domenica 19 aprile 2026

Le automobili in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Se è vero che le prime automobili della storia dell'umanità furono messe in circolazione nella seconda metà del XIX secolo, è altrettanto vero che questo imprescindibile mezzo di trasporto si diffuse in modo abnorme durante il Novecento. Nelle dieci poesie trascritte a seguito di questo prologo, le automobili sono protagoniste in modi assai differenti. Nei versi dei poeti futuristi esse vengono esaltate poiché, nella visuale degli appartenenti a questo storico movimento artistico, rappresentano il simbolo supremo della modernità, della velocità, della potenza meccanica e del progresso tecnologico. Altri, come Francesco Pastonchi, sono contrari all'invasione incontrollata di tali moderni mezzi meccanici, perciò concentrano la loro attenzione sulla natura che, umanizzata, nelle sue varie forme reagisce in più modi: con terrore, stupefazione, sorpresa o impassibilità. Altri ancora, come Nino Oxilia, all'interno degli autoveicoli si perdono in pensieri intimisti o in riflessioni esistenziali forse in questo facilitati e incoraggiati da una sorta d'isolamento dal resto del mondo che si crea rimanendo chiusi nelle automobili. Ci sono poi coloro che si soffermano a descrivere le gare sportive tra autovetture, che hanno affascinato e tutt'ora affascinano tantissimi esseri umani. Infine si nota una sola poesia (o meglio epigramma) che punta il dito senza mezzi termini sulla totale disumanizzazione causata, tra le altre cose, dalla diffusione incontrollata delle automobili e dallo spropositato valore che gli viene attribuito da gran parte della popolazione mondiale. Buona lettura.  




Da "AUTODROMO"

di Giorgio Cesarano (1928-1975)


Il pilota viene a piedi,

solo, sulla destra della pista.

L'ombra delle querce nella prospettiva

riga sempre più fitta

l'asfalto fino alla curva

che appare quasi nera.


Ma da vicino ha una faccia, la strada,

tutta increspata, tutta granitura

e corre la formica, si trascina

lo scarabeo e giace

il fuscello secco e rotola la ghianda.


Il pilota passo passo s'avvia

alla curva; qui s'accoscia,

tocca l'asfalto, mira

rasoterra lungo la striscia

doppia di raschiati pneumatici.

Dunque s'avvede dei due

seduti loro soli in tribuna,

«Scheisse» dice e via

a passo diverso mani in tasca.


Quanti passi prima,

giacchetto nero, gambe magre, chiari

capelli, prima che scompaia

al sottopasso, un pezzo

per volta, come una figura

di carta tratta giù piano da una fessura.


(da «Quaderni di RebStein», XLI, Febbraio 2013)





BATTUTE D'AUTOMOBILE

di Auro d'Alba (Umberto Bottone, 1888-1965)


 Saturo di rossa benzina

scalpito

sussulto

mi sferro

m'apro tra colonnati d'atmosfera

portici di libertà.

Le strade - inebrianti sanguisughe

mi succhiano mi succhiano

sfettucciandomi alle calcagna

i cadaveri dei chilometri

divorati dal cannibale motore.


  A destra - a sinistra

avanti  sul tergo

sbandieramento d'onore

di sole -

elettrico monsignore

d'una cattedrale celeste -

e preti rossi -

mefistofelici renitenti

d'una leva repubblicana.


  Tempo di tamburo:

rullo primaverile.

Tempo di grancassa:

orchestra di vènti-mastini sguinzagliati

Tempo di violino:

uomini impalati

sull'uscio vicino.


  Chiuso in un maglio

di quadruplice ferro

sbuffo rattratto

sugli angoli retti

delle vie capitali -

scatto

compatto

lasciandomi i trams alle spalle

in uno sbadiglio stridente

sul binario convergente.


  I palazzi-teste rettangolari

di mostri

dai multipli occhi-finestre

spalancano le bocche-balconi

coi denti - ringhiere a sghimbescio.

Schizzo chilometriche pupille

in alto - sui fianchi:

scimitarre di freddi cipressi

penzoloni

(altalene di pennoni - giardinieri)

avidi sguardi -

sventolati stendardi

di luce carnale - 

e un aggrumato fanale

pugnale

piantato in seno alla notte

dal vespro - sicario del giorno.

Lunghe lunghissime stelle

- vespai notturni -

sulla testa musicista -

marciapiedi - lame incandescenti

di ghigliottine -

atroce soffocamento

per la mia apoplettica passione

di sventramento -

graticole di selciato

dove mi arrotondo

in un profondo

desiderio di esaurimento.


  Alba. Cascate di tetti -

fosforiche sentinelle - lampioni

lasciate morire di arsura

in attesa del caporale lampionaio

per il cambio di muta.

Ai lati

occhi sbendati

dal sole alabardiere

coriandoli - gettoni

festoni gonfiati

bandiere               bandiere

              bandiere 


(da "Baionette", Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano 1915, pp. 14-17)





IN AUTOMOBILE

di Antonio Daniele (?-?)


La striscia biancastra divora

pulsante la macchina mia,

lasciando fuggir de la via

ottanta chilometri all'ora.

          Ma ancora, ma ancora:

          vi sono i cipressi

          che corron più forte:

          Deh! vinci quei messi

                         Di morte.


Dà un balzo la macchina e corre

più lesta; io giro il volante

e quasi rasento le borre

passando su tremule piante

          Di timo olezzante.

          Cipressi, che piano

          già stanchi correte,

          io vado lontano, 

                         salvete!


(da «La Fiamma Verde», settembre 1919)





FORNICAZIONE DI AUTOMOBILI

di Mario De Leone (?-?)


Visi strani

di palazzi sull'attenti

sorridenti

dalle innumeri finestre

spalancate.

Un'inondazione torrenziale

di luce

si produce

nelle case sonnacchiose:

annegamento de' mobili.

Ragnatele di fili lucidi,

continuazione metallica

dell'umano cervello

stanno all'erta vigilanti,

sempre attenti,

i continui movimenti

de' passanti.

Tra… ta… ta… ta… mbu…

Collisione involontaria,

fornicazione rabbiosa

di due automobili-volontà,

abbraccio di due guerrieri

baldanzosi del movimento,

sincope di due cuori-motori,

spargimento di sangue-benzina.

Ristagno del viavai,

stagno immobile di curiosità,

lagno. Lagno di feriti.

Coagulazione degli affari.

Avanzi ingombranti

delle due macchine morte,

spazzati rapidamente

da una febbre di braccia,

rastrelli di scheletri informi, enormi.

Marcia funebre di sibili

di sirene d'automobili in attesa.

Passo elastico di quattro barelle

caricate dal peso

pietoso di quattro agonie.


Vie… vie… vie…


Ospedale di campanelli

d'allarme. Infermieri,

chirurghi, suore: tutti seri,

tutti raccolti intorno

alla quadruplice agonia

operata con arte pia.


Vie… vie… vie…


Risucchio della tristezza,

rivendicazione violenta,

del movimento, del movimento.

Dieci, cento, mille

veicoli trabalzanti.

Tuffi nella velocità.


Clo… clo… clo…

Drin… drin… drin…

Teuff… teuff… teuff…


Rapidità. Preziosità del minuto

che trascorre. Corsa furente,

sobbalzi, balzi, urli.

Domani, fra un'ora, fra due

minuti, in questo momento

medesimo un altro

cozzo, un'altra schiacciante

formicazion d'automobili

produrrà per la via

qualche altra agonia!

Breve parentesi d'angoscia,

di morte, d'attesa, di strazio,

e dopo quella, la vita

che vince, che freme, che passa

velocemente, immemore!

Ma la memoria rimane

impressa né foschi palazzi,

né lucidi fili in cui vibra

il telegramma funesto:

«Napoli 9 giugno ore 14

Violento scontro automobilistico.

Quattro moribondi».

E basta. Una corsia

d'ospedale. Una lenta agonia.


(da «Lacerba», 1° luglio 1914)





IL CIRCUITO

di Farfa (Vittorio Osvaldo Tommasini, 1879-964)


IL CIRCUITO

automobilistico

è la lama flessibile

la vettura

l'impugnatura

pel duello con la morte

il corridore

un pezzo di ricambio

della macchina

che stroncandosi con essa

devesi immediatamente

tutto sostituire

a ciglio asciutto

duellando imperturbabili

nella morsa del tempo

per vincere la corsa


(da "FARFA poeta record nazionale futurista", Sabatelli, Savona 1970, pp. 126-127)





IN AUTOMOBILE SOTTO LA PIOGGIA

di Nino Oxilia (Angelo Oxilia, 1889-1917)


Velo bianco sul viso taciturno,

ombra degli occhi e lunga mano al mento

- fuori dei vetri la pioggia - rammento

ogni cosa del nostro andar notturno.


Il motore cantava. Roma al sordo

ansare del motore avea parvenza

grave: al rombo del cuore, adolescenza

rifaceva le strade del ricordo.


Rifaceva l'ordito del ricamo.

Pensavo: quella che mi siede al fianco,

quella che mi fece il viso triste e bianco

d'amore e non mi amò. Ora non l'amo.


Il motore cantava. Foglie morte.

Alberi nudi in corsa. Forme stanche.

Il vostro volto sulle mani bianche.

Sopra i vetri la pioggia battea forte.


La vettura correva in mezzo al fango.

Pensavo: allora, per aver concesso

il fianco al fianco, il viso al viso presso,

avrei pianto d'amore. Ora non piango.


Il motore cantava in ritmi tetri

come il cuore. Poi tacque all'improvviso.

La vettura fermò. Levaste il viso

e la pioggia riprese alta sui vetri.


S'aprì la porta e l'acqua entrò col vento.

Un ordine. Una frase: «presto! chiudi!»

L'uomo mostrò, chiudendo, i polsi nudi.

Voi riprendeste il vostro atteggiamento.


Io pensavo. Con atto dolce e muto

mi sfioraste i capelli: all'improvviso

tutto il passato mi ventò sul viso

il vostro fiato non ancor goduto.


Come orologio di malinconia

battea la pioggia a scandere il minuto:

ciò che Amore non chiese, ebbe la mia

breve improvvisa avidità di bruto.


...Or guardavate tra le ciglia chiare

in atto di sognare e di dormire.

Rivivere significa morire

e vivere significa passare...


...Così fu. Risentii d'un tratto il botto

del motore: urlo-voce-spinta-addio.

Riprese dietro ai vetri il picchiettio

della pioggia che già s'era interrotto,


e rividi passare in strade nuove

alberi nudi in corsa, forme stanche,

mentre il tuo volto sulle mani bianche

guardava altrove. Ché il domani è altrove.


(da "Gli orti", Alfieri & Lacroix, Milano 1918, pp. 12-14)





AUTOMOBILI DI NOTTE

di Francesco Pastonchi (1874-1953)


Forano di fari la notte

sùbiti, impietosi:

l’ombre degli agresti riposi

sussultano, rotte.


Allibita una casa sbianca:

un prato di fiori stupisce

di quell’alba che lo ferisce

violenta e sùbito manca.


Ma la foresta rifiuta

quei coni effimeri in fuga:

resta, nel chiaror che la fruga,

austera, impassibile, muta.


(da "Versetti", Mondadori, Milano 1931, pp. 168-169)





INVESTIMENTO

di Gino Patroni (1920-1992)


Morì

investito,

nel mezzo

della strada:

e le ruote

gli giraron

sulla pancia.

Accorse 

gente,

vide

la vettura

e disse:

«Bella linea,

questa Lancia».


(da "Epigrammi italiani", Einaudi, Torino 2001, p. 319)





VECCHIA BALILLA

di Vito Riviello (1933-2009)


Nell’odor di benzina c’è

             tutto l’odio del mondo,

in casa era piacevole

sulle giacche delle gite

ma già in strada,

le solitarie pompe con le teste

             di lune marce,

si diffondeva il suo vagare

nella “balilla” dello zio

e lo portava a peccare.

L’odore ha lasciato traccia

sugli strofinacci di cucina

ed è esploso nelle valli

che costeggiavano i fiumi,

un odore indimenticabile

per chi “soffriva” la macchina

ed era comunque invitato

a consumare un tragitto

di “consummè” e di paste.


(da "Tutte le poesie", Sapienza Universià Editrice, Roma 2019, p. 136)





MILLE MIGLIA

di Vittorio Sereni (1913-1983)


                                                                         Brescia, primavera '55

Per fare il bacio che oggi era nell’aria

quelli non bastano di tutta una vita.


Voci del dopocorsa, di furore

sul danno e sulla sorte.

Un malumore sfiora la città

per Orlando impigliato a mezza strada

e alla finestra invano

ancor giovane d’anni e bella

Angelica si fa.

Voci di dopo la corsa, voci amare:

si portano su un’onda di rimorso

a brani una futile passione.

Folta di nuvole chiare

viene una bella sera e mi bacia

avvinta a me con fresco di colline.

Ma nulla senza amore è l’aria pura

l’amore è nulla senza la gioventù.


(da "Gli strumenti umani", Einaudi, Torino 1995, p. 18)




"A Brouhot car in Paris, 1910"
(da questa pagina Web)


domenica 12 aprile 2026

Case editrici: Treves

 La Treves è stata una delle case editrici italiane più prestigiose di sempre; fu fondata a Milano, nel 1861 dal Emilio Treves (1834-1916), ma nella direzione, dopo appena nove anni gli si affiancò il fratello minore Giuseppe (1838-1904), per cui da quel momento la casa editrice fu denominata «Fratelli Treves editori». Emilio svolse per diverso tempo l'attività di giornalista, dirigendo anche alcune testate rilevanti. Divenuto editore, pose l'attenzione principalmente sui gusti del pubblico e le opere che fece stampare si concentrarono su svariati settori, pur privilegiando quelli inerenti la letteratura e la scienza. Treves fondò e pubblicò anche importanti periodici come L'Illustrazione Universale, L'Illustrazione Italiana e Il Giornale popolare dei Viaggi. Tra le collane più fortunate dell'editore si ricorda quella della Biblioteca amena, dove ebbero spazio autori importanti come Giuseppe Verga, Grazia Deledda e Matilde Serao. Pubblicò molti romanzi d'appendice e libri di viaggio (per quest'ultimi usufruì della collaborazione di Edmondo De Amicis, l'autore di Cuore, celeberrimo romanzo la cui prima edizione uscì grazie alla Treves nel 1886). Anche Gabriele D'Annunzio collaborò con la casa editrice milanese, con pubblicazioni di romanzi (Il piacere, 1889) e opere poetiche. Altri poeti legati alla Treves furono Arturo Graf, Vittoria Aganoor, Ettore Sanfelice, Alfredo Baccelli, Angiolo Orvieto, Ada Negri, Guelfo Civinini, Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano. Dopo la morte dei due fratelli, la Treves si trasformò in società anonima; tra il 1931 e il 1933 si fuse con la «Bestetti e Tumminelli»; infine, nel 1939 fu rilevata da un altro prestigioso editore: Aldo Garzanti, che proseguì la strada tracciata dai Treves. Ecco infine due poesie tratte da due raccolte pubblicate dalla Treves: Fatalità di Ada Negri e Poema paradisiaco di Gabriele D'Annunzio.





SENZA NOME

di Ada Negri


Io non ho nome. — Io son la rozza figlia

      Dell'umida stamberga;

Plebe triste e dannata è mia famiglia,

Ma un'indomita fiamma in me s'alberga.


Seguono i passi miei maligno un nano

      E un angelo pregante.

Galoppa il mio pensier per monte e piano,

Come Mazeppa sul caval fumante.


Un enigma son io d'odio e d'amore,

      Di forza e di dolcezza;

M'attira de l'abisso il tenebrore,

Mi commovo d'un bimbo alla carezza.


Quando per l'uscio de la mia soffitta

      Entra sfortuna, rido;

Rido se combattuta o derelitta,

Senza conforti e senza gioie, rido.


Ma sui vecchi tremanti e affaticati,

      Sui senza pane, piango;

Piango su i bimbi gracili e scarnati,

Su mille ignote sofferenze piango.


E quando il pianto dal mio cor trabocca,

      Nel canto ardito e strano

Che mi freme nel petto e sulla bocca,

Tutta l'anima getto a brano a brano.


Chi l'ascolta non curo; e se codardo

      Livor mi sferza o punge,

Provocando il destin passo e non guardo,

E il venefico stral non mi raggiunge.


(da "Fatalità", Treves, Milano 1892, pp. 5-6)





IL BUON MESSAGGIO

di Gabriele D'Annunzio


“E le piccole foglie in cima ai rami

di primavera? e il cielo così grande?

e i fanciulli? e le tombe venerande?

e la madre? e la casa che tu ami?”


Venir può da tal voce, anche una volta,

questo bene! – O sorella, dunque in cima

ai rami, ai rami teneri, è la prima

foglia? e brilla? E tu hai dunque raccolta


la rugiada nel cavo de la mano?

Son queste, è vero?, cose ancóra buone.

E tu cantasti già qualche canzone

a la madre pensosa d'un lontano?


Non pianga. Tornerà quel suo figliuolo

a la sua casa. È stanco di mentire.

Tornerà. Né vorrà più mai partire:

certo, più mai. Da troppo tempo è solo.


Domani tornerà... – Vuoi tu che torni

domani? Dunque aspettami, sorella.

Io le piccole foglie, la novella

erba, e le acque correnti, e certi giorni


così chiari che sembra vi si effonda

quasi un latte divino, e certe lente

notti ove quasi un'ansia occultamente

sospira e poi la canna è più profonda,


io veda, io goda: queste cose io veda,

io goda, e tu mi sia compagna sola.

E sol ne' tuoi puri occhi di viola,

ed in quelli materni, io guardi, io creda.


Oh al fine io tocchi l'albero e l'arbusto

con mani monde e non mi turbi alcuna

brama! Oggi tutta la bontà s'aduna

in quel cuore che seppe ogni disgusto:


tanta bontà che parmi ismisurato

il cuore... – E dimmi, dunque, dimmi: in cima

ai rami, ai rami teneri, è la prima

foglia? e brilla? E tu hai dunque, cantato?


(da "Poema paradisiaco. Odi navali", Treves, Milano 1893, pp. 13-15)

domenica 5 aprile 2026

Cena di Pasqua

 E quando nel giro del ballo oscuro che ci rimorchia

dimenticate ombre nostalgiche a fingere la vita,

spirito della notte ci riavrai, dopo le ultime risa,

i baci sulle guance, gli augurii, gli addii sulla porta;


e là dalla soglia a scroscio rompendo un vento crudele

dissiperà le fioche ed esili voci come capelli

incanutiti, nel vuoto portico di tra i cancelli

cieco soffiando sulle deboli fiamme delle candele:


forse torneremo in un muto patto d’intorno a questa

tavola, sotto la lampada, commensali distratti;

fermi, le labbra sigillate, seduti di contro ai ritratti

pallidi dei nostri morti, ad una eterna festa.







COMMENTO

Cena di Pasqua è il titolo di una poesia di Giorgio Bassani (Bologna 1916 - Roma 2000), che fu pubblicata per la prima volta sulla rivista Mercurio del dicembre 1944. Successivamente fu inserita nella raccolta poetica d'esordio dello scrittore bolognese: Storie dei poveri amanti e altri versi, Astrolabio, Roma 1945; compare inoltre in L'alba ai vetri. Poesie 1942-1950, Einaudi, Torino 1963 e nel recente volume intitolato Poesie complete, Feltrinelli, Milano 2021. Il testo che ho trascritto è quello leggibile in Mercurio. Nella foto c'è invece la versione quasi perfettamente uguale, rintracciabile nella sezione Primi versi di L'alba ai vetri (p. 29). Pur non essendo presente alcuna data in calce alla poesia, è notizia quasi certa che Cena di Pasqua fu scritta nel 1942. Questa ed altre informazioni che ora aggiungerò le ho ricavate dalla citata edizione del 2021, più precisamente dal capitolo Nota al testo. Apparato genetico e commento di Anna Dolfi¹, che è anche la curatrice dell'intero volume. Bassani, durante un'intervista con Domenico Porzio, dichiarò che Cena di Pasqua è strettamente correlata con un capitolo del romanzo più famoso dello scrittore felsineo: Il giardino dei Finzi-Contini, in cui si parla di una cena pasquale; la poesia stessa ne fu addirittura la fonte d'ispirazione. Il 1942 fu un anno fortemente drammatico per tutta l'Europa: da due anni era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, e l'Italia vi partecipava come alleato della Germania nazista. Già nel 1938 erano iniziate anche nel nostro paese le persecuzioni antiebraiche, con l'emanazione delle leggi razziali fasciste. Negli anni seguenti si assistette all'espulsione di ebrei da scuole, impieghi pubblici e privati, e al sequestro dei loro beni. Nell 1943 si perpetrò l'occupazione dell'Italia da parte dei nazisti, con conseguenti deportazioni di massa verso i campi di sterminio di tutti gli ebrei reperibili nella penisola. C'è quindi, in virtù di questi fatti storici - alcuni dei quali si erano già verificati quando la poesia fu scritta - una premonizione funesta da parte di Bassani, che poteva intuire quale sarebbe stato il suo futuro e quello dei suoi cari; era consapevole anche che quella cena avrebbe coinciso con l'ultima riunione della sua famiglia al completo. A proposito del clima d'imminente tragedia che si respirava in quei momenti, ecco un frammento della Parte III, Capitolo VII de Il giardino dei Finzi-Contini che ben descrive i commensali come persone del tutto inconsapevoli della tragica sorte che nel giro di un anno o poco più li avrebbe direttamente riguardati:


 Io guardavo mio padre e mia madre, entrambi in pochi mesi molto invecchiati. Guardavo Fanny, che aveva ormai quindici anni, ma come se un arcano timore ne avesse arrestato lo sviluppo non ne dimostrava più di dodici. Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo, ma ciò nondimeno già allora, quella sera, anche se li vedevo tanto insignificanti nei loro poveri visi sormontati dai cappellucci borghesi o incorniciati dalle borghesi permanenti, anche se li sapevo tanto ottusi di mente, tanto disadatti a valutare la reale portata dell'oggi e a leggere nel domani, già allora mi apparivano avvolti della stessa aura di misteriosa fatalità statuaria che li avvolge adesso, nella memoria.²


Da ricordare infine che la Pasqua ebraica si festeggia con una cena (Seder di Pesach³) e non coincide con la data di quella cristiana.


 

NOTE

1) Alcune notizie che ho riportato le ho attinte dalle pagine 453-455 del volume: Giorgio Bassani, Poesie complete, a cura di Anna Dolfi, Feltrinelli, Milano 2021.

2) Dalla pagina 150 del volume: Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Nuova Stampa Mondadori, Cles 1997.

3) La Pasqua ebraica (Pesach) celebra la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto e la sua nascita come nazione libera sotto la guida di Mosè. Ricorda l'Esodo, simboleggiando il passaggio dalla schiavitù alla libertà, e celebra la protezione divina durante la decima piaga, quando gli angeli "passarono oltre" le case ebraiche.


venerdì 3 aprile 2026

La prima rosa rampicante

 Sola sospesa piccola piumosa

alta sul ramo quasi

senza foglie, vermiglio scuro, è

apparsa la prima rosa

rampicante oggi,

venerdì santo.






COMMENTO

Una breve e appassionata poesia di Giuseppe Conte che, nel giorno di lutto per antonomasia (nel Venerdì Santo muore Gesù), riesce a percepire un messaggio positivo, di rinascita, offerto dalla presenza di un fiore - una rosa rampicante - apparso da pochissimo tempo sulla parte alta di un ramo quasi spoglio. Un piccolo e piumoso fiore di color vermiglio scuro (una tonalità di rosso brillante), che in un contesto  pregno di tristezza a causa della scomparsa del figlio di Dio, aiuta l'osservatore più attento e sensibile ai minimi eventi stagionali che offre la natura, a trovare nuove speranze per il futuro. Anche oggi stiamo vivendo in un mondo disumano, dove regnano l'odio, la violenza e la prepotenza; le guerre sono conseguenza di tutto ciò. Eppure nel nostro piccolo ancora possiamo assistere a spettacoli quasi insignificanti come, appunto, la nascita di nuovi fiori, e forse soltanto questi piccoli-grandi eventi riescono a tirarci un po' su il morale, a farci sperare ancora - malgrado tutto - in un mondo migliore. Dobbiamo aggrapparci alla natura, come alla bontà non sbandierata di tanti esseri umani, per continuare ad andare avanti fiduciosi che si tratti soltanto di un periodo negativo, e che come tutti i periodi di tal genere, sia destinato a terminare. Gesù, nel terzo giorno dalla sua morte, è risorto: anche l'umanità farà lo stesso.

La prima rosa rampicante si trova nella raccolta L'Oceano e il Ragazzo (Rizzoli, Milano 1983) di Giuseppe Conte; io l'ho trascritta dalla pagina 148 di una nuova edizione della medesima (TEA, Milano 2002). In calce alla poesia, tra parentesi, c'è la seguente data: 8.IV.1977

sabato 28 marzo 2026

Aria di primavera

 Mario Novaro (Diano Marina 1868 – Forte di Nava 1944) nei pochi versi che scrisse e pubblicò volle spesso e volentieri esaltare la stagione primaverile, e lo fece in modo semplice, intenso e particolarmente sentito. Noto soprattutto come direttore della prestigiosa rivista «La Riviera Ligure» nonché come filosofo, Novaro, come ho già detto scrisse poche ma notevoli poesie, riunite in un volumetto intitolato Murmuri ed echi, uscito per la prima volta nel 1912 e poi più volte ristampato con aggiunte di ulteriori liriche, fino all'edizione definitiva del 1941. Fortunatamente ancora ai giorni nostri c'è chi ama i versi di Novaro (io tra questi), tant'è vero che la sua unica opera poetica è stata ripubblicata piuttosto di recente¹. Per evidenziare l'entusiasmo e l'emozione provata dal poeta ligure quando ogni anno si trovava a vivere la ripetizione degli spettacoli imparagonabili che può offrire la natura con l'arrivo della primavera, ho scelto una brevissima poesia, intitolata per l’appunto Aria di primavera. Qui, in soli sette versi Novaro riesce ad esprimere in modo chiaro ed essenziale, sia l'emozione provata di fronte ad uno spettacolo naturale, vecchio eppur sempre nuovo, offerto da un affascinante paesaggio che molto probabilmente era osservabile nei luoghi dove il poeta viveva (la Riviera Ligure di Ponente); sia gli elementi imprescindibili, rintracciabili in tanti altri luoghi del pianeta, che alimentano tale emozione: il cielo ed il mare. Una luce forte, piena d’energia e giovane (perché a causa dell’inverno da poco trascorso è giunta da non molto tempo) domina la scena, e cielo e mare si nutrono di questa luce; il poeta guarda in alto e vede, oltre all'azzurro intenso del cielo (che lo rende puro) e alla luce folgorante del sole, una serie di nuvolette che, forse per via del loro candore e della loro forma simile a quella del cotone, vengono definite "soffici"; tali nuvolette "ragnano" il cielo puro, ovvero formano una sorta di ragnatela, essendo sparse qua e là; ma questa fantasiosa costruzione non offusca minimamente la lucentezza del cielo, anzi, lo rende ancor più bello. Quindi il poeta abbassa lo sguardo, e si trova ad osservare il mare sottostante, le cui onde s'infrangono sulla riva rumorosamente; per questo la "voce" del mare è identificata proprio nelle onde, e nel loro continuo rumorio; sembrano tante voci che si alternano e si susseguono, quasi a voler chiamare, ovvero a porre l'attenzione sullo spettacolo offerto dal continuo arrivo di quelle acque marine e dalla terra che le incontra. Parlavo di essenzialità, ed è proprio il caso di farlo pensando a questa ed altre poesie di Novaro, che anticipano di qualche anno la cosiddetta "poesia pura", sviluppatasi e consacratasi grazie ad altri più insigni poeti come Ungaretti e Montale. Aria di primavera fu pubblicata per la prima volta sulla «Riviera Ligure» del giugno 1915, insieme ad altre tre poesie; qui il Novaro figura con lo pseudonimo di Giorgio De Paoli; entrò a far parte di Murmuri ed echi a partire dalla 4° edizione, pubblicata da Vallecchi in Firenze nel 1919. Io l'ho trascritta dalla pagina 102 della ristampa del 1994, che uscì grazie Vanni Scheiwiller²

 

 

Giovine luce,

aria di primavera!

soffici nuvole bianche

ragnano il cielo puro:

chiama

la numerosa alterna

voce del mare.




 

 

NOTE

1)     1)  La più recente credo sia stata pubblicata dalla San Marco dei Giustiniani di Genova nel 2011.

2)      2) Parlo di Murmuri ed echi, edizione definitiva a cura di Giuseppe Cassinelli, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1994.

sabato 21 marzo 2026

"Il segreto del melograno" di Guglielmo Aprile

 Devo ammettere che non conosco la poesia contemporanea italiana, ma occasionalmente mi è successo di leggere un'opera poetica di Guglielmo Aprile che mi è parsa di non comune valore, e per questo motivo ne parlo volentieri. Il volume s'intitola Il segreto del melograno, ed è stato pubblicato da Il Convivio Editore in Tivoli, nel febbraio del 2026. Le 68 poesie che lo compongono, si dividono nelle seguenti quattro sezioni: Il soffio che chiama i germogli; La grande guarigione; L’Ariete celeste è riapparso; In cammino verso Eleusi. Il tema dei versi ivi presenti si potrebbe definire unico: l'arrivo della stagione primaverile; ciò che cambia, è il modo in cui viene trattato l'argomento, con l'inserimento di numerosi elementi provenienti da discipline umanistiche (religione, filosofia, mitologia) e scientifiche (cosmologia). Ecco come egli stesso definisce la sua raccolta:


Il segreto del melograno è una raccolta poetica che indaga la dimensione sacrale della natura e il suo linguaggio mitico. Il libro nasce dall’idea che la primavera non sia soltanto un fenomeno stagionale, ma un rito cosmico, un’epifania che rinnova ogni anno i codici simbolici della creazione.

Nei testi si intrecciano figure e motivi provenienti da diverse tradizioni religiose: il dio‑seme che discende nelle viscere della terra, l’Ariete celeste che apre l’anno, il sacrificio del Toro, la pioggia come battesimo, la resurrezione vegetale come promessa escatologica, il mistero di Proserpina, a cui fa riferimento anche il titolo, regina ctonia e custode del rinnovamento delle stagioni. La poesia diventa così un luogo di interpretazione del sacro, un laboratorio in cui mito, cosmologia e immaginario naturale dialogano con la sensibilità contemporanea.


Queste poesie mi sono piaciute molto, e in parte mi hanno ricordato i versi di alcuni grandi poeti italiani, come il Corrado Govoni "vociano", che sostanzialmente si può identificare nella raccolta L'inaugurazione della primavera; come l'Arturo Onofri della fase mistico-antroposofica che coincide con l'ultimo periodo della sua produzione, culminante nel ciclo della Terrestrità del sole e come il primo Giuseppe Conte. Ma ci sono anche delle cose che fanno pensare al simbolismo poetico, e se ci si limita a quello italiano, si potrebbero fare i nomi di Gabriele D'Annunzio (in particolare quello di Alcyone), Gian Pietro Lucini prima maniera, Agostino John Sinadinò delle Melodie e il misconosciuto Emanuele Sella. Si potrebbe continuare, e rilevare alcune somiglianze con le prime opere di Salvatore Quasimodo e dei cosiddetti ermetici fiorentini (Luzi, Bigongiari e Parronchi), e poi c'è qualcosa di Lucio Piccolo. Insomma, anche ai giorni nostri è possibile leggere opere di ottima poesia, che proseguono la migliore tradizione del secolo passato. 

Sbirciando un po' sul Web, ho scoperto che Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978 ed ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Ciò che Lazzaro vide, Campanotto 2004; Il dio che vaga col vento, Puntoacapo Editrice, 2008; Nessun mattino sarà mai l’ultimo, Zone, 2008; Primavera indomabile danza, Oedipus, 2014; L’assedio di Famagosta, Lietocolle, 2015; Calypso, Oedipus 2016; I masticatori di stagnola, Lietocolle 2018; Il talento dell’equilibrista, Landolfi, 2018; Elleboro, Terra d'Ulivi 2019; Il giardiniere cieco, Transeuropa 2019; La strage degli aquiloni, Robin Edizioni 2019; Teatro d’ombre, Nulla Die 2020; Farsi amica la notte, Landolfi, 2020; Immane e oscuro, Oedipus 2021; Falò di carnevale, Fara, 2021; Il sentiero del polline, Kanaga 2021; Sinfonia del mare, Il Convivio 2021; Thanatofobia, Progetto Cultura 2022; La scoperta del fuoco, Leonida 2022; Quando gli alberi erano miei fratelli, Tabula Fati 2024; Tutto l'oro del mondo, Carabba 2024; Appunti eoliani, Fara 2024; Beatitudini, Fara 2025. Ha inoltre collaborato con svariate riviste pubblicando studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio, Marino e sulla poesia del Novecento. Un'autopresentazione dell'autore si può leggere qui.

Ecco per concludere due poesie tratte da Il segreto del melograno.





UNANIME È IL RISVEGLIO


Primavera, tempo non è dei timidi:

con spavalderia innocente il merlo

si vanta del ramo che ha conquistato,

primo bastione della città in cui

il suo vessillo canoro può issare

dopo l’assedio; e lucertole e insetti

e i più minuscoli e schivi abitanti

dell’aria e delle acque, e i molti popoli

brulicanti che strisciano o che volano

tra i rami e le radici, nella zolla

e nell’erba, di solito nascosti,

fatti audaci dopo la pioggia, a un tratto

escono in avanscoperta dall’arca

che sotto terra attende che l’inverno

abbia fine, Noè sopravvissuti

ai lunghi geli, e furtivi s’inoltrano

per quell’angolo anonimo di prato

umile e incolto, e avidi lo esplorano:

è tutto il mondo ai loro occhi, è a loro

soltanto che appartiene, è il loro regno

ed ora lo rivendicano – figli

della terra resuscitata, a un ordine

unanime obbediscono, a un comando

che dagli antri in cui il popolo delle ombre

venera Ades li convoca a emergere,

per nominarli suoi vassalli e membri

dell’esercito verde, per eleggerli

eredi anche se per un solo giorno

delle vergini vastità e sovrani

su un dominio che ha un trono in ogni stelo

e per frontiera il cerchio delle nuvole.


(da "Il segreto del melograno", Il Convivio Editore, Tivoli 2026, p. 32)





GNOSI DEL VENTO


Mi chiama, il vento: ha da confessarmi

un qualche suo segreto

tremendo e dolce, una storia che mai

a nessun uomo raccontò finora:

è a me che è venuto ad offrire

la spiga che il suo scrigno

alato custodisce; ed io in ascolto

a piedi su un viadotto

o su una strada qualunque in cui il traffico

è più rado, mi apro

alla sua ardua gnosi,

ai misteri del fuoco e della pioggia,

al delizioso arcano

che dell’erba e del sole e di ogni onda

fa che l’infinita si compia

resurrezione; e ovunque

la sua eco mi giunga o mi trascini

la sua corsa, ricevo

quel suo sottile, intermittente oracolo

che una cosa sola ripete:

che vivo è il mondo, e il suo respiro è sacro.


(da "Il segreto del melograno", Il Convivio Editore, Tivoli 2026, p. 82)


domenica 15 marzo 2026

Il Settecento nella poesia italiana decadente e simbolista

 Non è raro trovare, nei versi dei poeti decadenti e simbolisti italiani, dei chiari rimandi al XVIII secolo; in particolare si nota una sorta di nostalgia per il modo di vestire, la musica e l’ostentata galanteria che era d’uopo riscontrare in determinati ambienti altamente aristocratici. I nostri poeti, influenzati evidentemente dall’arte francese che spopolò nel Settecento, infarciscono i loro versi di personaggi tipici, balli alla moda e atmosfere che in seguito non si sono più presentate agli occhi di coloro che rimanevano incantati da un mondo favoloso, destinato però a cadere definitivamente a seguito della Rivoluzione Francese (che determinò con un po’ di anticipo anche la fine di quel secolo inconfondibile). Ecco allora una serie di poesie che parlano di cicisbei, re, principi, dame incipriale, parrucconi, sale da ballo e luoghi particolarmente eccentrici e sfarzosi. Qui ci si sofferma soltanto sul lato esteriore, della pura e semplice immagine, trascurando il contesto, che vedeva una casta decisamente egoista e spietata, vivere lussuosamente alle spalle di un popolo sempre più povero e disperato. Ma per i nostri poeti quello che conta è rievocare un mondo che somiglia a quello delle favole, in cui si muovono solamente dei personaggi affascinanti, che vivono in palazzi immensi, che ascoltano musiche accattivanti e amoreggiano al ritmo di balli lenti: insomma tutto il repertorio dei dannunziani “tempi che non sono più”.  

 

 

Poesie sull’argomento

 

Corrado Govoni: "Oro e violetto" in "Le fiale" (1903).

Corrado Govoni: "Sala da ballo" in "Gli aborti" (1907).

Giuseppe Lipparini: "Minuetto" e "Gavotta" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).

Gian Pietro Lucini: "Leziosa pastorella incipriata" in "Il Libro delle Figurazioni Ideali" (1894).

Gian Pietro Lucini: "Sade" in "Le antitesi e le perversità" (1971).

Enzo Marcellusi: "È probabile! Io fui un re settecentesco" in "Il giardino dei supplizi" (1909).

Nicola Marchese: "Minuetto" in "Le Liriche" (1911).

Fausto Maria Martini: "Dittico alla Goya" in "Panem nostrum" (1907).

Aldo Palazzeschi: "A palazzo Oro Ror" in "Lanterna" (1907).

Enrico Panzacchi: "Incantesimo vano" in "Poesie" (1908).

Fausto Valsecchi: "Calen di Morte" in "Noi e il mondo", febbraio 1914.

Remigio Zena: "Citera" in "Le Pellegrine" (1894).

 

 

 

 

LEZIOSA PASTORELLA INCIPRIATA

di Gian Pietro Lucini

 

Leziosa pastorella incipriata

ch'ama Watteau effigiare alle portiere,

sta la Signora mia nel mio pensiere,

Sorride ella benigna e la dorata

esca dispensa dalle lusinghiere

mani ed invita, col gesto, l'alata

famiglia al cibo: or, candide e leggere,

accorron le colombe alla chiamata.

 

Tale, alle vostre grazie compiacenti,

colombe dello Ingegno, i Madrigali

volano arditi e ghiotti e, in torneamenti,

flabelli alti sul capo vi fan d'ali;

e Voi così l'udite audaci e intenti

a cantarvi l'omaggi trionfali.

 

(da "Il Libro delle Figurazioni Ideali", Galli di Chiesa e Guindani, Milano 1894, p. 105)

 

 

 

 

CITERA

di Remigio Zena

 

Dimmi tu, Venere: quando

Son discese a queste rive

Le galanti comitive

 

Che partirono, invocando

Te regina, te divina,

Sulla nave pellegrina,

 

Un mattin di primavera,

Imbarcate da Watteau

Fra le ariette e fra i rondò,

 

Alla volta di Citera?

 

Ben rammento: sui pennoni

Orifiamme e banderuole

Sventolanti in faccia al sole;

 

Rose e mammole a festoni,

Un giardin d'aerea flora

Verso poppa e verso prora;

 

E dei zeffiri al sospiro

Pronta l'ala gloriosa,

Ala immensa, immensa rosa

 

Sovra l'acque di zaffiro.

 

Ben rammento: variopinte

Brigatelle audaci e liete,

Cui rideva sulle sete

 

La letizia delle tinte,

La gioconda varietà

Di farsetti e falbalà;

 

Pastorelli, pastorelle

Della scena e della rima,

Emigranti ad altro clima

 

Senza aver mai visto agnelle.

 

(Rosalinde, Cidalise

Nel capriccio sol costanti,

Nemorini e tutti quanti,

 

Qual capriccio vi conquise?

Qual promessa di chimera

V'ha imbarcato per Citera?

 

Bimbe e bimbi, ancora alunni

Dell'amor, vi dico questo:

Come presto, come presto

 

Qui galoppano gli autunni!)

 

Chiedo a te, Venere: quando

Son discese alle tue rive

Le galanti comitive,

 

Salutarono esultando

Questi monti aridi ed irti,

Senza rose e senza mirti?

 

Qui le danze inghirlandate

Hai tu visto e i dolci idilli?

Hai udito d'Amarilli

 

Barcarole e serenate?

 

Non a te, che sulle calve

Roccie stai, perfido spettro,

Fra i rottami del tuo scettro,

 

Non a te dicono salve

I nepoti qui rimasti

Dei pirati iconoclasti,

 

E non qui nel tuo squallore

Vengon l'anime defunte,

Che da te furon congiunte

 

Nel dittongo dell'amore.

 

Cerigo.

 

(da "Tutte le poesie", Cappelli, Bologna 1974, pp. 221-223)

 

 

Antoine Watteau, "The Italian Commedians"
(da questa pagina Web)