domenica 14 giugno 2026

Il calcio in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Il primo ricordo che ho del calcio - avevo quattro anni - è una bandiera improvvisata dell'Italia, disegnata su un foglio di carta da mio zio, appiccicata con lo scotch ad un bastoncino di legno. Lo zio me la regalò e mi disse di andare fuori (mi trovavo in casa dei nonni) e di sventolare quella piccola bandiera con gioia e fierezza, perché la Nazionale Italiana di Calcio aveva battuto la Germania Ovest ai Mondiali, e gli rimaneva soltanto la gara finale col Brasile per vincere il torneo più prestigioso del mondo; era il 1970. Negli anni successivi il calcio trovò sempre più spazio nei miei interessi ed anche nei miei giochi coi compagni d'allora: iniziai ad acquistare le figurine della Panini di Modena, e il relativo album; ebbi in regalo più palloni che non sempre erano idonei alle partite di calcio, ma sempre e comunque finivano per essere presi a calci; con gli amici cominciai ad organizzare "partitelle" in campi improvvisati o sul selciato dei cortili più spaziosi che riuscivamo ad individuare nei dintorni delle nostre abitazioni; con grande sorpresa e soddisfazione, la sera di una vigilia di Natale mi fu regalato un biliardino, e così il calcio entrò anche in casa mia (ma in realtà vi era già entrato, perché tramite la Tv, insieme a mio padre già seguivo le trasmissioni calcistiche più famose di allora: 90° minuto e La Domenica Sportiva). Poi, per un periodo durato circa tre anni, mi allontanai dal calcio, come se ne avessi fatto indigestione. Durante l'adolescenza tornai a seguire lo sport più popolare d'Italia, ed esultai insieme ai miei genitori la sera dell'undici luglio 1982, quando la Nazionale Italiana si impose ai Mondiali disputati in Spagna. A quei tempi ancora mi succedeva di giocare a pallone, quasi esclusivamente a scuola, nelle ore di educazione fisica, quando un certo maestro di ginnastica ci consegnava un pallone dicendoci: «Prendete, e andate a farvi una partitella in cortile»; la maggior parte di noi, allora studenti liceali, acconsentivano all'invito, e cominciava così una divertente pausa di circa un'ora, in cui si provava a tornare bambini e a giocare con un entusiasmo puerile, già quasi dimenticato. Poi gli anni trascorsero velocemente, ed io seguii il calcio a fasi alterne; tutt'ora lo seguo, ma in modo decisamente moderato. Parlando di poesia, credo che se si può individuare in questo sport, va cercata nel versante ludico, del puro divertimento; tutto ciò lo trovo come al solito negli anni dell'infanzia, quando il tifo - almeno per me - era qualcosa di esclusivamente gioioso: non c'era alcun odio per gli avversari; i calciatori con le loro maglie colorate così come le società calcistiche, facevano parte di un gioco meraviglioso, e pur avendo particolarmente a cuore una solo team, ricordo che mi piaceva tutto dello sport chiamato "calcio".    



IL CALCIO IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO



ALLEGORIA DEL CALCIO

di Vittorio Emanuele Bravetta (1889-1965)


Volubile globo, sospinto,

respinto, conteso a gran furia

da catapulte viventi,

tu, gonfio di folli entusiasmi,

rifiuti, sprezzante, se puoi

le braccia protese a divieto

e, sfrombolando, trasvoli

finché nella rete agognata

t'impigli e la chiami fortuna.

Strana vicenda, la tua,

di prigioniero felice

e ti saluta la folla

con alti clamori, impazzita:


sarebbe questa la Vita?


(da "Il sole dorme", Rebellato, Cittadella Veneta 1962, p. 68)





GIOCO DEL CALCIO

di Nicola Ghiglione (1915-1990)


                                                                  ad un portiere

Hai più sentito nella presa

di un pallone il senso oscuro

della vita la vittoria che

geme sul salterio di un

prato che fu verde? Allora

era provincia.

Ora sei ricco più di quanto d'oro

non ti riversa la palla sulla traversa

e il cuore degli ultras è rischio

di rovina, l'esplosione che uccide.


[da "Finestre. Poesie edite e inedite (1939-1968)", De Ferrari, Genova 1991, p. 249]





DOPO UNA PARTITA DI CALCIO

di Carlo Martini (1908-1978)


Tutto fu vano. Affranti i giocatori

lasciano il campo a capo chino e lenti:

era, questa, partita decisiva.

Il gonfalone, come vinta vela,

s'affloscia a terra.

                             Già cala la sera

sullo stadio arruffato di giornali

con i rapidi «eroi» della domenica.

Un freddo vento questa ormai inutile

carta mulina in sconsolati vortici.

Qualcuno piange. Qualcuno che fu

per tutta l'ora un urlo di passione

nello stadio incendiato dall'amore.

È la speranza che, finita in nulla,

posa cenere al cuore ammutolito.


(da "Poesie", Mursia, Milano 1961, p. 137)





TARDELLI

di Roberto Mussapi


Le ombre dei pipistrelli abbacinati

dai fari, in alto, qui nel cristallo della luce

verde la rete perforata,

come se un gelo più grande di ogni grido

protraesse il già stato, fissandolo per sempre

mentre l'occhio guardava oltre le carni

in un punto preciso, sulla terra:

senza contatto, come senza erano 

i corpi trapassati da quello sguardo:

mentre le forze nel fango hanno incontrato

il destino, e il dettato riempie l'esatta forma:

e una solitudine strana

oltre le prime barriere, oltre le gradinate

si perdeva negli occhi mentre l'esecuzione

feroce traboccava negli altri

e una ragione antica feriva i ginocchi,

piegati sull'erba elettrica, in ginocchio

sulla terra, il giorno e la sera resterà verde

non pioverà, e non ci saranno bambini sulle

tribune, le loro bocche, i loro occhi facili

al pianto prosciugati dal sole in una gola,

mentre il tempo acquatico non attendeva il fischietto

non attendeva il ritorno, immobile nel grido nel

deserto verde nel mistero degli occhi in quella

linea oltre i corpi, come se dalla ferita

della fronte gli occhi

riverberassero nel mare e in un grande

silenzio il sangue si tuffasse

nella luce, mentre il grumo dell'anima

ringhiava, "Non ho parlato con voi e con

nessuno, qualcosa ho dato", e la mente

già lacerata nel grido, lontano, come in un

                                                   tabernacolo

della battaglia trovasse

oltre gli spalti, la propria pace.


                                                                       11 luglio 1982


(da "Poesie", I Quaderni del Battello Ebbro", Porretta Terme 1993, pp. 54-55)





ALLO STADIO ANDAVAMO PRESTO

di Giovanni Raboni (1932-2004)


Allo stadio andavamo presto, 

non volevamo perdere 

la partita prima della partita. 

In campo, uguali da confonderli 

a dei giocatori veri, i ragazzi 

delle squadre chiamate primavera. 

Guardarli era una pura meraviglia. 

Forse perché correvano sul prato 

con furibonda leggerezza 

come se fosse, quello che facevano, 

davvero un gioco – o forse 

perché l’altra cosa, la vera, 

doveva ancora cominciare, 

era ancora tutto davanti a noi 

con le sue ombre sanguinose, 

con il suo cupo carico di gloria.


(da "Tutte le poesie 1919-2004", Einaudi, Torino 2024, parte seconda, p. 141)





FOOTBALL

di Vito Riviello (1933-2009)


Quante volte all’imbrunire

abbiamo creduto che la rondine

fosse il gol temibile in zona Cesarini,

la freccia scagliata dall’asso

in dribbling appassionato,

sogna ed avanza, avanza

e sogna il portiere in aria,

poi lascia partire un tiro

dalla criniera dell’erba

ch’è il volo di ritorno in Africa.


(da "Tutte le poesie", La Sapienza, Roma 2019, p. 177)





STORIA DI UN PALLONE

di Gianni Rodari (1920-1980)


Caduto nel fossato,

un anziano pallone

narrava al vicinato

(la rana, il gamberone)


le sue passate gesta,

quando, ad ogni partita

era il re della festa,

tra una folla impazzita.


- Migliaia d'occhi umani

guardavano me solo!

E quanti battimani,

che grida, ad ogni volo!


Elastico balzavo

Da un giocatore all'altro,

sfuggivo anche al più bravo,

ingannavo il più scaltro.


Correvo per il campo

(che sia, voi lo sapete...)

rapido come il lampo

guizzavo nella rete:


allora nello stadio

scoppiava il finimondo.

Io riprendevo subito

L'allegro girotondo...


- Capisco, eri un campione, -

fece un ranocchio, - ma,

scusa l'indiscrezione,

come finisti qua?


Strappato, il poveretto,

ai suoi sogni di gloria,

rimase un po' interdetto,

poi… narrò un'altra storia:


- La vita ogni domenica

ben dura mi rendevano:

ventidue giocatori

a calci mi prendevano...


(da "Filastrocche per tutto l'anno", Einaudi, Torino 2011, pp. 130-131)





POSSO IGNORARE IL GIOCATORE DI CALCIO...

di Roberto Roversi (1923-2012)


Posso ignorare il giocatore di calcio come lui

ignora me – e la sua maglia o palla

che sibila sull’archetto del violino da porta a porta.

È ilare il silenzio quando il sole cade ruotando

sullo stadio delle giovani iene e disperde farfalle

farfalle bianche fra le gambe dei soldati assiepati.

Il silenzio percuote gli occhi di uno di questi che vuole le cose

grida, la voce impaziente non promette niente di buono

il giocatore di calcio con la palla al piede scatta

la clessidra stabilisce la fine della partita

tu solo, demone, tu solo specchio dell’inerme vulcano

approfitti del tramonto per chiudere il combattimento

inseguito da voci di trombe lunghe e bandiere.

Il libro della memoria aspetta la sua ora. Ma è

già compiuto, dicono.


(da "La partita di calcio", Pironti, Napoli 2001, p. 26)





GOAL

di Umberto Saba (Umberto Poli, 1883-1957)


Il portiere caduto alla difesa

ultima vana, contro terra cela

la faccia, a non veder l’amara luce.

Il compagno in ginocchio che l'induce

con parole e con mano, a rilevarsi,

scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

 

La folla – unita ebrezza – par trabocchi

nel campo. Intorno al vincitore stanno,

al suo collo si gettano i fratelli.

Pochi momenti come questo belli,

a quanti l’odio consuma e l’amore,

è dato, sotto il cielo, di vedere.

 

Presso la rete inviolata il portiere

– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,

con la persona vi è rimasto sola.

La sua gioia si fa una capriola,

si fa baci che manda di lontano.

Della festa – egli dice – anch’io son parte.


(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1988, p. 444)





DOMENICA SPORTIVA

di Vittorio Sereni (1913-1983)


Il verde è sommerso in neroazzurri.

Ma le zebre venute di Piemonte

sormontano riscosse a un hallalì

squillato dietro barriere di folla.

Ne fanno un reame bianconero.

La passione fiorisce fazzoletti

di colore sui petti delle donne.


Giro di meriggio canoro,

ti spezza un trillo estremo.

A porte chiuse sei silenzio d’echi

nella pioggia che tutto cancella.


(da "Frontiera. Diario d'Algeria", Guanda, Parma 2013, pp. 24-26)



da "Almanacco illustrato del calcio 1983", Edizioni Panini, Modena 1982, p. 398






domenica 7 giugno 2026

Case editrici: Zanichelli

 Fu fondata a Modena nel 1843 da Nicola Zanichelli (1819-1884), che proprio nella città emiliana, tre anni prima aveva aperto una libreria. Le prime pubblicazioni della casa editrice modenese non riguardarono la letteratura. Tutto cambiò invece a partire dal 1866, quando la sede della Zanichelli fu spostata a Bologna; la casa editrice infatti si stabilì esattamente nel luogo dove si trovava l'antica libreria «Marsigli e Rocchi», sotto i portici del Pavaglione; proprio lì, spesso, si recava il poeta Giosuè Carducci, e fu grazie a lui che quel posto finì per divenire uno dei centri dell'attività intellettuale bolognese più frequentati. Di lì a poco la Zanichelli cominciò a pubblicare le raccolte del poeta toscano; nel contempo nacquero collane eleganti e assai vendute, come la «Collana degli elzeviri», in cui furono inserite opere di Olindo Guerrini e di Gabriele D'Annunzio. Deceduto Nicola, furono i figli Giacomo (1850-1917) e Cesare (1861-1897) a dirigere la casa editrice Zanichelli, che crebbe in fama velocemente, allargando l'ambito delle pubblicazioni al settore scientifico e religioso. Buon ultimo fu inserito e lanciato il settore scolastico, con l'uscita di una serie di manuali, atlanti e dizionari che a tutt'oggi fanno della Zanichelli una delle case editrici italiane più importanti in assoluto.

Parlando di poesia, dopo Carducci e D'Annunzio anche il Pascoli cominciò a pubblicare alcune delle sue più stimate raccolte con la Zanichelli (si ricordano i Canti di Castelvecchio del 1903); ma nel frattempo la casa editrice poteva già vantare molti nomi emergenti e prestigiosi della poesia italiana che avevano pubblicato uno o più volumi con la Zanichelli o si accingevano a farlo; tra gli altri ci sono Enrico Panzacchi, Severino Ferrari, Rachele Botti Binda, Guido Mazzoni, Giovanni Alfredo Cesareo, Marino Marin, Giuseppe Albini, Alfredo Baccelli, Diego Garoglio, Antonio Della Porta, Pietro Mastri, Antonino Anile, Virgilio La Scola, Luisa Giaconi, Vittore Vittori, Cosimo Giorgieri Contri, Francesco Pastonchi, Domenico Tumiati, Luigi Orsini, Giuseppe Lipparini e tanti altri ancora.

Chiudo riportando tre poesie rispettivamente di Giosuè Carducci, Gabriele D'Annunzio e Giovanni Pascoli, che fanno parte di tre celebri raccolte pubblicate dalla Zanichelli.





RUIT HORA

di Giosuè Carducci (1835-1907)


O desiata verde solitudine

lungi al rumor de gli uomini!

qui due con noi divini amici vengono,

vino ed amore, o Lidia.


Deh, come ride nel cristallo nitido

Lieo, l’eterno giovine!

come ne gli occhi tuoi, fulgida Lidia,

trionfa amore e sbendasi!


Il sol traguarda basso ne la pergola,

e si rifrange roseo

nel mio bicchiere; aureo scintilla e tremola

fra le tue chiome, o Lidia.


Fra le tue nere chiome, o bianca Lidia,

langue una rosa pallida;

e una dolce a me in cuor tristezza súbita

tempra d’amor gl’incendii.


Dimmi: perché sotto il fiammante vespero

misterïosi gemiti

manda il mare là giú? quai canti, o Lidia,

fra lor quei pini cantano?


Vedi con che desío quei colli tendono

le braccia al sole occiduo:

cresce l’ombra e li fascia: ei par che chiedano

il bacio ultimo, o Lidia.


Io chiedo i baci tuoi, se l’ombra avvolgemi,

Lieo, dator di gioia:

io chiedo gli occhi tuoi, fulgida Lidia,

se Iperïon precipita.


E precipita l’ora. O bocca rosea,

schiuditi: o fior de l’anima,

o fior del desiderio, apri i tuoi calici:

o care braccia, apritevi.


(da "Odi barbare", Zanichelli, Bologna 1877, pp. 45-47)





IN UN MATTINO DI PRIMAVERA

di Gabriele D'Annunzio (1863-1938)


Era il mattino. Un grave sopore teneva la donna

   misera; su'l guanciale pallido men di lei.


Fredda, composta, immota, parea profondata nel sonno

   ultimo, ne la pace ultima, su la bara.


Alito non s'udiva. Parea che le labbra premute

   fossero da la Morte, tanto eran chiuse e pure.


— Non ti destare, non ti destare — pregai nel segreto

   cuore — se vuoi ch'io t'ami! Sieno per sempre chiuse


queste tue labbra; e ancora, ancora saranno divine.

   Ritroverò per queste labbra i sovrani baci.


Ritroverò la mia più lenta carezza per questa

   fronte che amai, per queste gote che amai, per queste


pàlpebre al fin su 'l tuo dolce insostenibile sguardo

   chiuse; e per queste chiuse labbra i sovrani baci!


(da "Elegie romane", Zanichelli, Bologna 1892, pp. 89-90)





IN VIAGGIO

di Giovanni Pascoli (1855-1912)


Si ferma, e già fischia, ed insieme,

tra il ferreo strepito del treno,

si sente una squilla che geme,

là da un paesello sereno,

paesello lungo la via:

                Ave Maria...


Un poco, tra l’ansia crescente

della nera vaporïera,

l’addio della sera si sente

seguire come una preghiera,

seguire il treno che s’avvia:

                Ave Maria...


E, come se voglia e non voglia,

il treno nel partir vacilla:

quel suono ci chiama alla soglia

e alla lampada che brilla,

nella casa, ch’è una badia:

                Ave Maria...


Il padre a quel suono rincasa

facendo un passo ad ogni tocco;

e subito all’uscio di casa

trova il visino del suo cocco,

del più piccino che ci sia...

                Ave Maria...


Si chiude, la casa; e s’appanna

d’un tratto il vocerìo che c’è;

si chiude, ristringe, accapanna,

per parlare tra sé e sé:

e saluta la compagnia...

                Ave Maria...


O tinta d’un lieve rossore,

casina che sorridi al sole!

per noi c’è la notte con l’ore

lunghe lunghe, con l’ore sole,

con l’ore di malinconia...

                Ave Maria...


Il treno già vola e ci porta,

sbuffando l’alito di fuoco;

e ancora nell’aria più smorta

ci giunge quell’addio più fioco,

dal paese che fugge via:

                Ave Maria...


E cessa. Ma uno che vuole

velar gli occhi, pensar lontano,

tra gemiti e strilli e parole,

tra il frastuono or tremolo or piano,

ode il suono che non s’oblia:

                Ave Maria...


Con l’uomo che va nella notte,

tra gli aspri urli, i lunghi racconti

del treno che corre per grotte

di monti, sopra lenti ponti,

vien nell’ombrìa la voce pia:

                Ave Maria...


(da "Canti di Castelvecchio", Zanichelli, Bologna 1905, pp. 129-131)

martedì 2 giugno 2026

Una poesia e una canzone per il 2 giugno

 In occasione dell'ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana, ho deciso di pubblicare un post con i testi di una poesia e di una canzone. La poesia è di Vittorio Sereni, e fu scritta proprio in occasione dello storico referendum che sancì la nascita della Repubblica in Italia; fu pubblicata nella raccolta Gli strumenti umani, quasi venti anni dopo tale memorabile evento. La storia è il titolo di una canzone di Francesco De Gregori; apparve come 1° traccia di un disco a 33 giri del 1985 intitolato Scacchi e tarocchi, ed è ancor oggi considerata tra le migliori composizioni musicali del cantautore romano. Il testo vuole evidenziare l'importanza di ognuno di noi nel determinare la storia delle nazioni e delle comunità mondiali: siamo noi che, tramite il voto, decidiamo il futuro di una regione, di una nazione e perfino di un continente; siamo stati noi che, in un passato tremendo, abbiamo deciso di opporci ai tiranni, e di decretare la fine delle loro dittature, anche a costo di perdere la vita.

Ritengo sia sacrosanto festeggiare il giorno di oggi, perché rappresenta il punto più alto mai raggiunto dalla nostra nazione che, nel 2 giugno del 1946, diede la possibilità a tutti gli italiani (le donne votavano per la prima volta dalla nascita della nazione italiana) di scegliere tra due forme di governo atte a organizzare il potere statale: la Repubblica o la Monarchia. Come tutti sappiamo, i risultati proclamarono la vittoria della Repubblica e la conseguente messa in esilio della famiglia dei Savoia, ovvero dei monarchi che fino a quel giorno avevano detenuto un potere esecutivo centrale e ampie prerogative di controllo su quello legislativo, in virtù dello Statuto Albertino, la carta costituzionale concessa nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia e mantenuta fino a quel fatidico giorno. Sappiamo anche il motivo per cui gli italiani preferirono la Repubblica: determinante fu il comportamento passivo del re Vittorio Emanuele III in occasione della Marcia su Roma, avvenuta nell'ottobre del 1922, che segnò l'avvento del regime fascista in Italia. Ne conseguì un ventennio disgraziato, che comportò la fine di qualunque tipo di libertà, e culminò con l'entrata in guerra del nostro paese, alleatosi con la Germania nazista e con il Giappone contro la Francia, la Gran Bretagna e l'Unione Sovietica. Come finì tale conflitto lo sappiamo. Ebbene, come dicevo, è importantissimo festeggiare oggi la nascita della Repubblica Italiana nel suo ottantesimo anniversario, soprattutto se si pensa alla attuale situazione internazionale, contraddistinta da sciagurate politiche espansionistiche, da tiranni che dichiarano guerre senza un preciso perché, con conseguenti perdite umane - in particolare tra i civili - che non hanno alcun senso logico. Ritengo sia preoccupante anche l'attuale panorama europeo, dove ogni volta vi siano delle elezioni politiche, si constata l'avanzamento lento ma inesorabile di partiti d'estrema destra (in Germana, nel Regno Unito, nei paesi scandinavi ecc.); i paesi democratici europei e mondiali appaiono quindi in seria crisi. Tutto ciò non ha nulla di positivo, se si pensa a cosa portò in passato la nascita degli stati totalitari. Ho ascoltato diverse volte in Tv delle interviste ad autorevoli sociologi, politologi, storici e filosofi, che per la quasi totalità notavano dei cambiamenti drastici nel modo di pensare delle popolazioni di oggi: la democrazia spesso non è più considerata come qualcosa di fondamentale per governare un paese, anzi, sono in molti a pensare che sia una forma di potere superata; se ci fosse qualcosa di meglio, in giro, accetterei questo discorso, ma ciò che si paventa per il futuro, è una involuzione delle società, e un triste ritorno delle dittature. Il panorama quindi appare deprimente, ma spero di sbagliarmi: sono sempre state le generazioni più giovani a fare la storia, saranno loro quindi a decidere; non vi sono dubbi sul fatto che quest'ultime abbiano potuto usufruire e tutt'ora usufruiscono di strumenti di studio e d'informazione molto più ampi e validi rispetto alle precedenti, e che quindi non si lascino abbindolare da coloro che inneggiano alla tirannia come unica risoluzione ai tanti problemi che affliggono il mondo di oggi. Questo spero, che la democrazia stia solamente attraversando un periodo di crisi profonda, destinato comunque a terminare, e che il mondo prima o poi riprenda la strada tracciata dai vecchi saggi che hanno fatto la migliore storia recente, governando i maggiori paesi europei e mondiali per almeno ottant'anni, basandosi su regole che hanno come fondamento la democrazia, la libertà, la giustizia e la pace. Se non fosse così sarebbero guai per tutti. Buona Festa della Repubblica Italiana.



UNA POESIA E UNA CANZONE PER IL 2 GIUGNO



LA REPUBBLICA

di Vittorio Sereni (1913-1983)


                                                                                   giugno ‘46

Svetta ancora allo svolto la vecchia pianta

e improvvisa brulica al vento.

Lampi di caldo, presagi,

parvenze forse s’incarnano nell’intima bruma.

Ma nessuno

                   ne sa niente.


(da "Gli strumenti umani", quarta ristampa, Einaudi, Torino 1995, p. 8)





LA STORIA

di Francesco De Gregori


La storia siamo noi, nessuno si senta offeso;

Siamo noi questo prato di aghi sotto al cielo.

La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.

La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,

questo rumore che rompe il silenzio,

questo silenzio così duro da masticare.

E poi ti dicono: “Tutti sono uguali, 

Tutti rubano nella stessa maniera”

Ma è solo un modo per convincerti

A restare chiuso dentro casa quando viene la sera;

Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone

La storia entra dentro le stanze, le brucia,

la storia dà torto e dà ragione.

La storia siamo noi

Siamo noi che scriviamo le lettere

Siamo noi che abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere.

E poi la gente (Perché è la gente che fa la storia)

Quando si tratta di scegliere e di andare,

Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti

Che sanno benissimo cosa fare:

Quelli che hanno letto milioni di libri

E quelli che non sanno nemmeno parlare;

Ed è per questo che la storia dà i brividi,

Perché nessuno la può fermare.

La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,

Siamo noi, bella ciao, che partiamo

La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano.

La storia siamo noi, 

Siamo noi questo piatto di grano.




domenica 31 maggio 2026

"Appuntamento (1946-1967)" di Albino Pierro

 Nel 1967, l'editore Laterza, pubblicò una cospicua scelta antologica della produzione poetica in lingua italiana di Albino Pierro (Tursi 1916 - Roma 1995), poeta conosciuto e stimato soprattutto per le sue opere in versi dialettali. In questo volume, che s'intitola Appuntamento (1946-1967), è possibile fare la conoscenza di un buon poeta italiano, non inferiore ai più conosciuti contemporanei. La selezione qui presente, percorre tutta la fase temporale in cui Pierro si dedicò alla scrittura di versi in lingua italiana, partendo da Liriche (1946) e giungendo ad Agavi e sassi (1960); nell'ultima parte del libro si trovano anche alcune Poesie inedite scritte tra il 1960 ed il 1967. Leggendo questi versi, si percepisce come Pierro possa essere inserito nelle correnti e nelle scuole antiermetiche, sviluppatesi nell'immediato secondo dopoguerra del Novecento; alcune liriche ricordano da vicino certa poesia neorealista, e, volendo fare dei nomi di poeti che gli somigliano, si potrebbero citare i corregionali Rocco Scotellaro e Giulio Stolfi, così come il lombardo Umberto Bellintani; c'è poi, in comune col friulano David Maria Turoldo, una sentita e schietta religiosità, così come la consapevolezza amara di vivere in una società spietata, del tutto estranea ai buoni sentimenti che scaturiscono dai cari ricordi e dagli affetti; minori elementi comuni sono identificabili con un altro celebre conterraneo di Pierro: Leonardo Sinisgalli.

Chiudo riportando tre poesie italiane di Albino Pierro, tratte da questo libro che è divenuto per me assai prezioso, poiché grazie ad esso, finalmente, ho scoperto un poeta d'indubbio valore, che merita di essere ricordato maggiormente. I versi sono preceduti da un elenco delle opere poetiche in lingua italiana dello scrittore tursitano. 

 

 

Opere poetiche

 

"Liriche", Palatina, Roma 1946.

"Nuove Liriche", Danesi in via Margutta, Roma 1949

"Mia madre passava", Fratelli Palombi, Roma 1956

"Il transito del vento", Dell'Arco, Roma 1957

"Poesie", Roma, 1958

"Il mio villaggio", Cappelli, Bologna 1959

"Agavi e Sassi", Dell'Arco, Roma 1960

"Appuntamento (1946-1967)", Editori Laterza, Bari 1967.

 



 

Testi

 


A SERA

 

Neri tetti,

cielo diafano:

sillabe prime della dolce sera.

 

All'orizzonte,

qua e là i villaggi come a scatti erompono

dalle tenebre:

bianche luminarie.

 

Un cipresso laggiù sembra un gigante

misterioso ch'è prossimo al cammino

disperato fra gli astri.

 

E un brivido mi assale

al ricordo di te che sei lontana.

 

(da "Appuntamento", Laterza, Bari 1967, p. 27)

 

 

 

 

OGGI

 

Non si ha più il tempo di pensare

a ciò che fu nostro:

lacrime sogni speranze

ansie dolori gioie,

non sono più la magìa

non sono più la poesia.

 

C'è una sola ebbrezza che ci possiede:

l'ebbrezza del fare,

che rifugge dalle scorie ingombranti;

è come se brandissimo un'ascia

per fare giustizia dei trucioli

destinati al tribunale del fuoco.

 

Questo mondo,

non è che una pista di lancio:

occorre attraversarlo in fretta

con occhi bene aperti,

e senza un tremito nelle ciglia,

questo mondo:

la saetta si scarica decisa

nel punto giusto da colpire.

 

Corpi, solo corpi, sempre corpi,

ecco la nuova magìa;

avere, sempre avere e accumulare,

o soltanto avere senza accumulare,

questa la poesia.

 

Non si ha più il tempo di volgersi al cielo stellato:

son cose queste da monaci di clausura,

da carrettieri che cantano e guardano in alto

per non cadere nel sonno.

Via, tutte queste cianfrusaglie da perdigiorno,

da malati gravi di ospedale:

la vita è moto,

è un tirar dritto alla meta,

palla di moschetto.

 

L'uomo

non sa più volgersi intorno

alla ricerca di un palpito di vita nascosta;

passa, cieco, e va oltre,

mentre gli occhi tristi di una bambina

che si stringe a una bambola

fra le cupe rovine della sua casa,

lo seguono, e lo vedono sparire,

come un personaggio vestito di ferro

d'una favola dimenticata.

 

(da "Appuntamento", Laterza, Bari 1967, pp. 63-64)

 

 

 

 

IL CONTADINO E LA MORTE

 

Un contadino del mio paese

bussò una sera alla mia porta;

voleva che gli spiegassi

il mistero della morte.

E ci sedemmo al fuoco,

ma prima d'incominciare

udimmo che il vento fischiava.

 

«Ditemi, signorino,

dove vanno le anime dei morti?

Può esserci un luogo così grande?»

e i suoi occhi erano assorti.

 

Non risposi.

Guardavo la fiamma che scoppiettava;

pensavo all'infinito dolore

e al nostro piccolo cuore.

 

(da "Appuntamento", Laterza, Bari 1967, p. 116)

domenica 24 maggio 2026

La poesia di Roberto Roversi

 Sentii parlare di Roberto Roversi (Bologna 1923 - ivi 2012) ancor prima di appassionarmi alla poesia; in quel periodo avevo un'altra passione: la cosiddetta "canzone d'autore", e in particolare mi piacevano i dischi dei cantautori italiani più attivi e conosciuti nel ventennio compreso - all'incirca - tra il 1960 e il 1980. L'opportunità di venire a conoscenza di Roversi "paroliere", arrivò grazie ad un messaggio pubblicitario (non ricordo più quale) spesso trasmesso in quel periodo temporale, in cui veniva riproposto un frammento di una canzone di Lucio Dalla, scritta dal cantautore bolognese insieme a Roberto Roversi (s'intitolava Il motore del 2000). A seguito del successo che ebbe questo spot pubblicitario, uscì un disco che riproponeva alcune canzoni dei tre long playing di Dalla usciti tra il 1973 e il 1976, che videro una stretta collaborazione tra i due artisti felsinei: Roversi scriveva i testi e Dalla le musiche delle canzoni. Per me fu un'autentica scoperta, e rimasi particolarmente ben impressionato soprattutto dai primi due dischi, che oggi come allora considero dei veri e propri capolavori della musica pop italiana. Negli anni successivi, al tempo in cui già avevo cominciato a collezionare libri di versi, riuscii a leggere poche poesie di Roversi, presenti su alcune antologie in quel periodo acquistabili nelle librerie di Roma. Le sue raccolte, come i lettori più preparati sanno, non erano più in commercio dal 1965 (in quell'anno uscì la seconda edizione di Dopo Campoformio), per decisione dello stesso poeta, che da quel momento, in polemica con il mondo dell'editoria, preferì ciclostilare in proprio i suoi libri e donarli sia agli amici che ai conoscenti più stretti. Soltanto dopo il 2000 è ricominciato a circolare qualche volume poetico di Roversi¹, anche se a mio avviso, sarebbe giunto il momento di pubblicarne l'intera sua opera in versi.

Malgrado la laurea in filosofia, la passione per la poesia fu, per Roversi, preponderante su tutte le altre; ne sono testimonianza i numerosissimi versi che scrisse a partire dalla primissima gioventù (pubblicò la sua prima raccolta quando aveva appena diciannove anni). Determinante fu, per lui, la conoscenza di intellettuali e poeti italiani come Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini; con loro fondò, nel 1959, una delle riviste più importanti del Novecento italiano: «Officina»; successivamente fondò e diresse un'altra rivista: «Rendiconti».

La poesia di Roversi, a partire dalla metà degli anni '60 del XX secolo, cominciò a percorrere una linea che mai più abbandonerà; in aperta polemica e in contrasto, sia con l'ideologia che dominava nei paesi occidentali, sia con la derivante società consumistica travolgente e distruttrice di qualsiasi valore, il poeta bolognese continuò a scrivere e pubblicare versi su riviste e in raccolte (quest'ultime, come ho già detto, furono diverse volte ciclostilate a proprie spese e distribuite gratuitamente soltanto agli amici), che mostrano una presa di posizione ben definita e incrollabile. Da una apocalisse paventata dal poeta a causa di una disumanità sempre più tangibile, riescono a salvarsi soltanto in pochi: persone che non hanno mai smesso di sperare in una società "diversa", dove prevalgano la solidarietà e la fratellanza. Aggiungo che, a mio avviso, sarebbero da rileggere e rivalutare anche le poesie "intimiste" di Roversi - non sono molte in verità - in cui si parla solo e soltanto di sentimenti e di emozioni personali; parlo in particolar modo della prima raccolta intitolata semplicemente Poesie, e di altri versi sparsi e spersi in svariate riviste, a partire dalla metà del Novecento fino ai prima anni del XXI secolo. È stato sempre molto difficoltoso, per me, reperire le opere poetiche di Roberto Roversi; per fortuna oggi è possibile leggere tutte le poesie dello scrittore bolognese sul sito www.robertoroversi.it; da quest'ultimo ho tratto i testi che riporto dopo l'elenco dei suoi volumi di versi.


Roberto Roversi



Opere poetiche


"Poesie", Landi, Bologna 1942.

"Rime", Landi, Bologna 1943.

"Poesie per l'amatore di stampe", Sciascia, Caltanissetta 1954.

"Dopo Campoformio", Feltrinelli, Milano 1962 (2° ed. Einaudi, Torino 1965)

"Descrizioni in atto", Bologna 1969 (2° ed. Coop. Modem, Bologna 1990)

"Trentuno poesie di Ulisse dentro al cavallo di legno", Ribichini, Castelplanio 1981.

"L'Italia sepolta sotto la neve", Il girasole, Valverde 1989 (2° ed. AER edizioni, Bologna 2010).

"Il Libro Paradiso", Lacaita, Manduria 1993.

"25 poesie autografe", La Città del Sole, Torino 1996.

"La partita di calcio", Pironti, Napoli 2001.

"Tre poesie e alcune prose", Sossella, Roma 2008.

"Per impervi sentieri", Bohumil, Bologna 2008.




Testi


OH FOSSI INFINITAMENTE LONTANO

 

Oh fossi infinitamente lontano,

oltre le foreste e i monti

più ancora dei boschi e dei prati felici,

e la morte non fosse che un vano pensiero

e non ruggisse la vita come un grande fiume!

Ma ora nei prati discende la sera

e tutto reclina e posa:

la fresca luce dilegua lontana

e profonda quiete avvolge la terra.

È il tempo doloroso degli affanni,

dei disperati pensieri, quando i morti

ritornano ai vivi con i volti

bagnati dalle tenebre

(e le fanciulle hanno i capelli

biondi di grano sul pallino viso).

Oh fossi allora lontano

più ancora dei mari e dei boschi,

in altre terre, dove le voci ignote

nel silenzio dei monti si smarrissero!


(dal sito http://www.robertoroversi.it/)





PERIFERIA

 

È un deserto con croci dune

pietre annerite,

con logore bandiere ai davanzali.

Un fiume iroso

scorre, sporco di nebbia e nubi;

sulla riva carri capovolti, mucchi

di sassi, di terriccio, ferri

arrugginiti, topi.

Fra l’erba

esili bambini senza voce

hanno il cielo negli occhi

e l’arcobaleno d’aprile

(così a volte il cuore

splende per una grande speranza).

Oh temporali di primavera!

Un fiume vecchio come il tempo,

le case bianche, enormi;

la miseria rode queste strade;

il vento scuote i tendoni delle osterie,

trascina la carta per i viottoli.

In una pozza

tre ragazzi varano una barca;

ha lo stendardo nero, da pirata.


(dal sito http://www.robertoroversi.it/)





Da TRENTUNO POESIE DI ULISSE DENTRO AL CAVALLO DI LEGNO


28. 

C’era

un uomo con tre agnelli.

C’era una donna con tre ciambelle.

C’era un uomo con tre coltelli.

C’era una vecchia con tre pani.

C’era una ragazza in compagnia dei nani.

C’era un sogno da poco sognato

con dentro l’ombra di un impiccato

raccolto in un ombrello rovesciato.

C’è anche lassù nella luna

dentro lo scafandro

qualcuno che balla volando.

È affranto ma non può ritornare.


(dal sito http://www.robertoroversi.it/)




NOTE

1) Il primo libro di versi che riuscii a trovare in una libreria fu La partita di calcio, Pironti, Napoli 2001.