Il libro nasce dall’idea che la primavera non sia soltanto un fenomeno stagionale, ma un rito cosmico, un’epifania che rinnova ogni anno i codici simbolici della creazione.

Nei testi si intrecciano figure e motivi provenienti da diverse tradizioni religiose: il dio‑seme che discende nelle viscere della terra, l’Ariete celeste che apre l’anno, il sacrificio del Toro, la pioggia come battesimo, la resurrezione vegetale come promessa escatologica, il mistero di Proserpina, a cui fa riferimento anche il titolo, regina ctonia e custode del rinnovamento delle stagioni. La poesia diventa così un luogo di interpretazione del sacro, un laboratorio in cui mito, cosmologia e immaginario naturale dialogano con la sensibilità contemporanea.


Queste poesie mi sono piaciute molto, e in parte mi hanno ricordato i versi di alcuni grandi poeti italiani, come il Corrado Govoni "vociano", che sostanzialmente si può identificare nella raccolta L'inaugurazione della primavera; come l'Arturo Onofri della fase mistico-antroposofica che coincide con l'ultimo periodo della sua produzione, culminante nel ciclo della Terrestrità del sole e come il primo Giuseppe Conte. Ma ci sono anche delle cose che fanno pensare al simbolismo poetico, e se ci si limita a quello italiano, si potrebbero fare i nomi di Gabriele D'Annunzio (in particolare quello di Alcyone), Gian Pietro Lucini prima maniera, Agostino John Sinadinò delle Melodie e il misconosciuto Emanuele Sella. Si potrebbe continuare, e rilevare alcune somiglianze con le prime opere di Salvatore Quasimodo e dei cosiddetti ermetici fiorentini (Luzi, Bigongiari e Parronchi), e poi c'è qualcosa di Lucio Piccolo. Insomma, anche ai giorni nostri è possibile leggere opere di ottima poesia, che proseguono la migliore tradizione del secolo passato. 

Sbirciando un po' sul Web, ho scoperto che Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978 ed ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Ciò che Lazzaro vide, Campanotto 2004; Il dio che vaga col vento, Puntoacapo Editrice, 2008; Nessun mattino sarà mai l’ultimo, Zone, 2008; Primavera indomabile danza, Oedipus, 2014; L’assedio di Famagosta, Lietocolle, 2015; Calypso, Oedipus 2016; I masticatori di stagnola, Lietocolle 2018; Il talento dell’equilibrista, Landolfi, 2018; Elleboro, Terra d'Ulivi 2019; Il giardiniere cieco, Transeuropa 2019; La strage degli aquiloni, Robin Edizioni 2019; Teatro d’ombre, Nulla Die 2020; Farsi amica la notte, Landolfi, 2020; Immane e oscuro, Oedipus 2021; Falò di carnevale, Fara, 2021; Il sentiero del polline, Kanaga 2021; Sinfonia del mare, Il Convivio 2021; Thanatofobia, Progetto Cultura 2022; La scoperta del fuoco, Leonida 2022; Quando gli alberi erano miei fratelli, Tabula Fati 2024; Tutto l'oro del mondo, Carabba 2024; Appunti eoliani, Fara 2024; Beatitudini, Fara 2025. Ha inoltre collaborato con svariate riviste pubblicando studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio, Marino e sulla poesia del Novecento. Un'autopresentazione dell'autore si può leggere qui.

Ecco per concludere due poesie tratte da Il segreto del melograno.





UNANIME È IL RISVEGLIO


Primavera, tempo non è dei timidi:

con spavalderia innocente il merlo

si vanta del ramo che ha conquistato,

primo bastione della città in cui

il suo vessillo canoro può issare

dopo l’assedio; e lucertole e insetti

e i più minuscoli e schivi abitanti

dell’aria e delle acque, e i molti popoli

brulicanti che strisciano o che volano

tra i rami e le radici, nella zolla

e nell’erba, di solito nascosti,

fatti audaci dopo la pioggia, a un tratto

escono in avanscoperta dall’arca

che sotto terra attende che l’inverno

abbia fine, Noè sopravvissuti

ai lunghi geli, e furtivi s’inoltrano

per quell’angolo anonimo di prato

umile e incolto, e avidi lo esplorano:

è tutto il mondo ai loro occhi, è a loro

soltanto che appartiene, è il loro regno

ed ora lo rivendicano – figli

della terra resuscitata, a un ordine

unanime obbediscono, a un comando

che dagli antri in cui il popolo delle ombre

venera Ades li convoca a emergere,

per nominarli suoi vassalli e membri

dell’esercito verde, per eleggerli

eredi anche se per un solo giorno

delle vergini vastità e sovrani

su un dominio che ha un trono in ogni stelo

e per frontiera il cerchio delle nuvole.


(da "Il segreto del melograno", Il Convivio Editore, Tivoli 2026, p. 32)





GNOSI DEL VENTO


Mi chiama, il vento: ha da confessarmi

un qualche suo segreto

tremendo e dolce, una storia che mai

a nessun uomo raccontò finora:

è a me che è venuto ad offrire

la spiga che il suo scrigno

alato custodisce; ed io in ascolto

a piedi su un viadotto

o su una strada qualunque in cui il traffico

è più rado, mi apro

alla sua ardua gnosi,

ai misteri del fuoco e della pioggia,

al delizioso arcano

che dell’erba e del sole e di ogni onda

fa che l’infinita si compia

resurrezione; e ovunque

la sua eco mi giunga o mi trascini

la sua corsa, ricevo

quel suo sottile, intermittente oracolo

che una cosa sola ripete:

che vivo è il mondo, e il suo respiro è sacro.


(da "Il segreto del melograno", Il Convivio Editore, Tivoli 2026, p. 82)


domenica 15 marzo 2026

Il Settecento nella poesia italiana decadente e simbolista

 Non è raro trovare, nei versi dei poeti decadenti e simbolisti italiani, dei chiari rimandi al XVIII secolo; in particolare si nota una sorta di nostalgia per il modo di vestire, la musica e l’ostentata galanteria che era d’uopo riscontrare in determinati ambienti altamente aristocratici. I nostri poeti, influenzati evidentemente dall’arte francese che spopolò nel Settecento, infarciscono i loro versi di personaggi tipici, balli alla moda e atmosfere che in seguito non si sono più presentate agli occhi di coloro che rimanevano incantati da un mondo favoloso, destinato però a cadere definitivamente a seguito della Rivoluzione Francese (che determinò con un po’ di anticipo anche la fine di quel secolo inconfondibile). Ecco allora una serie di poesie che parlano di cicisbei, re, principi, dame incipriale, parrucconi, sale da ballo e luoghi particolarmente eccentrici e sfarzosi. Qui ci si sofferma soltanto sul lato esteriore, della pura e semplice immagine, trascurando il contesto, che vedeva una casta decisamente egoista e spietata, vivere lussuosamente alle spalle di un popolo sempre più povero e disperato. Ma per i nostri poeti quello che conta è rievocare un mondo che somiglia a quello delle favole, in cui si muovono solamente dei personaggi affascinanti, che vivono in palazzi immensi, che ascoltano musiche accattivanti e amoreggiano al ritmo di balli lenti: insomma tutto il repertorio dei dannunziani “tempi che non sono più”.  

 

 

Poesie sull’argomento

 

Corrado Govoni: "Oro e violetto" in "Le fiale" (1903).

Corrado Govoni: "Sala da ballo" in "Gli aborti" (1907).

Giuseppe Lipparini: "Minuetto" e "Gavotta" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).

Gian Pietro Lucini: "Leziosa pastorella incipriata" in "Il Libro delle Figurazioni Ideali" (1894).

Gian Pietro Lucini: "Sade" in "Le antitesi e le perversità" (1971).

Enzo Marcellusi: "È probabile! Io fui un re settecentesco" in "Il giardino dei supplizi" (1909).

Nicola Marchese: "Minuetto" in "Le Liriche" (1911).

Fausto Maria Martini: "Dittico alla Goya" in "Panem nostrum" (1907).

Aldo Palazzeschi: "A palazzo Oro Ror" in "Lanterna" (1907).

Enrico Panzacchi: "Incantesimo vano" in "Poesie" (1908).

Fausto Valsecchi: "Calen di Morte" in "Noi e il mondo", febbraio 1914.

Remigio Zena: "Citera" in "Le Pellegrine" (1894).

 

 

 

 

LEZIOSA PASTORELLA INCIPRIATA

di Gian Pietro Lucini

 

Leziosa pastorella incipriata

ch'ama Watteau effigiare alle portiere,

sta la Signora mia nel mio pensiere,

Sorride ella benigna e la dorata

esca dispensa dalle lusinghiere

mani ed invita, col gesto, l'alata

famiglia al cibo: or, candide e leggere,

accorron le colombe alla chiamata.

 

Tale, alle vostre grazie compiacenti,

colombe dello Ingegno, i Madrigali

volano arditi e ghiotti e, in torneamenti,

flabelli alti sul capo vi fan d'ali;

e Voi così l'udite audaci e intenti

a cantarvi l'omaggi trionfali.

 

(da "Il Libro delle Figurazioni Ideali", Galli di Chiesa e Guindani, Milano 1894, p. 105)

 

 

 

 

CITERA

di Remigio Zena

 

Dimmi tu, Venere: quando

Son discese a queste rive

Le galanti comitive

 

Che partirono, invocando

Te regina, te divina,

Sulla nave pellegrina,

 

Un mattin di primavera,

Imbarcate da Watteau

Fra le ariette e fra i rondò,

 

Alla volta di Citera?

 

Ben rammento: sui pennoni

Orifiamme e banderuole

Sventolanti in faccia al sole;

 

Rose e mammole a festoni,

Un giardin d'aerea flora

Verso poppa e verso prora;

 

E dei zeffiri al sospiro

Pronta l'ala gloriosa,

Ala immensa, immensa rosa

 

Sovra l'acque di zaffiro.

 

Ben rammento: variopinte

Brigatelle audaci e liete,

Cui rideva sulle sete

 

La letizia delle tinte,

La gioconda varietà

Di farsetti e falbalà;

 

Pastorelli, pastorelle

Della scena e della rima,

Emigranti ad altro clima

 

Senza aver mai visto agnelle.

 

(Rosalinde, Cidalise

Nel capriccio sol costanti,

Nemorini e tutti quanti,

 

Qual capriccio vi conquise?

Qual promessa di chimera

V'ha imbarcato per Citera?

 

Bimbe e bimbi, ancora alunni

Dell'amor, vi dico questo:

Come presto, come presto

 

Qui galoppano gli autunni!)

 

Chiedo a te, Venere: quando

Son discese alle tue rive

Le galanti comitive,

 

Salutarono esultando

Questi monti aridi ed irti,

Senza rose e senza mirti?

 

Qui le danze inghirlandate

Hai tu visto e i dolci idilli?

Hai udito d'Amarilli

 

Barcarole e serenate?

 

Non a te, che sulle calve

Roccie stai, perfido spettro,

Fra i rottami del tuo scettro,

 

Non a te dicono salve

I nepoti qui rimasti

Dei pirati iconoclasti,

 

E non qui nel tuo squallore

Vengon l'anime defunte,

Che da te furon congiunte

 

Nel dittongo dell'amore.

 

Cerigo.

 

(da "Tutte le poesie", Cappelli, Bologna 1974, pp. 221-223)

 

 

Antoine Watteau, "The Italian Commedians"
(da questa pagina Web)


domenica 8 marzo 2026

Due scrittrici del passato in due poesie

 Nel giorno che celebra le donne, pubblico un post con due poesie dedicate a due scrittrici italiane dei secoli passati: Carolina Invernizio (Voghera 1858 - Cuneo 1916) e Ada Negri (Lodi 1870 - Milano 1945). I versi sono rispettivamente di un poeta crepuscolare: Marino Moretti (Cesenatico 1885 - ivi 1979) e di un poeta futurista: Paolo Buzzi (Milano 1874 - ivi 1956). Carolina Invernizio, pur nascendo a Voghera, visse per lungo tempo a Firenze, dove pubblicò i suoi romanzi più importanti, tra i quali si ricordano: Rina o l'angelo delle Alpi (Salani, Firenze 1877); Il bacio di una morta (Salani, Firenze 1888); La sepolta viva (Gazzetta di Torino, Torino 1896). Già dai titoli si può intuire la predilezione, da parte della scrittrice lombarda, per le storie che abbondavano di elementi macabri e terrificanti; uno stile approssimativo (che molto ricorda quello dei feuilletons di Xavier de Montépin) con intrecci che uniscono sentimentalismo, pateticità e sadismo, caratterizzano i romanzi della Invernizio, che, pur rappresentando una letteratura di consumo, ebbero vastissimo successo. Marino Moretti, nei versi della poesia riportata di seguito a questo commento, dichiara di essersi appassionato ai romanzi della Invernizio, al contrario dei suoi coetanei, che preferivano leggere Verne o comunque altri autori. Ma nella poesia dello scrittore romagnolo compaiono anche molte tracce della classica ironia che caratterizzò la lirica di altri crepuscolari, come Guido Gozzano.

Ada Negri ebbe umili origini e, giovanissima, iniziò a professare l'insegnamento nelle scuole elementari; nel contempo, grazie alla pubblicazione delle sue prime opere poetiche: Fatalità (Treves, Milano 1892) e Tempeste (Treves, Milano 1896), si impose sia presso il pubblico che negli ambienti letterari, in qualità di versi d'ispirazione umanitaria, socialista e femminista. La sua carriera di poetessa proseguì in direzioni diverse: dapprima si avvicinò a toni dannunziani (ne fanno fede le raccolte Il libro di Mara, Treves, Milano 1919 e I canti dell'isola, Mondadori, Milano 1924); i suoi ultimi versi invece mostrano una donna sofferente e meditativa, che trova sollievo alle sue pene grazie ad una autentica fede religiosa (Vespertina, Mondadori, Milano 1930; Il dono, Mondadori, Milano 1936). Scrisse anche delle opere in prosa (Le solitarie, Castoldi, Milano 1917; Stella mattutina, Mondadori, Milano 1921; Sorelle, Mondadori, Milano 1929), che però non raggiunsero mai il livello delle poesie, per le quali è ancora oggi discretamente ricordata. Paolo Buzzi inserisce, all'interno della sezione intitolata Amicizie del Poema dei quarantanni, una poesia dedicata alla "Maestrina di Lodi"; in effetti i toni sono amichevoli (il poeta dà del tu alla Negri), a dimostrare che ci sia stata vera amicizia tra i due; i versi riassumono il carattere e il modus operandi di Ada Negri: ribelle durante la giovinezza, nomade negli anni della maturità (a seguito della separazione dal coniuge si trasferì per un periodo a Zurigo), e quindi sentimentale, sia per la nascita della figlia Bianca, a cui dedicò molte poesie, sia perché, abbandonato definitivamente lo spirito rivoltoso che ne aveva caratterizzato la prima fase poetica, furono proprio i sentimenti ad entrare prepotentemente nei suoi versi.



DUE SCRITTRICI IN DUE POESIE



CAROLINA INVERNIZIO

di Marino Moretti


Quale dolcezza a me ti ravvicina

oggi pensando a un tuo libro di morte

o al tuo nome di serva. Carolina?


Qual bacio infame, qual delitto, quale

segreto, quale terribile sorte,

quale peccato, qual genio del male?


Ah che tu mi sorridi oggi, né gaia

né triste, ma un po' - forse - irrequieta,

da un vecchio volto quasi d'operaia;


mi riconosci e m'accenni col dito,

poi sospettosa mi sdegni, poeta

moderno che non ha cuor di bandito;


e non mi credi, temi il mio sorriso,

forse mi scacci. Ascolta: io credo in te

come all'Inferno, come al Paradiso,


come alla Vita; ed umilmente t'amo

ed umilmente t'ascolto perché

tu sai ciò che non so, che non sappiamo;


e la tua vecchia ossuta mano io bacio,

lorda di sangue, macchiata d'inchiostro,

in quel suo gesto che scaccia il mendacio.


Ascolta, ascolta! Io t'amo, e tu sei forse

l'infanzia mia, quella che andava a scuola

malvolentieri e non cantò né corse,


e mai non ebbe carità fraterne

dai suoi compagni e non lesse una sola

storia, una sola pagina di Verne!


Gli altri parlavan di navigatori,

d'arcipelaghi in fiamme, di villaggi

aerei, di corsari e minatori,


di carovane, di terre lontane,

o facevano i più strani viaggi

in non so quanti giorni o settimane:


stringendo il libro tuo ch'io preferiva

io li guardava i miei compagni, attento,

dubbioso ancor della Sepolta Viva;


io li guardava con la faccia smorta,

con la mia smania di pervertimento,

dubbioso ancor del bacio della Morta!


Qual triste morbo, quale orribil vizio

mi riportava a te dalla mia pena

tuttor confusa, anonima, Invernizio?


Oual fascino dei sensi e della vita

dava a me stesso una risposta oscena

per ogni mia domanda indefinita?...


Ma oggi dolce il tuo pensier mi lega

ai tuoi fantasmi e a te mi ravvicina,

oggi ch'io sono quasi un tuo collega,


oggi che taci e muori, Carolina!


[da "Poesie (1905-1914)", Treves, Milano 1919, pp. 142-144]






ADA NEGRI

di Paolo Buzzi


La tragedia lombarda

delle terre

grasse ai signori

e metifiche ai paria

è sul tuo viso tutto maschera e lampi:

nella voce Tua

l'Adda ritorna

co' suoi divini argenti

e il gorgoglio d'ira bollente

alle pile del Ponte di Lodi:

Tu canti all'Italia

il facile canto possente

del fiume che viene dal Nord:

scintillano le tue rime ed i tuoi ritmi

dell'elettrica presa di Tresenda: ardi

sempre fanciulla: erri

sempre zingara: fissi

sempre medusa l'astro da rendere tuo.

E sei madre:

ed hai pianto:

e sorridi:

e più speri:

e la tua viscera bella intona alto il suo canto.


(da "Poema dei quarantanni", Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano 1922, pp. 208-209)




sabato 7 marzo 2026

Camminavo sul mare

 Camminavo sul mare nel sogno

e i passi calmavano le onde spumeggianti

che venivano dall'orizzonte lontano.

Il mistero dello spirito era sublime.

Il corpo scomparso nelle acque

       della purificazione nel sogno.

Io ero la pace nella pace

e il dolore solo una parola

       in quella notte del sogno.

Quando mi sono svegliata - piangevo -

e la pace era una parola soltanto

nella realtà della vita.


(da «Fiera Letteraria», Anno VII, n. 18, 4 maggio 1952)



COMMENTO

La parola "pace", così tanto citata, evocata, desiderata... Ormai, nei nostri burrascosi tempi sembra una chimera, un'utopia, qualcosa che appare soltanto nei sogni, come nel caso di questa bella poesia di Fiorenza Verona: autrice sconosciuta che ho trovato sulle pagine della rivista Fiera Letteraria. Fu scritta, probabilmente, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, da una giovane donna che desiderava ardentemente la pace dopo anni terribili di un crudele conflitto mai verificatosi fino ad allora; non potendo vederla nella realtà, la donna prova a sognarla, riuscendovi; e nel sogno riesce anche a fare ciò che è impossibile per qualsiasi essere umano: camminare sulle acque tempestose e renderle calme, divenire la personificazione della pace e far scomparire il dolore dalla terra... Poi il drammatico risveglio, e il pianto causato dal triste ritorno alla realtà.