Se esiste un poeta che può essere definito "scapigliato" più di ogni altro, costui è senz'altro Emilio Praga (Gorla 1839 - Milano 1875). La sua vita non fu fortunata, ma certo fu egli stesso a complicarsela ancora di più, fin dal momento che - aveva soltanto venticinque anni - perse il facoltoso genitore, trovandosi poi ad affrontare una situazione economica familiare decisamente precaria. L'anno dopo ottenne un prestigioso posto come professore di letteratura poetica al Regio Conservatorio di musica a Milano, ma non si dimostrò all'altezza del ruolo, un po' per suoi demeriti e un po' per il clima ostile che lo circondava. Seguì un periodo di totale decadenza, che lo vide separarsi dalla moglie e cadere sempre di più nei vizi (alcool e droga) che contribuirono significativamente alla sua precoce scomparsa. Maledettismo, anticlericalismo, anarchismo, tendenza verso temi audaci e provocatori, insofferenza verso le opere del Manzoni e non convincenti tentativi di poesia realista sono alcune delle peculiarità che caratterizzano di più i suoi versi, a partire dalla prima raccolta, che già dal titolo mostra una vicinanza con la pittura; in effetti Praga fu, prima che poeta, pittore, esponendo ventenne i suoi quadri all'Accademia di Brera. Ebbe il merito di innovare la poesia italiana, ancora legata alle tematiche del Romanticismo, introducendo nuove tendenze provenienti da paesi europei come Francia e Germania (può definirsi un seguace di Charles Baudelaire). Sinceramente non ho mai amato particolarmente le liriche di Praga, pur riconoscendogli dei meriti riconducibili, per l'appunto, ad aver contribuito alla nascita di una "nuova" poesia italiana. Se dovessi scegliere il meglio dei suoi versi, punterei su quelli che tendono ad una certa malinconia, magari suscitata dai ricordi dell'infanzia; notevoli ritengo anche i Paesaggi della raccolta Fiabe e leggende, che in parte mi pare anticipino alcuni temi successivamente trattati in modo egregio da un altro poeta scapigliato: Giovanni Camerana. Ecco infine l'elenco delle opere poetiche del Praga e quattro suoi componimenti in versi.
Opere poetiche
"Tavolozza", Libreria di Gaetano Brigola, Milano 1862.
"Penombre", Casa Editrice degli Autori-Editori, Milano 1964.
"Fiabe e leggende", Casa Editrice degli Autori-Editori, Milano 1967.
"Trasparenze. Fantasma", Francesco Casanova Libraio-Editore, Torino 1878.
"Poesie", Treves, Milano 1922.
Testi
SUICIDIO
Oh tesor negli scrigni giacenti,
oh dovizie all'azzardo diffuse,
e cui spesso sbadata profuse
una man che ignorava il dolor!
Oh metallo alle belle indolenti
tramutato in tessuti e in gioielli,
mentre intorno mieteva fratelli
la miseria suffusa d'onor!
Ecco un cadavere
d'adolescente;
guardate, è un pallido
volto soffrente:
vi brillò un'anima
fervida, pura...
la spense il turbine
della sciagura.
Artista, e povero,
lottò sperando,
fioria già il lauro
sognato, quando,
svaniti i fascini
ad uno, ad uno,
alla sua soglia
picchiò il digiuno...
Si spense... - O martire!
riposa in pace;
presso il tuo feretro
non splende face,
ricusa il tempio
questa tua salma,
che importa? al carcere
sfuggita è l'alma! -
Addio pennelli, tavolozza addio
sacra all'oblio!
É morto il giovinetto,
che al vostro fido aspetto
gloria sognò, sognò giorni felici!
Addio corse alle selve, alle pendici
ispiratrici,
addio dell'arte amori
coronati di fiori:
siete larve abbaglianti e ingannatrici!
O fuggito alle infamie del mondo,
vola, vola, ti bea nel sereno,
coraggioso, che il calice pieno
hai gettato alle spine del suol!
Or, dal cielo, tu, artista giocondo,
alle tele incompiute sorridi,
e dell'arte degli uomini ridi,
dipingendo coi raggi del sol!
(da "Tavolozza", Libreria di Gaetano Brigola, Milano 1862, pp. 91-94)
ALL'AMICO
Quando era colma l'anima
di affetti e di armonie,
ho prodigato al lastrico
le esuberanze mie;
e tracannai, beffandoli,
vini di insulse ebrezze,
e dispersi carezze
che ricordar non so.
Ma non mi infanghi il plauso
dell'ebete orgoglioso
che urtai, fra gonne e calici,
nel suo cammin famoso;
se nei caffè sbadiglia
d'arte, per noia e moda,
che il nome mio non s'oda,
o ch'ei lo insulti io vo'!
L'insulto e la calunnia,
sposati in un sorriso,
non turberan, scontrandola,
l'ironia del mio viso;
nell'orgia e nella nebbia
fui di un mio sogno in traccia,
né ho mai guardato in faccia
i corpi intorno a me.
Tu, biondo e malinconico
compagno di visioni,
cui palpitando mormoro
le torbide canzoni,
tu sai le mie battaglie,
le mie superbie sai,
e presto mi vedrai
venir ridendo a te;
e dirti: il ciuco e il ninnolo,
il masso e la beghina,
son scesi a conciliabolo,
una bella mattina,
e han giurata impossibile,
in nome del buon senso,
la cara arte ch'io penso
quella che pensi tu.
Arrigo, e alla materia
e all'azzurro inneggiando,
le sordità del prossimo
ritenterem, cantando,
forse profeti inutili,
ma lieti, in santa guerra,
gli aromi della terra,
gli effluvii di lassù!
(da "Penombre", Casa Editrice degli Autori-Editori, Milano 1964, pp. 59-60)
Da "PAESAGGI"
VII
Il castello, immobil macchia,
Cosa informe e minacciosa,
Trafiggea co' suoi pinacoli
L'ampia bruma nebulosa;
Dalle gotiche - compagini
Piante esotiche - a cui garba
Por sui muri un po' di barba,
Scomponean lo stil corretto
Di un pregievole architetto.
E lontan, lontano, all'ultimo
Fil di cielo, un guizzo strano
Segnalava, incerto e rapido,
Qualche nomade uragano.
Le finestre illuminavansi,
Argentavansi - le mura;
Poi, nell'aria opaca e oscura,
Riappariva ancor più tetro
Il castel, come uno spetro.
Da sospir, da supplichevoli
Gridi invasi erano i campi;
Forse arcane metamorfosi
Accadean sotto quei lampi...
Larve pallide - sfuggevoli
Per le squallide - vallée
Parean Strigi, o parean Dee;
Al mio piè, filando bava,
Una biscia strisciava.
Le ninfèe si arrovesciavano
Come vergini tentate;
Un ronzìo d'ali invisibili
Le avea certo ridestate.
Di languore, di bisbiglio,
Di scompiglio - ebro, pagano,
Si coprìa l'immenso piano...
Era un coro a voci uguali,
E cantavano «Sponsali».
(da "Fiabe e leggende", 2° edizione, F. Casanova, Torino 1884, pp. 150-152)
IN PACE
Amo sedermi, quando spunta il sole,
tra queste blande aiuole,
nel silenzio infinito,
nella pace profonda
che il buio orbe circonda.
Le perle di rugiada in grembo ai fiori,
al par dei nostri amori,
dileguano piangendo;
e ogni calice olezza
al par di una carezza.
Amo la calma ascensïon di luce
sulla montagna truce;
il primo alito lieve
che vien dalla vallea,
bacio, sospir di Dea.
Amo laggiù fra le tremule foglie
la nebbia che si scioglie,
candida illusïone;
amo il bruco che primo
fa capolin dal limo.
Amo i rabeschi delle lumachelle
che van sotto le stelle
geografi notturni...
Spesso in quei solchi tersi
trovo le rime ai versi;
trovo le rime e le idee peregrine
che peli bianchi al crine
accrescon di taluni...
mercede unica e pia
che la musa mi dia!
(da "Trasparenze. Fantasma", Francesco Casanova Libraio-Editore, Torino 1878, pp. 25-26)
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