domenica 31 maggio 2026

"Appuntamento (1946-1967)" di Albino Pierro

 Nel 1967, l'editore Laterza, pubblicò una cospicua scelta antologica della produzione poetica in lingua italiana di Albino Pierro (Tursi 1916 - Roma 1995), poeta conosciuto e stimato soprattutto per le sue opere in versi dialettali. In questo volume, che s'intitola Appuntamento (1946-1967), è possibile fare la conoscenza di un buon poeta italiano, non inferiore ai più conosciuti contemporanei. La selezione qui presente, percorre tutta la fase temporale in cui Pierro si dedicò alla scrittura di versi in lingua italiana, partendo da Liriche (1946) e giungendo ad Agavi e sassi (1960); nell'ultima parte del libro si trovano anche alcune Poesie inedite scritte tra il 1960 ed il 1967. Leggendo questi versi, si percepisce come Pierro possa essere inserito nelle correnti e nelle scuole antiermetiche, sviluppatesi nell'immediato secondo dopoguerra del Novecento; alcune liriche ricordano da vicino certa poesia neorealista, e, volendo fare dei nomi di poeti che gli somigliano, si potrebbero citare i corregionali Rocco Scotellaro e Giulio Stolfi, così come il lombardo Umberto Bellintani; c'è poi, in comune col friulano David Maria Turoldo, una sentita e schietta religiosità, così come la consapevolezza amara di vivere in una società spietata, del tutto estranea ai buoni sentimenti che scaturiscono dai cari ricordi e dagli affetti; minori elementi comuni sono identificabili con un altro celebre conterraneo di Pierro: Leonardo Sinisgalli.

Chiudo riportando tre poesie italiane di Albino Pierro, tratte da questo libro che è divenuto per me assai prezioso, poiché grazie ad esso, finalmente, ho scoperto un poeta d'indubbio valore, che merita di essere ricordato maggiormente. I versi sono preceduti da un elenco delle opere poetiche in lingua italiana dello scrittore tursitano. 

 

 

Opere poetiche

 

"Liriche", Palatina, Roma 1946.

"Nuove Liriche", Danesi in via Margutta, Roma 1949

"Mia madre passava", Fratelli Palombi, Roma 1956

"Il transito del vento", Dell'Arco, Roma 1957

"Poesie", Roma, 1958

"Il mio villaggio", Cappelli, Bologna 1959

"Agavi e Sassi", Dell'Arco, Roma 1960

"Appuntamento (1946-1967)", Editori Laterza, Bari 1967.

 



 

Testi

 


A SERA

 

Neri tetti,

cielo diafano:

sillabe prime della dolce sera.

 

All'orizzonte,

qua e là i villaggi come a scatti erompono

dalle tenebre:

bianche luminarie.

 

Un cipresso laggiù sembra un gigante

misterioso ch'è prossimo al cammino

disperato fra gli astri.

 

E un brivido mi assale

al ricordo di te che sei lontana.

 

(da "Appuntamento", Laterza, Bari 1967, p. 27)

 

 

 

 

OGGI

 

Non si ha più il tempo di pensare

a ciò che fu nostro:

lacrime sogni speranze

ansie dolori gioie,

non sono più la magìa

non sono più la poesia.

 

C'è una sola ebbrezza che ci possiede:

l'ebbrezza del fare,

che rifugge dalle scorie ingombranti;

è come se brandissimo un'ascia

per fare giustizia dei trucioli

destinati al tribunale del fuoco.

 

Questo mondo,

non è che una pista di lancio:

occorre attraversarlo in fretta

con occhi bene aperti,

e senza un tremito nelle ciglia,

questo mondo:

la saetta si scarica decisa

nel punto giusto da colpire.

 

Corpi, solo corpi, sempre corpi,

ecco la nuova magìa;

avere, sempre avere e accumulare,

o soltanto avere senza accumulare,

questa la poesia.

 

Non si ha più il tempo di volgersi al cielo stellato:

son cose queste da monaci di clausura,

da carrettieri che cantano e guardano in alto

per non cadere nel sonno.

Via, tutte queste cianfrusaglie da perdigiorno,

da malati gravi di ospedale:

la vita è moto,

è un tirar dritto alla meta,

palla di moschetto.

 

L'uomo

non sa più volgersi intorno

alla ricerca di un palpito di vita nascosta;

passa, cieco, e va oltre,

mentre gli occhi tristi di una bambina

che si stringe a una bambola

fra le cupe rovine della sua casa,

lo seguono, e lo vedono sparire,

come un personaggio vestito di ferro

d'una favola dimenticata.

 

(da "Appuntamento", Laterza, Bari 1967, pp. 63-64)

 

 

 

 

IL CONTADINO E LA MORTE

 

Un contadino del mio paese

bussò una sera alla mia porta;

voleva che gli spiegassi

il mistero della morte.

E ci sedemmo al fuoco,

ma prima d'incominciare

udimmo che il vento fischiava.

 

«Ditemi, signorino,

dove vanno le anime dei morti?

Può esserci un luogo così grande?»

e i suoi occhi erano assorti.

 

Non risposi.

Guardavo la fiamma che scoppiettava;

pensavo all'infinito dolore

e al nostro piccolo cuore.

 

(da "Appuntamento", Laterza, Bari 1967, p. 116)

domenica 24 maggio 2026

La poesia di Roberto Roversi

 Sentii parlare di Roberto Roversi (Bologna 1923 - ivi 2012) ancor prima di appassionarmi alla poesia; in quel periodo avevo un'altra passione: la cosiddetta "canzone d'autore", e in particolare mi piacevano i dischi dei cantautori italiani più attivi e conosciuti nel ventennio compreso - all'incirca - tra il 1960 e il 1980. L'opportunità di venire a conoscenza di Roversi "paroliere", arrivò grazie ad un messaggio pubblicitario (non ricordo più quale) spesso trasmesso in quel periodo temporale, in cui veniva riproposto un frammento di una canzone di Lucio Dalla, scritta dal cantautore bolognese insieme a Roberto Roversi (s'intitolava Il motore del 2000). A seguito del successo che ebbe questo spot pubblicitario, uscì un disco che riproponeva alcune canzoni dei tre long playing di Dalla usciti tra il 1973 e il 1976, che videro una stretta collaborazione tra i due artisti felsinei: Roversi scriveva i testi e Dalla le musiche delle canzoni. Per me fu un'autentica scoperta, e rimasi particolarmente ben impressionato soprattutto dai primi due dischi, che oggi come allora considero dei veri e propri capolavori della musica pop italiana. Negli anni successivi, al tempo in cui già avevo cominciato a collezionare libri di versi, riuscii a leggere poche poesie di Roversi, presenti su alcune antologie in quel periodo acquistabili nelle librerie di Roma. Le sue raccolte, come i lettori più preparati sanno, non erano più in commercio dal 1965 (in quell'anno uscì la seconda edizione di Dopo Campoformio), per decisione dello stesso poeta, che da quel momento, in polemica con il mondo dell'editoria, preferì ciclostilare in proprio i suoi libri e donarli sia agli amici che ai conoscenti più stretti. Soltanto dopo il 2000 è ricominciato a circolare qualche volume poetico di Roversi¹, anche se a mio avviso, sarebbe giunto il momento di pubblicarne l'intera sua opera in versi.

Malgrado la laurea in filosofia, la passione per la poesia fu, per Roversi, preponderante su tutte le altre; ne sono testimonianza i numerosissimi versi che scrisse a partire dalla primissima gioventù (pubblicò la sua prima raccolta quando aveva appena diciannove anni). Determinante fu, per lui, la conoscenza di intellettuali e poeti italiani come Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini; con loro fondò, nel 1959, una delle riviste più importanti del Novecento italiano: «Officina»; successivamente fondò e diresse un'altra rivista: «Rendiconti».

La poesia di Roversi, a partire dalla metà degli anni '60 del XX secolo, cominciò a percorrere una linea che mai più abbandonerà; in aperta polemica e in contrasto, sia con l'ideologia che dominava nei paesi occidentali, sia con la derivante società consumistica travolgente e distruttrice di qualsiasi valore, il poeta bolognese continuò a scrivere e pubblicare versi su riviste e in raccolte (quest'ultime, come ho già detto, furono diverse volte ciclostilate a proprie spese e distribuite gratuitamente soltanto agli amici), che mostrano una presa di posizione ben definita e incrollabile. Da una apocalisse paventata dal poeta a causa di una disumanità sempre più tangibile, riescono a salvarsi soltanto in pochi: persone che non hanno mai smesso di sperare in una società "diversa", dove prevalgano la solidarietà e la fratellanza. Aggiungo che, a mio avviso, sarebbero da rileggere e rivalutare anche le poesie "intimiste" di Roversi - non sono molte in verità - in cui si parla solo e soltanto di sentimenti e di emozioni personali; parlo in particolar modo della prima raccolta intitolata semplicemente Poesie, e di altri versi sparsi e spersi in svariate riviste, a partire dalla metà del Novecento fino ai prima anni del XXI secolo. È stato sempre molto difficoltoso, per me, reperire le opere poetiche di Roberto Roversi; per fortuna oggi è possibile leggere tutte le poesie dello scrittore bolognese sul sito www.robertoroversi.it; da quest'ultimo ho tratto i testi che riporto dopo l'elenco dei suoi volumi di versi.


Roberto Roversi



Opere poetiche


"Poesie", Landi, Bologna 1942.

"Rime", Landi, Bologna 1943.

"Poesie per l'amatore di stampe", Sciascia, Caltanissetta 1954.

"Dopo Campoformio", Feltrinelli, Milano 1962 (2° ed. Einaudi, Torino 1965)

"Descrizioni in atto", Bologna 1969 (2° ed. Coop. Modem, Bologna 1990)

"Trentuno poesie di Ulisse dentro al cavallo di legno", Ribichini, Castelplanio 1981.

"L'Italia sepolta sotto la neve", Il girasole, Valverde 1989 (2° ed. AER edizioni, Bologna 2010).

"Il Libro Paradiso", Lacaita, Manduria 1993.

"25 poesie autografe", La Città del Sole, Torino 1996.

"La partita di calcio", Pironti, Napoli 2001.

"Tre poesie e alcune prose", Sossella, Roma 2008.

"Per impervi sentieri", Bohumil, Bologna 2008.




Testi


OH FOSSI INFINITAMENTE LONTANO

 

Oh fossi infinitamente lontano,

oltre le foreste e i monti

più ancora dei boschi e dei prati felici,

e la morte non fosse che un vano pensiero

e non ruggisse la vita come un grande fiume!

Ma ora nei prati discende la sera

e tutto reclina e posa:

la fresca luce dilegua lontana

e profonda quiete avvolge la terra.

È il tempo doloroso degli affanni,

dei disperati pensieri, quando i morti

ritornano ai vivi con i volti

bagnati dalle tenebre

(e le fanciulle hanno i capelli

biondi di grano sul pallino viso).

Oh fossi allora lontano

più ancora dei mari e dei boschi,

in altre terre, dove le voci ignote

nel silenzio dei monti si smarrissero!


(dal sito http://www.robertoroversi.it/)





PERIFERIA

 

È un deserto con croci dune

pietre annerite,

con logore bandiere ai davanzali.

Un fiume iroso

scorre, sporco di nebbia e nubi;

sulla riva carri capovolti, mucchi

di sassi, di terriccio, ferri

arrugginiti, topi.

Fra l’erba

esili bambini senza voce

hanno il cielo negli occhi

e l’arcobaleno d’aprile

(così a volte il cuore

splende per una grande speranza).

Oh temporali di primavera!

Un fiume vecchio come il tempo,

le case bianche, enormi;

la miseria rode queste strade;

il vento scuote i tendoni delle osterie,

trascina la carta per i viottoli.

In una pozza

tre ragazzi varano una barca;

ha lo stendardo nero, da pirata.


(dal sito http://www.robertoroversi.it/)





Da TRENTUNO POESIE DI ULISSE DENTRO AL CAVALLO DI LEGNO


28. 

C’era

un uomo con tre agnelli.

C’era una donna con tre ciambelle.

C’era un uomo con tre coltelli.

C’era una vecchia con tre pani.

C’era una ragazza in compagnia dei nani.

C’era un sogno da poco sognato

con dentro l’ombra di un impiccato

raccolto in un ombrello rovesciato.

C’è anche lassù nella luna

dentro lo scafandro

qualcuno che balla volando.

È affranto ma non può ritornare.


(dal sito http://www.robertoroversi.it/)




NOTE

1) Il primo libro di versi che riuscii a trovare in una libreria fu La partita di calcio, Pironti, Napoli 2001. 

 

domenica 17 maggio 2026

Antologie: "L'Albero delle parole"

 L'Albero delle parole è il titolo di un'antologia poetica curata da Donatella Bisutti e pubblicata per la prima volta dalla casa editrice Feltrinelli nel 1979. Quella di cui voglio brevemente parlare è la Nuova edizione ampliata dell'ottobre 1996. Per spiegare in modo preciso cosa contenga quest'opera antologica trascrivo la descrizione presente sul retro di copertina de L'Albero delle parole.


L'Albero delle parole nasce da una certezza: che i bambini fanno rima con la poesia, anche quando è quella dei versi senza rime dei grandi poeti del Novecento. Bambini e poesia sono imprevedibili. Entrambi appartengono a un regno su cui hanno potere solo il gioco, l'intuizione, la fantasia. E sembrano promettersi un'intesa formidabile.

Dopo l'edizione del 1979 dedicata ai soli poeti stranieri, Donatella Bisutti riprende la sfida e aggiunge un'ampia selezione di poeti italiani. Il volume conta ora 73 poeti (raccontati di volta in volta, come in un grande puzzle di cultura letteraria, con grazia, leggerezza e gusto del ritratto) e 138 poesie legate l'una all'altra da un filo prezioso di sensibilità e coerenza, di metodo e passione. I poeti che hanno segnato la cultura del nostro secolo entrano nella magica tessitura dell'Albero delle parole, pronti a dimorare nell'ideale "stanza dei giochi" in cui l'avventura umana comincia.


Il sottotitolo del libro: Grandi poeti di tutto il mondo per i bambini, può a mio avviso creare qualche equivoco; qui non compaiono quasi mai delle filastrocche o delle poesie create appositamente dagli autori per un pubblico infantile: in queste pagine sono presenti poesie di genere diversissimo, a volte ostiche alla comprensione; la bravura della curatrice diviene quindi fondamentale nell'introdurre l'ipotetico lettore - che sia un fanciullo o meno - alla lettura dei testi. In effetti Donatella Bisutti riesce perfettamente nell'intento: le sue introduzioni ad ogni poeta e alla stragrande maggioranza delle poesie sono, oltre che esplicative, di una fantasia non comune. Non comune risulta anche l'ordinamento dei testi dell'antologia; su cosa si siano basati i curatori in questo preciso contesto è precisato nelle prime pagine del libro:


Nella scelta dell'ordinamento dei testi abbiamo tenuto conto soprattutto dell'ottica infantile. Abbiamo quindi scartato sia l'ordinamento cronologico che per i bambini sarebbe di scarso significato, sia quello per ordine alfabetico che riuscirebbe inevitabilmente didascalico tipo "antologia scolastica" e presenterebbe inoltre l'inconveniente di porre in successione testi tra loro dissonanti. Per ragioni analoghe, abbiamo voluto evitare anche la monotonia di una rigida suddivisione "per argomenti" (del resto opinabile) o per aree culturali o per statura dei singoli poeti (a questo riguardo non abbiamo temuto omissioni anche vistose, quando abbiamo constatato che i testi erano troppo lontani dal livello di comprensione infantile). Abbiamo invece puntato sull' "oggetto" poesia, su un libro compiuto e autonomo, in cui la successione dei testi venisse alla fine a creare un nuovo testo. [...]


Ritengo che quest'opera letteraria possa essere molto utile anche a coloro che conoscono poco o non conoscono affatto la poesia italiana e straniera del XX secolo; pur con delle omissioni inconfutabili, un apprendista lettore ha comunque a disposizione un libro che lo aiuta a visitare e a comprendere questo specifico mondo, fatto di poeti di altissimo livello, mai apparsi in così gran numero in nessun secolo precedente; e magari a seguito della lettura potrebbe nascere in lui una passione sotterranea, che non si è ancora palesata.

Ecco, infine, i nomi dei poeti presenti ne L'Albero delle parole nell'ordine in cui compaiono progressivamente.





Aleksàndr Block, Aldo Palazzeschi, Sergej Aleksandrovič Esenin, Vladimir Majakovskij, Attilio Bertolucci, Rafael Alberti, Federico Garcia Lorca, Walter De La Mare, Andrea Zanzotto, Sergio Corazzini, Juan Ramón Jiménez, Gabriele D'Annunzio, Georgios Seferis, Attila József, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni, Maria Pawlikowska Jasnorzewska, Umberto Saba, Blaise Cendrars, Hugo von Hofmannsthal, Dino Campana, Eugenio Montale, T.S. Eliot, Jacques Prévert, D.H. Lawrence, Clemente Rebora, Vivian Lamarque, Gabriella Sica, Edward Lear, Octavio Paz, Philippe Soupault, Raymond Queneau, Nico Orengo, Bertolt Brecht, Jean Cocteau, Kostas Kariotakis, Max Jacob, Paul Klee, Pierre Reverdy, Valerio Magrelli, Hugo Ball, Jean Tardieu, F.T. Marinetti, Vincente Huidobro, Leonardo Sinisgalli, Donatella Bisutti, Theodore Roethke, Giampiero Neri, August Strindberg, E.E. Cummings, Antonio Porta, Giovanni Giudici, Robert Graves, Francis Pogne, Mario Luzi, Vittorio Sereni, Bartolo Cattafi, Ted Hughes, Walt Whitman, Liu Changyuan, Giovanni Pascoli, Kennet Patchen, Günter Kunert, Nazim Hikmet, Langston Hughes, Ghiannis Ritsos, Salvador Espriu, Arthur Rimbaud, Emily Dickinson, Paul Verlaine, Seamus Heaney, Margherita Guidacci, Rabindranath Tagore.

domenica 10 maggio 2026

Eri dritta e felice

Sulla porta che il vento

Apriva alla campagna.

Intrisa di luce

Stavi ferma nel giorno,

Al tempo delle vespe d'oro

Quando al sambuco

Si fanno dolci le midolla.

Allora s'andava scalzi

Per i fossi, si misurava l'ardore

Del sole dalle impronte

Lasciate sui sassi.





COMMENTO

Eri dritta e felice è il primo verso di una poesia senza titolo di Leonardo Sinisgalli (Montemurro 1908 - Roma 1981), che fa parte della raccolta Vidi le Muse: Poesie 1931-1943; questo libro fu pubblicato per la prima volta nel 1943¹, e come si può dedurre dal sottotitolo, riunisce tutti i componimenti poetici scritti fino ad allora da Sinisgalli. Vi sono quindi comprese le poesie già presenti nei precedenti volumetti: 18 poesie², Poesie³ e Campi Elisi⁴. Io ho trascritto questi versi da un'interessante ristampa critica del detto volume, a cura di Renato Aymone, pubblicata da Avagliano Editore in Cava dei Tirreni nel 1997. Da quest'ultimo ho tratto anche la foto del manoscritto relativo alla poesia X della sezione 18 poesie (qui si trova alle pagine 69 e 70).

Il tema di Eri dritta e felice è quello dell'immagine materna rimasta maggiormente impressa nella mente del poeta: una giovane madre dritta sulla porta di casa, evidentemente felice, ferma sull'uscio e circondata dalla luce del sole estivo. Chissà quanti sono - io compreso - ad avere impressa nella mente una immagine particolare della propria madre, a cui piace tantissimo ricordarla com'era in quel preciso momento, quando gli occhi, similmente ad una macchina fotografica, l'hanno immortalata non su carta porosa ma nella mente, che riesce a vederla così com'era in quel tempo lontano, malgrado i tanti anni trascorsi. Così al poeta lucano, che certo era ancora giovane quando scrisse questi versi, piace ricordare la madre fotografata dai suoi occhi infantili in un momento e in un mondo favoloso: un'estate di quand'era bambino, e viveva nella casa dei suoi genitori, in Lucania. Gli ultimi versi sembrano confermare l'impressione di favola, di sogno ad occhi aperti, di un periodo temporale apparentemente fuori dal mondo eppur reale. Nel giorno in cui si festeggiano le mamme di tutto il mondo, aiutato dai versi di Sinisgalli, anch'io provo a pensare a mia madre, e la rivedo esattamente com'era tanti e tanti anni fa, ancora giovane e bella, mentre mi sorride e mi parla. E quando lo faccio è come se fosse - sebbene per pochi istanti - di nuovo qui con me. 



NOTE

1) Vidi le Muse fu pubblicata nel 1943 dalla Mondadori di Milano, all'interno della prestigiosa collana Lo Specchio - I poeti del nostro tempo.

2) 18 poesie è la raccolta d'esordio di Sinisgalli, e fu pubblicata dalla Scheiwiller di Milano nel 1936.

3) Poesie uscì nel 1938, per le Edizioni del Cavallino di Venezia. Qui compare per la prima volta la poesia Eri dritta e felice con in calce la data: 1934.

4) Campi Elisi: Poesie 1937-1938 fu pubblicata nel 1939, dalla Scheiwiller di Milano; nel 1941 uscì una seconda edizione col sottotitolo modificato: Campi Elisi: Poesie 1937-1939, edita dalle Edizioni della Cometa di Roma.

domenica 3 maggio 2026

Maggio

 Il capriccio dei rami e il bel frastaglio

Delle puberi fronde

Sulla grigia del ciel monotonia

Disegna il noce dell’orto; le gronde

Borbottan la tediosa litania

Della implacabil piova. Entro la nebbia

Diventan larve gli alti castagneti

E i tuguri che fumano e la oscura

Montagna. Immersi nell’erba, i frutteti

Piegan sotto la furia

Delle gocce; il torneo cessar le rondini,

La pioggia le impaura.


Pollone, 8 maggio 1882.





COMMENTO

Maggio è il titolo di una poesia di Giovanni Camerana (Casale Monferrato 1845 - Torino 1905) che ho trascritto dal volume Poesie, pubblicato nel 1968¹. Lessi per la prima volta questi versi del poeta piemontese in un'antologia incentrata sulla lirica italiana del XIX secolo (la foto è tratta da quest'ultimo volume)². Ciò che mi colpì immediatamente, dopo aver letto il testo di Maggio, fu l'originalità, l'inconsueto modo di descrivere il mese "primaverile" per eccellenza; qui infatti si parla di un giorno piovoso e per certi versi autunnale, ben distante dai tradizionali versi che infiniti altri poeti hanno dedicato al quinto mese dell'anno. Camerana, che pure aveva scritto dei notevoli versi sulla bellezza di certi paesaggi primaverili, mostra il suo carattere ribelle, la sua indole anticonformista nel voler scegliere una giornata tetra di maggio - fosse anche l'unica - che sembra voler porre fine a qualsivoglia speranza di futuro bel tempo (si ha l'impressione che, dalla primavera, si sia passati direttamente all'autunno): la "grigia del ciel monotonia"; le gronde che "Borbottan la tediosa litania / Dell'implacabil piova"; i castagneti che appaiono come larve dentro la fitta nebbia; i tuguri che emettono una sorta di fumo per la crescente umidità; la montagna che appare sempre più oscura; i frutteti con i rami piegati a causa della furente pioggia e l'improvvisa scomparsa delle impaurite rondini, dovuta a un maltempo insolito per la stagione… Tutti elementi di un paesaggio lugubre, sapientemente illustrato dal poeta che - a mio avviso - trova un certo piacere nella visione di un'atmosfera autunnale anticipata. Camerana d'altronde ha scritto molti, memorabili versi dedicati alla stagione delle "foglie gialle", da lui amata certamente più della primavera. 



NOTE

1) Giovanni Camerana, Poesie, a cura di Gilberto Finzi, Einaudi, Torino 1968. La poesia intitolata Maggio si trova alla pagina 18.

2) Poesia italiana dell'Ottocento, a cura di Maurizio Cucchi, Garzanti, Milano 1978. La foto si trova alla pagina 389.

venerdì 1 maggio 2026

Il 1° Maggio in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Sebbene nel titolo del post si parli di XX secolo, mi pare giusto precisare che diverse poesie qui presenti appartengono agli albori del Novecento e, in qualche caso, all'ultima decade dell'Ottocento. Ciò si spiega soprattutto col fatto che la festa del Primo Maggio fosse molto più sentita in quel periodo storico ormai lontanissimo, caratterizzato da una massiccia serie di manifestazioni, cortei, rivendicazioni e scioperi promossi dal movimento operaio e socialista italiano proprio in concomitanza col primo giorno di maggio (cose simili avvennero anche in altri stati europei). Un nuovo fervore, somigliante solo in parte a quello ora descritto, si verificò dopo la fine della 2° Guerra Mondiale, e in questo caso - parlando del ristretto ambito poetico - furono i cosiddetti "poeti del Neorealismo" (Accrocca, Cerroni, Scotellaro e Vivaldi) a mettere in versi le sensazioni personali e collettive provate in questo giorno, compresi i malumori dei lavoratori ancora sfruttati e sottopagati. Non mancano, in questa selezione, poesie che pongono l'accento su aspetti meno "impegnati" dell'ultima festività primaverile.




IL 1° MAGGIO IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO




MATTINO DI MAGGIO

di Elio Filippo Accrocca (1923-1996)


Mi bevo quest'immensa

luce che s'apre dinanzi

alla mia casa nuova.


Dal cuore ampio si leva

questo mattino di maggio.

Nascono oggi i nidi delle rondini.


1 maggio 1944


(da "Ritorno a Portonaccio", Mondadori, Milano MCMLIX, p. 76)





MAGGIO, 1

di Giorgio Caproni (1912-1990)


  Aveva la stola rossa:

parlava della gioia.

Sentivo dentro l'ossa

scuotersi la mia noia.


  Sentivo folle un nome

colmare la navata:

parlava di resurrezione

e di speranza, squillata.


  Il giorno era il Primo Maggio:

la pasqua dei lavoratori.

Accanto a te che coraggio

nel petto, e che clamori

alzava nel mio orecchio

la tenebra d'un apparecchio!


(da "L'opera in versi", Mondadori, Milano 2001, p. 229)





PRIMO MAGGIO SUL CORMÒR

di Mario Cerroni (1921-1957)


La palude scola nel canale

sotto il cielo che è basso come un tetto.

Ogni uomo ha il suo badile sul telaio

della bicicletta, i volti delle donne

fanno muro sull'argine.


Su un lungo palo il vento

sbatte uno straccio rosso,

e un pugno di sangue brucia

il grigio del giorno.


Sul Cormòr si scava

col badile su un ritmo

che pare di vene, e non conta

se nessun'ora sarà ora di pranzo,

non contano la fame, gli occhi rossi,

le piaghe dei piedi,

purché l'Italia sia più verde, i frutti

sotto le nostre mani si facciano

più dolci sui rami.

Contano solo le mani

che scavano scavano scavano,

e quel rosso sul palo.


Poi se arrestano uno di noi

c'è sempre una donna che prende

il posto di lui nel canale.

Una donna ci ama davvero

se ama il canale più di noi,

se da un furgone che ci porta via

nella galera dei ricchi,

ferme laggiù le vediamo

decise nel fango

col piede premuto sul filo

del nostro badile.


Non importa la fatica.

Più sotto il peso del sacco

che ci schiaccia le spalle, la scarpa

affonderà nella terra, più saremo

uomini di questo mondo.

Poi sempre ci sarà canto di donna

a bagnarci la gola. 


(da "Poesie", AGRAF, Udine 1972, pp. 147-148)





ASCENSIONE DI PRIMO MAGGIO

di Ettore Fabietti (1876-1962)


  Salìano a frotte in dorso alla montagna,

chiamandosi con voci alte e con risa

piene, erompenti su da i cuori liberi

di tedio, in quella prima alba di Maggio.

Vaporavano, effusi aliti al fresco,

tutti gli effluvi de la terra, e i fiori

umili aprìan su i passi le corolle

a gli amori del sole, e dentro i cuori

sentìa ciascuno crescere un'immensa

fiorita di speranze; ché un pensiero

unico tutti rendea buoni e in tutti

il senso antico rimettea de i vincoli

con la terra e de gli uomini fra loro.


  Salìano ansiosi, con un desiderio

di luce e d'orizzonti ampi ne gli occhi

fisi all'estremo culmine del monte,

come a la realtà de l'Ideale:

e la fiamma che ardea dentro gli spiriti

facea lievi le membra anche a i più stanchi,

e a ognuno uscìa di memoria la valle,

quasi dovesse non tornarvi mai

più, e fosse volto a l'altura - vivendo

nella pienezza de' tempi - a fondarvi

l'ordine nuovo.


                       A un tratto, ecco li avvolge

entro il suo nimbo il sole che si leva

e par saluto di luce, a chi ascende.

Tutti si volgono da la radura

a mirar la vallèa, come percossi

da silenzioso stupore. In oceani

di luce passa sul mondo uno spirito

suscitatore, e celebra la vita

in cielo, in terra e nel cuore de gli uomini

il suo diuturno trionfo, ancor giovine

come nel primo suo giorno che nacque

e nell'ultimo suo giorno morrà.

(Buona è per sé la vita, e se pur gli uomini

le si affannino attorno, egri, ad opprimerla,

d'ogni lor maleficio essa trionfa.)


  Raccolti su la radura, guardavano

essi la valle: infinita apparìa

a' loro occhi la terra, e in alto il sole

s'era levato per tutti, e dal grembo

di lei, con brivido ascoso, nascevano

l'erbe in famiglia infinita, ignorando

che presso ogni lor filo eravi a guardia

un uomo che dicea: cresci, sei mio!

Essi guardavano ancora: sentìano

l'antico errore de l'uom solitario

che ara il suo breve solco e dà volta,

e in mille singoli sforzi disperde

inutilmente la sua possa, e muore,

gemendo l'infelicità comune.


  Alto era il sole ormai: tutte viveano

sotto il suo raggio le cose di fervida

vita immortale: l'uom solo era stanco!


(da "Canti del trifoglieto", Treves, Milano 1913, pp. 88-90)





PRIMO MAGGIO 1902

di Severino Ferrari (1856-1905)


Oh benvenuto colle rose in testa,

mese di maggio, mese degli amori!

oh benvenuto primo maggio, festa

della natura e dei lavoratori!


La man cercò la man oltre la cresta

dei monti, i fiumi algenti, i territori

cotti dal sole! nella stretta onesta

s'ergean le menti e s'addolciano i cuori.


Or la catena è salda: il vecchio mondo

che a Cristo e al re dava puntello il boia

serrar sente la spira al collo intorta.


Di rose soffocatelo, l'immondo!

Di giustizia o d'amor, pur ch'egli muoia,

e tosto, il modo del morir che importa?


(da "Tutte le poesie", Cappelli, Rocca San Casciano 1966, pp. 566-567)





INNO D'OPERAI

(Per il 1° Maggio)

di Giovanni Lanzalone (1852-1936)


Coi fiori, coi canti, col tepido raggio, 

che ingemma e rallegra l'umano sudor, 

coi limpidi azzurri del cielo di maggio, 

che luce e speranza riflette nei cor, 

da le stelle, ove un dì ti sognammo, 

vieni in terra, e la vita ci abbella, 

o Giustizia! O divina fiammella, 

che rischiari l'errante pensier.


Non furia d'incendio, che investe e divora 

con l'orride vampe capanne e città, 

ma luce tranquilla di fulgida aurora, 

che annunzia la gloria del sol che verrà. 

Giù la face de l'odio e la scure! 

Queste mani, ove, simile a l'oro, 

splende l'orma del nostro lavoro, 

a la pace son sacre e al dover!


O ricchi, o felici! Stringete le mani 

che v'offron l'ulivo dal candido fior: 

più bello a le menti sorride il domani, 

se mutua ci scaldi la fiamma d'amor: 

queste ruvide mani vi diero 

la superba mollezza de gli agi, 

i teatri, le ville, i palagi, 

ove il fasto trionfa e il piacer.


Cercammo le gemme pei vostri monili 

nel sen de la terra, nel seno del mar: 

le facili sete, le stoffe gentili 

che stenti, che ansie, che sangue costar! 

L'oro istesso, onde l'opre e la vita 

e talvolta l'onor vi vendemmo, 

noi fiammante dal suolo il traemmo 

e plasmato vel demmo in poter.


Le mense fumanti di cibi squisiti, 

le tazze lucenti, l'ardente liquor, 

che accende la gioia dei vostri conviti, 

son gioie fiorite da mille dolor! 

Ma la forza dei secoli invitta 

tutti spinge a più nobile vita.

e si sveglia la mente assopita 

a l'aurora del giusto e del ver.


Fratelli felici! Stringete le mani

che v'offron l'ulivo del candido fior; 

più bello a le menti sorride il domani, 

se mutua ci scaldi la fiamma d'amor. 

Da le stelle, ove un dì ti sognammo 

scendi in terra e la vita ci abbella, 

o Giustizia! O divina fiammella 

che rischiari l'umano pensier!


1896


(da "Speranze umane", Tip. Ed. Ubaldo Guidetti, Reggio Emilia 1919, pp. 35-37)





INNO A MAGGIO

di Ernesto Ragazzoni (1870-1920)


Maggio, stagione amica delle anime ribelli,

delle nevi, dei venti grande dissipator;

Maggio, che infiori i prati, le aiuole e i freddi avelli,

e illumini le fronti bagnate di sudor.


Sono infinite le anime che languono nell'ombra

della miseria squallida, fra inumani martir!

O Maggio, Maggio santo, tu che sei grande, sgombra

da questa afflitta terra le lacrime e i sospir.


Riscalda il casolare col tuo tiepido raggio,

ove durante il verno regnò la fame e il gel;

e tra i profumi verdi che con te rechi, o Maggio,

l'ultima lotta audace, porta con te dal ciel.


L'ira nemica atterra; vinci gli odii; la nera

viltà disperdi, o Maggio, ch'è nel fraterno acciar;

Tu spingi avanti e illumina la fiammante bandiera

che mai soffio di vento non valse a ripiegar.


Ridesta della lotta l'istinto puro e santo

in questa incosciente, stanca generazion;

vinci gli inerti e intona della battaglia il canto

che nell'oppresso susciti la santa ribellion.


(da "Buchi nella sabbia e pagine invisibili", Einaudi, Torino 2000, p. 192)





Da "FRAMMENTI"

di Rocco Scotellaro (1923-1953)


13

Nella Lombardia operaia

ti porta fortuna il mazzolino di mughetti

che raccogli il giorno del 1° Maggio.


[1948-49]


(da "Tutte le poesie 1940-1953", Mondadori, Milano 2004, p. 302)





PRIMO MAGGIO

di Elisa Tacchi (?-?)


È la festa gioconda del lavoro;

a mucchi, sui barrocci inghirlandati,

vanno ragazze stornellanti in coro

e vanno giovinotti spensierati.


Vanno a tuffarsi in questo sole d'oro

che domattina non godranno più,

vanno tra' campi, con vocìo canoro,

a godersi la balda gioventù.


Chi lo sa quanta festa là sui prati,

che bisbiglio di tenere parole,

che folgorar di sguardi innamorati!


E domani, al lavoro ritornati,

i dolci accenti ridiran le spole,

i colpi del martello cadenzati.


E né tetri opifici affumicati,

avran l'anime, ancora, un po' di sole.


(da «Rivista di Roma», 25 aprile 1905)





PRIMO MAGGIO

di Cesare Vivaldi (1925-1999)


Chiara gioia se andando s'accompagna

ai nostri passi leggeri d'amanti

la bella primavera, e la campagna

apre davanti


agli occhi nostri con sottili mani

d'erba, e ci avvolge nella sua quiete.

Mi sento come avessimo dieci anni

oggi, se io e te


a un fresco vento di ruote, levando

alta la fronte salutiamo: in viaggio

camions di verde gioventù, cantando

nel Primo Maggio.


(da "Poesie scelte 1952/1992", Newton Compton, Roma 1993, p. 19)





sabato 25 aprile 2026

25 aprile: altre due poesie

 Quest'anno, in occasione della ricorrenza del 25 aprile, voglio proporre due testi poetici tratti dal volume Parole e sangue di Camillo Pasquali (Novara 1909 - ivi 1956). L'autore è conosciuto più come politico che come poeta: fu il primo sindaco di Novara eletto democraticamente nel 1946; fu anche senatore della Repubblica Italiana tra il 1953 e il 1956. Le sue opere principali di poesia sono due: Narcisso e lo stagno (Guanda, Modena 1939) e Parole e sangue (La Stella Alpina, Novara 1950); da quest'ultima ho tratto una lirica originale di Pasquali ed una sua traduzione di un testo in versi scritto da Paul Éluard (1895-1952). la prima, intitolata Morte e sacrilegio, già nel titolo mette in evidenza il tema del contenuto: la disumanità, la spietatezza e la spaventosa violenza di un episodio bellico che il poeta stesso visse, avendo partecipato come partigiano alla 2° Guerra Mondiale; come si evince dall'epigrafe che si trova alla fine del componimento poetico, tale episodio si verificò nel settembre del 1944, nel Monferrato: una regione geografica del Piemonte situata tra la provincia di Alessandria e quella di Asti; si parla di una delle tante rappresaglie naziste nei confronti di una scolta partigiana: le immagini descritte sono tremende, sconvolgenti, spietate… Ma alla fine le guerre sono tutte uguali: questi episodi sono accaduti in passato e, purtroppo, accadono tutt'ora.

Sorelle alla speranza è il titolo della traduzione; già dal titolo si può intuire che l'argomento è ben diverso rispetto alla precedente poesia: Éluard scrisse un sentito ringraziamento in versi alle partigiane francesi che, come le italiane, rischiarono la loro vita per difendere gli ideali di libertà a cui profondamente credevano. È una poesia ottimista: lo scrittore francese vede prossima la fine della guerra e il trionfo dell'amore; sta per iniziare una nuova era, dove la violenza e la miseria scompariranno, lasciando spazio alla tenerezza, all'allegria ed alla comprensione: sentimenti positivi che le donne spesso sanno rappresentare ottimamente.






MORTE E SACRILEGIO

di Camillo Pasquali


Esatto giunge al vertice del colle

il fuoco degli spari; vi scoscende

la frana di proiettili e di bombe,

e cadaveri rotolan divelti

fra sassi e sterpi.

Dove esultava un giorno

la sagra di bengala e mortaretti,

una rapida furia vi distrugge

la breve chiesa e scolta partigiana.


Si reggeva all'altare, sulle mani

come ginocchia, l'ultimo colpito;

comprimeva il suo ventre, steso innanzi

alla Madre dipinta col Bambino,

e il suo bimbo e la madre rantolando

invocava. Ed il nazi che vi sale

col lanciafiamme un solo rogo accende

dell'altare e dell'ultimo morente.


Non ardono le pissidi¹, e patene²,

l'ostensorio³ e la grande croce:


e i vasi sacri per osceni riti

in processione recano fra l'armi;

alla gran croce portano impiccata

seminuda la giovane staffetta:

sacrileghi alla vita ed alla morte.


Monferrato, settembre 1944.


(da "Parole e sangue", La Stella Alpina Editrice, Novara 1950, pp. 46-47)



NOTE

1) Le pissidi sono arredi sacri a forma di coppa con coperchio e velo, nei quali sono contenute le ostie consacrate.

2) Le patene sono degli oggetti liturgici cattolici e cristiani: si sostanziano in un piccolo piatto circolare, solitamente in metallo prezioso (oro o argento). Utilizzate durante la Messa, accolgono le ostie consacrate e coprono i calici. 

3) Gli ostensori sono degli arredi sacri cattolici utilizzati per esporre solennemente le ostie consacrate all'adorazione dei fedeli. 





SORELLE ALLA SPERANZA

di Paul Éluard


Sorelle alla speranza o coraggiose

donne

contro la morte avete stretto un patto

quello d'unire le virtù d'amore


O mie sorelle sopravvissute

voi giocate la vostra vita

perché la vita trionfi


Il giorno è prossimo o grandi sorelle

in cui noi rideremo delle parole

guerra e miseria

e nulla resterà che fu dolore.


Ed ogni volto avrà le sue carezze.


[Trad. di Camillo Pasquali]


(da "Parole e sangue", La Stella Alpina Editrice, Novara 1950, p. 158)