domenica 1 novembre 2026

La poesia di Emilio Praga

 Se esiste un poeta che può essere definito "scapigliato" più di ogni altro, costui è senz'altro Emilio Praga (Gorla 1839 - Milano 1875). La sua vita non fu fortunata, ma certo fu egli stesso a complicarsela ancora di più, fin dal momento che - aveva soltanto venticinque anni - perse il facoltoso genitore, trovandosi poi ad affrontare una situazione economica familiare decisamente precaria. L'anno dopo ottenne un prestigioso posto come professore di letteratura poetica al Regio Conservatorio di musica a Milano, ma non si dimostrò all'altezza del ruolo, un po' per suoi demeriti e un po' per il clima ostile che lo circondava. Seguì un periodo di totale decadenza, che lo vide separarsi dalla moglie e cadere sempre di più nei vizi (alcool e droga) che contribuirono significativamente alla sua precoce scomparsa. Maledettismo, anticlericalismo, anarchismo, tendenza verso temi audaci e provocatori, insofferenza verso le opere del Manzoni e non convincenti tentativi di poesia realista sono alcune delle peculiarità che caratterizzano di più i suoi versi, a partire dalla prima raccolta, che già dal titolo mostra una vicinanza con la pittura; in effetti Praga fu, prima che poeta, pittore, esponendo ventenne i suoi quadri all'Accademia di Brera. Ebbe il merito di innovare la poesia italiana, ancora legata alle tematiche del Romanticismo, introducendo nuove tendenze provenienti da paesi europei come Francia e Germania (può definirsi un seguace di Charles Baudelaire). Sinceramente non ho mai amato particolarmente le liriche di Praga, pur riconoscendogli dei meriti riconducibili, per l'appunto, ad aver contribuito alla nascita di una "nuova" poesia italiana. Se dovessi scegliere il meglio dei suoi versi, punterei su quelli che tendono ad una certa malinconia, magari suscitata dai ricordi dell'infanzia; notevoli ritengo anche i Paesaggi della raccolta Fiabe e leggende, che in parte mi pare anticipino alcuni temi successivamente trattati in modo egregio da un altro poeta scapigliato: Giovanni Camerana. Ecco infine l'elenco delle opere poetiche del Praga e quattro suoi componimenti in versi.





Opere poetiche


"Tavolozza", Libreria di Gaetano Brigola, Milano 1862.

"Penombre", Casa Editrice degli Autori-Editori, Milano 1964.

"Fiabe e leggende", Casa Editrice degli Autori-Editori, Milano 1967.

"Trasparenze. Fantasma", Francesco Casanova Libraio-Editore, Torino 1878.

"Poesie", Treves, Milano 1922.




Testi


SUICIDIO


Oh tesor negli scrigni giacenti,

oh dovizie all'azzardo diffuse,

e cui spesso sbadata profuse

una man che ignorava il dolor!


Oh metallo alle belle indolenti

tramutato in tessuti e in gioielli,

mentre intorno mieteva fratelli

la miseria suffusa d'onor!


      Ecco un cadavere

      d'adolescente;

      guardate, è un pallido

      volto soffrente:

      vi brillò un'anima

      fervida, pura...

      la spense il turbine

      della sciagura.


      Artista, e povero,

      lottò sperando,

      fioria già il lauro

      sognato, quando,

      svaniti i fascini

      ad uno, ad uno,

      alla sua soglia

      picchiò il digiuno...


      Si spense... - O martire!

      riposa in pace;

      presso il tuo feretro

      non splende face,

      ricusa il tempio

      questa tua salma,

      che importa? al carcere

      sfuggita è l'alma! -


Addio pennelli, tavolozza addio

sacra all'oblio!

É morto il giovinetto,

che al vostro fido aspetto

gloria sognò, sognò giorni felici!

Addio corse alle selve, alle pendici

ispiratrici,

addio dell'arte amori

coronati di fiori:

siete larve abbaglianti e ingannatrici!


O fuggito alle infamie del mondo,

vola, vola, ti bea nel sereno,

coraggioso, che il calice pieno

hai gettato alle spine del suol!


Or, dal cielo, tu, artista giocondo,

alle tele incompiute sorridi,

e dell'arte degli uomini ridi,

dipingendo coi raggi del sol!


(da "Tavolozza", Libreria di Gaetano Brigola, Milano 1862, pp. 91-94)





ALL'AMICO


Quando era colma l'anima

di affetti e di armonie,

ho prodigato al lastrico

le esuberanze mie;

e tracannai, beffandoli,

vini di insulse ebrezze,

e dispersi carezze

che ricordar non so.


Ma non mi infanghi il plauso

dell'ebete orgoglioso

che urtai, fra gonne e calici,

nel suo cammin famoso;

se nei caffè sbadiglia

d'arte, per noia e moda,

che il nome mio non s'oda,

o ch'ei lo insulti io vo'!


L'insulto e la calunnia,

sposati in un sorriso,

non turberan, scontrandola,

l'ironia del mio viso;

nell'orgia e nella nebbia

fui di un mio sogno in traccia,

né ho mai guardato in faccia

i corpi intorno a me.


Tu, biondo e malinconico

compagno di visioni,

cui palpitando mormoro

le torbide canzoni,

tu sai le mie battaglie,

le mie superbie sai,

e presto mi vedrai

venir ridendo a te;


e dirti: il ciuco e il ninnolo,

il masso e la beghina,

son scesi a conciliabolo,

una bella mattina,

e han giurata impossibile,

in nome del buon senso,

la cara arte ch'io penso

quella che pensi tu.


Arrigo, e alla materia

e all'azzurro inneggiando,

le sordità del prossimo

ritenterem, cantando,

forse profeti inutili,

ma lieti, in santa guerra,

gli aromi della terra,

gli effluvii di lassù!


(da "Penombre", Casa Editrice degli Autori-Editori, Milano 1964, pp. 59-60)





Da "PAESAGGI"


VII

Il castello, immobil macchia,

Cosa informe e minacciosa,

Trafiggea co' suoi pinacoli

L'ampia bruma nebulosa;

Dalle gotiche - compagini

Piante esotiche - a cui garba

Por sui muri un po' di barba,

Scomponean lo stil corretto

Di un pregievole architetto.


E lontan, lontano, all'ultimo

Fil di cielo, un guizzo strano

Segnalava, incerto e rapido,

Qualche nomade uragano.

Le finestre illuminavansi,

Argentavansi - le mura;

Poi, nell'aria opaca e oscura,

Riappariva ancor più tetro

Il castel, come uno spetro.


Da sospir, da supplichevoli

Gridi invasi erano i campi;

Forse arcane metamorfosi

Accadean sotto quei lampi...

Larve pallide - sfuggevoli

Per le squallide - vallée

Parean Strigi, o parean Dee;

Al mio piè, filando bava,

Una biscia strisciava.


Le ninfèe si arrovesciavano

Come vergini tentate;

Un ronzìo d'ali invisibili

Le avea certo ridestate.

Di languore, di bisbiglio,

Di scompiglio - ebro, pagano,

Si coprìa l'immenso piano...

Era un coro a voci uguali,

E cantavano «Sponsali».


(da "Fiabe e leggende", 2° edizione, F. Casanova, Torino 1884, pp. 150-152) 





IN PACE


Amo sedermi, quando spunta il sole,

tra queste blande aiuole,

nel silenzio infinito,

nella pace profonda 

che il buio orbe circonda.


Le perle di rugiada in grembo ai fiori,

al par dei nostri amori,

dileguano piangendo;

e ogni calice olezza

al par di una carezza.


Amo la calma ascensïon di luce

sulla montagna truce;

il primo alito lieve

che vien dalla vallea,

bacio, sospir di Dea.


Amo laggiù fra le tremule foglie

la nebbia che si scioglie,

candida illusïone;

amo il bruco che primo

fa capolin dal limo.


Amo i rabeschi delle lumachelle

che van sotto le stelle

geografi notturni...

Spesso in quei solchi tersi

trovo le rime ai versi;


trovo le rime e le idee peregrine

che peli bianchi al crine

accrescon di taluni...

mercede unica e pia

che la musa mi dia!


(da "Trasparenze. Fantasma", Francesco Casanova Libraio-Editore, Torino 1878, pp. 25-26)

domenica 25 ottobre 2026

Antologie: "Annuario di poesia 2000"

 Annuario di poesia 2000 è il titolo di un'antologia che comperai nel periodo della mia vita in cui mi accadeva di frequentare alcune delle librerie più grandi situate nei quartieri centrali di Roma. Quando mi recavo in una di esse, appena entrato andavo subito a cercare il settore "poesia"; poi mi mettevo ad osservare attentamente tutti gli scaffali ivi presenti, sperando di rintracciare un nuovo volume coi versi dei poeti che a me più interessavano; finito ciò, cercavo qualche antologia uscita da poco, in cui fossero inclusi quei poeti di cui sopra, magari con degli inediti o comunque con dei versi che non conoscevo. Quando decisi di acquistare questa antologia avevo già notato, sfogliandola, che conteneva alcune poesie mai pubblicate di Bartolo Cattafi; in più vi erano dei versi che non avevo ancora letto di altri poeti a me noti: Mario Luzi, Luciano Erba, Giovanni Raboni ecc. L'ho risfogliata dopo tanti anni, ed ho riletto volentieri alcune delle poesie che ne fanno parte.

Annuario di poesia 2000 fu stampato a Milano nel novembre del 1999 da Crocetti Editore. Il libro inizia con una Nota del curatore Guido Oldani, seguita da sei sezioni in cui si alternano testi poetici e saggi critici. La prima sezione, intitolata Table ronde, riporta testi di autori italiani che il curatore definisce "sicuramente acquisiti": Luzi, Erba, Raboni, Majorino, Merini e Conte. Poeti è il titolo della seconda sezione, dove compaiono i versi di quattro autori appartenenti alle generazioni novecentesche nate dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi: Daniela Marcheschi, Paolo Valesio, Gabriella Sica e il curatore dell'opera Guido Oldani; ogni gruppo di poesie è preceduto da un commento critico rispettivamente di: Paolo Febbraro, Mario Moroni, G. S. e Luigi Cannillo. La terza sezione è intitolata L'inedito e comprende un saggio di Luciano Erba e dodici poesie di Bartolo Cattafi (1922-1979) mai pubblicate in precedenza; il saggio è sostanzialmente un commento a queste poesie inedite di Cattafi. Simile alla sezione appena descritta è la quarta: Oltralpe, dove Riccarda Novello parla di dodici poesie che seguono il suo saggio, scritte da Alfred Kolleritsch: poeta e scrittore austriaco nato nel 1931 e morto nel 2020; i testi delle poesie di questa sezione si possono leggere sia nella lingua originale che in italiano (tradotte dalla stessa Novello). C'è quindi la quinta sezione: Scritti, in cui si susseguono tre saggi critici di argomenti vari ma sempre riconducibili alla poesia, rispettivamente di Gabriella Fantato, Giorgio Luzzi e Gabriella Galzio. Chiude la sezione Fondale, dove si omaggia un autore del passato remoto; in questo volume, l'onore tocca ad Antoniotto Fregoso Fileremo: poeta carrarese vissuto all'incirca tra il 1460 e il 1530.

Chiudo riportando i nomi di coloro che in questa antologia compaiono con dei testi poetici (l'ordine è sequenziale).





ANNUARIO DI POESIA 2000


Mario Luzi, Luciano Erba, Giovanni Raboni, Giancarlo Majorino, Alda Merini, Giuseppe Conte, Daniela Marcheschi, Paolo Valesio, Gabriella Sica, Guido Oldani, Bartolo Cattafi, Alfred Kolleritsch, Antoniotto Fregoso Fileremo

domenica 18 ottobre 2026

Lontano più della luna

 

Su, vecchio cuore, vieni a vedere

come muoiono le foglie

in questo tardo autunno.

Preparati al tuo volo

senza ritorno.

Stagione di raccoglimento. Il vento

è la morte, destino duro.

Insegui i tuoi sogni vani,

foglie che vanno.

Carezza qualche illusione

farfalla sull'ultimo fiore.

Smarrito cerca qualcuno che ti comprenda.

Stormir gracile di rame d'intorno.

Una voce desolata d'uccello.

E viene la notte. A frotte

calano le foglie sul sentiero

più fitte.

E nessuno bada a te. Nessuno.

A te che vai, china la testa, sognando

il viso lontano

lontano più della luna

di una che un giorno

ti stava vicino

perduta, per sempre perduta in cammino.


Sandro Baganzani in un disegno di Mario Paolo Pajetta



COMMENTO

Lontano più della luna è il titolo dell'ottava poesia presente nella sezione Secondo Tempo della raccolta A bocca chiusa di Sandro Baganzani (Verona, 8 febbraio 1889 – ivi, 28 gennaio 1950), pubblicata dalle Edizioni Delfino di Rovereto nel 1944. In questi versi il poeta si rivolge al suo "vecchio cuore", esortandolo ad osservare la caduta autunnale delle foglie, facilitata dalla presenza del vento, che simbolicamente viene identificato con la morte. Simboli sono anche le foglie cadenti, che rappresentano i "sogni vani" del poeta; le ultime illusioni sono invece le rare farfalle che si posano su qualche sparuto fiore. Il poeta è un uomo anziano che si aggira intorno ad un luogo conosciuto (forse un bosco), e si ritrova solo e smarrito, circondato da immagini di desolazione. L'arrivo della notte comporta un ulteriore avvicinamento al baratro dell'esistenza, mentre intorno le foglie si accumulano sul terreno, e l'uomo avverte ancor di più la solitudine e l'indifferenza che lo circonda. Ultima, grama consolazione per lui è il ricordo del volto di una donna - probabilmente la compagna - che ora non c'è più (è, come recita il titolo, più lontana della luna).

domenica 11 ottobre 2026

Poeti dimenticati: Ettore Botteghi

 Nacque a Livorno nel 1874 e morì a Calci nel 1900. Fu un poeta dal talento assai precoce, dimostratosi tale già durante la frequentazione, a Pisa, delle scuole secondarie; nell'università della provincia toscana, iniziò a frequentare i corsi di Lettere che, a causa delle cattive condizioni di salute, dovette ben presto abbandonare. Morì di tisi, malgrado i tentativi di cura e il trasferimento nella conca della Valgraziosa (per la presenza di aria pura). Fece parte, giovanissimo, di un cenacolo di poeti che risiedevano a Pisa durante l'ultimo decennio del XIX secolo; tra di essi si citano i nomi di Emilio Agostini, Enrico Meucci, Domizio Torrigiani e soprattutto l'amico e concittadino Aurelio Ugolini. Botteghi fu un poeta che certo subì l'influenza del Pascoli e di altri poeti italiani cosiddetti "minori", come Enrico Panzacchi, Olindo Guerrini e Giovanni Marradi. I temi dei suoi versi sono spesso tristemente legati alla malattia e alla sofferenza fisica e morale di chi è consapevole che gli rimane poco da vivere. Il suo unico volume di Poesie uscì postumo, nel 1902. 




Opere poetiche

"Poesie", Tipografia Valenti, Pisa 1902.





Presenze in antologie

"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. IV, pp. 26-30).

"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. I, pp. 164-170).




Testi



Da "MADRIGALI D'INVERNO"


II.

O biancheggianti rami del giardino,

è triste il vostro languido sognare

sotto il lenzuolo candido di lino.


Ecco: un passero trema alto, canoro

uccello che solea dolce cantare

sotto li ombrati rami dell'alloro.


Io, le mattine placide d'Estate,

lo udii cantare un suo canto d'amore…

Dio, quante foglie da' rami cascate,


Dio, quanti sogni cascati dal cuore!


(da «Il Puffino dell'Adriatico», 28 marzo 1897)





Da "DUE NOVEMBRE"


II.

Sopra una tomba c'è l'erba cresciuta

di un palmo. È sola. Sola anche oggi, o mesta

tomba, anche oggi che i morti sono in festa?

Triste la tomba senza fiori, muta!


E voi sentiste, o fredde ossa, portare

croci e lacrime e fiori a le consorti

tombe, e sentiste il brivido de' morti

sotto la terra fradicia tremare.


- Triste il risveglio! - gemono sommessi

i solitari morti - Invano, invano!

Tutti, tutti già morti, i cari? - Invano

si chiamano tra il nero de' cipressi.


(da "Poesie", Tip. A. Valenti, Pisa 1902, p. 52)





RONDÒ MACABRO


Noi siamo dalle gelide

tombe, raccolti qui,

poi che il corpo marcì,

folli ceffi di scheletri.

Un gran chiasso di tibie,

di mascelle e di noccole

udite voi? Così

da che il corpo marcì.


Uomini fummo; vergini

giovinette beltà.

Or nessuno qui sa

di baci e di libidini.

I belli occhi che risero,

bieche a vedersi, orribili,

mute profondità:

così l'uomo si sfa.


Sotterra, quattro pollici

ognun di noi sdegnò,

e quel cielo invocò

dove ridono li angeli.

Oh ma i cieli c'irrisero!

Ossa sospiri ed anima,

tutto quel che si amò,

in voi, tombe, restò.


O giovinezze pallide

che sperate voi più?

Tutto muore che fu.

Gustate in terra i fremiti

e le ebbrezze e le lacrime

e i peccati dell'anima

che son lieti là su:

Qui si gela. Non più!.


(da "Poesie", Tip. A. Valenti, Pisa 1902, pp. 94-95)



domenica 4 ottobre 2026

Il sole nella poesia italiana decadente e simbolista

 Il sole viene spesso descritto alla stessa stregua di un dio che domina sulla Terra, che osserva da lontano gli esseri viventi – uomini, animali e piante – con distacco. Non è portatore di negatività, al contrario i suoi raggi trasmettono dei benefici, sia nelle menti che nei corpi di chi ne viene colpito. C’è chi lo desidera ardentemente e lo attende; chi lo evoca, chi lo adora. La situazione cambia soltanto durante la stagione estiva, quando la stella più vicina al nostro pianeta rende, a causa dell’eccessivo calore che emana, quasi invivibile il territorio su cui si esercita il suo dominio. Ci sono poi i versi di chi ha una opinione differente, come i suicidi che, dall’al di là, pur lodando il sole per la sua bellezza, esprimono un palese rancore per la sua totale indifferenza all’insopportabile dolore che li spinse a togliersi la vita. E c’è chi addirittura maledice il sole, per una serie di motivi che, per lo più, sono attinenti alla spietatezza dell’astro, che illumina inesorabilmente le miserie e le sofferenze umane di ogni tipo. Ma c’è chi avverte l’assenza del sole, come se fosse già spento; la dimostrazione di tale latitanza è data dalla totale mancanza di amore tra gli esseri umani e dalla scomparsa dei fiori; Madre Natura è fallita, e il sole si è definitivamente eclissato.

 

 

Poesie sull’argomento

 

Enrico Cavacchioli: "La vittoria del sole" in "Le ranocchie turchine" (1909).

Guelfo Civinini: "Sestina del sole e del fiume" in "L'urna" (1900).

Adolfo De Bosis: "L'antico sole si affaccia..." in "Amori ac silentio e Le rime sparse" (1914).

Luigi Donati: "Il Sole" in "Le ballate d'amore e di dolore" (1897).

Luigi Fallacara: "Il sole" in "Illuminazioni" (1925).

Lionello Fiumi: "Solleone" in "Polline" (1914).

Domenico Gnoli: "Eri bello, o sole!" in "Fra terra e astri" (1903).

Corrado Govoni: "Sole di marzo" in "Le Fiale" (1903).

Corrado Govoni "ll sole" e "Il pallido sole" in "Gli aborti" (1907).

Arturo Graf: "Ultimo sole" in "Medusa" (1990).

Arturo Graf: "Sole morto" in "Le Rime della Selva" (1906).

Tito Marrone: "Sole d'inverno" in "Liriche" (1904).

Pietro Mastri: "Colloquio col sole" in "Lo specchio e la falce" (1907).

Aldo Palazzeschi: "La figlia del Sole" in "I cavalli bianchi" (1905).

Emanuele Sella: "Dimmelo dunque dove è andato il sole?" in "Il giardino delle stelle" (1907).

Emanuele Sella: "Resurrectio luminis" in "L'Ospite della Sera" (1922).

Domenico Tumiati: "Raggio invernale" in "Musica antica per chitarra" (1897).

Carlo Vallini: "O meraviglia che non ha parole" in "La rinunzia" (1907).

Carlo Vallini: "Horo" in "Un giorno e altre poesie" (1967).

 

 

 

Testi

 

SOLE MORTO

di Arturo Graf (1848-1913)

 

— Dietro le nuvole è il sole

Che rutila in sempiterno. —

Un sol che rutila? Fole!

Dietro le nuvole? Scherno!

 

C’era, nol nego. (Oh, nel muto

Core rigurgito vano!)

C’era... e in quel tempo lontano

Io debbo averlo veduto.

 

Ché nell’attonita mente,

E nel deserto del core,

Me n’è rimasto un bagliore

Come di giorno morente;

 

Come d’un labile giorno,

Immensamente remoto,

Che dileguò nell’ignoto

E non farà più ritorno.

 

Il sole c’era una volta;

Ma poi, non vedi? s’è spento

Come una fiaccola al vento,

E la sua faccia è sepolta.

 

L’ombre sommersero i cieli,

Il gelo avvinse gli amori,

L’anime dolci dei fiori

Languirono sugli steli.

 

Non te ne sei dunque accorto?

Madre Natura è fallita,

E il sol che dava la vita,

Il povero sole è morto.

 

(da "Le Rime della Selva", Treves, Milano 1906, pp. 114-115)

 

 

 

 

RESURRECTIO LUMINIS

di Emanuele Sella (1879-1946)

 

Divino sole, a quella pace eterna,

donde scende la grazia che m’inspira,

tu mi rapisci, poi che a te m’attira

la bella fiamma ch’il mio amor governa.

 

Sboccia alla gioia del tuo bacio, o Sole,

come candida rosa in solitudine,

l’Anima e sete ha di beatitudine,

schiusa dal soffio delle tue parole.

 

Com’un serto di gigli luminosi

– accesi dalla mistica carezza

Del Re dei Cieli – o tu, luce ed ebbrezza,

su me discendi e su di me ti posi.

 

(da “L’Ospite della Sera”, Sonzogno, Milano 1922, p. 122)

 

 

Edvard Munch, "The Sun"
(da questa pagina Web)

 

 

domenica 27 settembre 2026

Le nuvole in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Basta alzare un po' lo sguardo verso l'alto, quando si è all'aperto, per accorgersi che le nuvole sono con noi quasi tutti i giorni. A volte oscurano il sole, e particolarmente scure ci avvisano che presto arriverà la pioggia; altre volte sono sparse qua e là per il cielo splendente, col loro classico colore bianco, che però durante l'arco della giornata può mutare, acquistando tonalità di grigio, rosa e viola. Più difficile osservarle durante la notte, anche se ci accorgiamo facilmente della loro presenza allorquando scompaiono dal cielo luna e stelle. 

Io ricordo, nel beato tempo dell'infanzia, un bambino che a volte giocava con me, presso la casa dei miei nonni; durante un pomeriggio estivo, alzò improvvisamente gli occhi verso il cielo, e si avvide di alcune candide nuvolette che circondavano il sole; allora gli venne voglia di salire fin lassù, e di prenderle, magari per giocarci. Chiamò la nonna ad alta voce - il suo appartamento si trovava al piano terra di un vecchio palazzo - e la signora si affacciò alla finestra per sapere cosa volesse: «Nonna, dammi una scala, che voglio prendere una nuvola!», disse il bambino, sicurissimo di poterlo fare; la nonna si mise a ridere dicendogli che, anche se fosse salito in cima alla scala, non avrebbe mai potuto prendere una nuvola. Il mio compagno di giochi ci rimase male, e dovette rinunciare al suo improvviso e ardente desiderio di accalappiare una nuvola dal cielo, per poi giocarci, e infine potersela portare a casa come un rarissimo trofeo.



LE NUVOLE IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO



NUBI

di Attilio Bertolucci (1911-2000)


Leggere nubi

Che adornate

Di freschi rosa orientali

Gli umidi azzurri

Di questi cieli autunnali,

O languori, o languori,

Colori

Obliati.

E le statue hanno brividi;

La brezza corre

I boschetti odorati.

I ruscelli increspati

Mormoran dolci parole.

Ma tu non rispondi

O simile a uno snello virgulto

A una giovane santa,

Solenne angelo adulto.


(da "Le poesie", Garzanti, Milano 1990, p. 19)





NUVOLE

di Bartolo Cattafi (1922-1979)


Chiare e distinte idee

sinusoidi ellissi ascisse rette

passano nuvole del tempo atlantico

gonfie d'imprecisione

fresche nubi di vento e di saette.


(da "Tutte le poesie", Le Lettere, Firenze 2020, p. 523)





LA NUBE

di Guido Cavani (1897-1967)


Ho rifatto la strada

per cui passammo

quel giorno che fu l'ultimo mio giorno

d'amore; era d'aprile;

bianca una nube nascondeva il sole

e illuminava l'aria; presentii

baciandoti la fine.

Ora il tuo nome blando è una parola,

ora il ricordo delle tue parole

tormenta la mia anima ammalata.


(da "Poesie", Rebellato, Padova 1968, p. 363)





VANNO LE NUBI BIANCHE DEL SILENZIO

di Donata Doni (Santina Maccarone, 1912-1973)


Vanno le nubi bianche del silenzio

oltre la terra ignota.

L'infinito le colma, le sospinge

come vele protese.

Fluiscono nel tempo,

vane parole, i giorni,

e muovono lo spazio,

remote voci, i cuori.


                         Forlì 5 giugno 1945


(da "Neve e mare", Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1973, p. 55)





NUVOLE

di Luciano Erba (1922-2010)


Per anni ho guardato le nuvole

a oriente di questa terrazza

senza curarmi se fossero

diverse per chi le avesse osservate

da un’altra parte della città.

Ma oggi è un giorno al duale

amo, dunque io sono, io e te siamo.

«Cara, se guardi sopra Porta Venezia

c’è una nuvola che ha la faccia di Lincoln».

Lei mi risponde al telefono

«la mia nuvola ha la faccia di Marx».


Sfrangiate nuvole

restate nuvole!


(da "Poesie 1951-2001", Mondadori, Milano 2002, p. 160)





LA NUVOLA

di Ugo Ghiron (1876-1952)


                                                                     a Mario Novaro

Nacque sui salsi oceani: ascese molle,

bianca, come un chiaro alito del mare;

si sentì lieve, sospirò migrare,

via lontanò con cieco impeto folle.


E si specchiò nei fiumi, e rupi e zolle

lei videro pei cieli alta varcare;

la mirò il freddo immoto occhio lunare

lucida veleggiar da colle a colle.


Poi, sola e spersa, nostalgia la vinse;

e come al mar vide volare il nembo,

dietro la traccia del balen si spinse.


Ebriata dell'ánsito guerriero,

poi ruinò crosciando al mare in grembo.

E s'ebbe pace dentro al gorgo nero.


(da «Noi e il Mondo», Anno II, N. 10, Ottobre 1912)





NUBE

di Orazio Napoli (1901-1970)


Io ti ho amata dolente nube.

Tu m'eri contro

spietata furia bianca.


Gli autunni ti hanno percossa

nei beni fallaci;

bellezza da nulla.


Chi crolla ha perduto.

Non t'incolpo,

mi difendo con voglie alte.


(da "Poesie", Edizioni Primi Piani, Milano 1940, p. 27)





LA NUVOLA

di Renzo Pezzani (1898-1950)


Nera, turgida, compatta

la nuvola, come un mastino

ringhia nel cielo turchino.

Ma quella è una nuvola matta!


È una nuvola forestiera

che nasconde fuoco in dosso,

ispido pruno, serpe rosso,

è l’angoscia della sera.


Il villaggio, poverino,

suona l’Ave, chiude le porte.

Con quella nuvola sul suo destino

sazio di biade, pensa la morte.


(da "Belverde", Società Editrice Internazionale, Torino 1935, pp. 113-114)





NUVOLE DI NOVEMBRE

di Toti Scialoja (Antonio Scialoja, 1914-1998)


Hanno addosso gli occhi di tutti le nuvole di novembre

vengono dalla Siberia tenebrose di sonnolenza

nel Regno di Danimarca deporranno lente le ombre

la sposa in bianco scalmanata corre sulla ghiaia scalza

un fotografo dal fondo del viale la insegue coi veli.


Si spostano le speranze al seguito delle nuvole

le sparpagliate monadi nomadi orlate di chiarore

esclamerai: «una balena! anche un cammello! e una donnola!»

farai col capo di sì ti porterai la mano sul cuore

mi porgerai per rimedio con garbo uno spillo da balia.


(da "Poesie 1961-1998", Garzanti, Milano 2002, p. 389)





NUVOLE DI PRIMAVERA

di Enrico Thovez (1869-1925)


Ecco le candide milizie di primavera, le placide 

aeree nuvole erranti pel nuovo azzurro. Pungente 

l'auretta primaverile mi soffia in viso, sussurra 

vaga agli orecchi, i capelli m'agita e il cuore... ti sento, 

o nuovo tempo d’amore! Dai lembi d'umido azzurro, 

dalle tue nuvole pendule sui boschi, dai rotti cieli 

donde il sol nuovo pensosi fulgori versa alla terra, 

quale d’incogniti beni luce mi irraggia la mente!

Da quali tremuli palpiti, da che improvvisa dolcezza 

percosso il cuore rianela dietro i perduti ardori!


(da "Il poema dell'adolescenza", Streglio, Torino 1901, p. 27)



George William Russell, "Clouds over the hill"
(da questa pagina Web)



domenica 20 settembre 2026

Riviste: "Cronache della Civiltà Elleno-Latina"

 Cronache della Civiltà Elleno-Latina è il titolo di una rivista quindicinale fondata a Roma, nell'aprile del 1902, da Angelo De Gubernatis, come organo ufficiale della Società Internazionale Elleno-Latina. Le pubblicazioni si protrassero fino al 1907, promuovendo ideali di pace, democrazia e unione culturale tra le nazioni di orizzonte classico europeo. Fu particolarmente attiva nella promozione del pacifismo, in contrasto con il militarismo dell'epoca. Negli intenti dei collaboratori della rivista romana c'era anche la diffusione di un forte legame tra i popoli di radice latina e greca. Pur privilegiando l'italiano, adottò un formato plurilingue, con articoli e testi in francese, spagnolo, latino e rumeno. Principalmente pubblicò saggi di letteratura, storia e critica d'arte , ma un piccolo spazio fu concesso anche alla poesia; tra i poeti che collaborarono a Cronache della Civiltà Elleno-Latina si ricordano i nomi di Balduino Bocci, Vittoria Aganoor, Rachele Botti Binda, Tito Marrone, Vittorio Amedeo Arullani, Vittore Vittori, Nella Doria Cambon, Yosto Randaccio, Luigi Siciliani e lo stesso De Gubernatis. Ecco, infine, due liriche comparse per la prima volta nelle pagine di questa rivista d'inizio Novecento.





ATTIMI DIVINI

di Yosto Randaccio

                               

                                              A Fiumicino, in aprile.

Che senso di cose lontane

nel cielo, stamane!


Il cielo è perlato;

il Tevere immoto,

senza ànsito di correntia!

Che ascolto?

Non ò più coscienza

de l'anima mia: sono attratto.

Nel mondo non s'ode più nulla.

Silenzio profondo infinito:

ogni senso vivente è sopito:

è stupefatto.


È questo l'aprile ch'io sogno!

Lo presentivo nel male.

Questa infinita tristezza

che trema per ogni mia vena,

questa corrente d'oblio,

che scende da vette lontane,

quest' ombre di fascinamento

che vengono forse da lei,

quest'ora fatale,

la vidi nel cuore!


Un'urna ne l'abbandono,

un rivo che scende senza suono,

un mare senza maretta,

una bocca senza parola,

possono esprimere, forse,

questa stupefazione,

questo solenne sopore,

questo infinito ristagno, questo morire

d'ogni senso di vita,

nel cuore del mondo!


(da «Cronache della Civiltà Elleno-Latina», Fasc. VIII, Anno III, 20 luglio 1904)


Sopra il titolo della poesia si legge: Dai "Poemetti della Convalescenza"; in fondo alla pagina c'è anche una nota al riguardo, che recita: Volume di prossima pubblicazione. In effetti la raccolta uscì col titolo preannunciato nel 1909.





LA PIOGGIA D'ESTATE

di Tito Marrone


Che resta di ieri?

Che c'è dell'afa passata,

della caldura d'agosto,

in questa mattinata

d'argento?

Sappiamo più nulla dei nostri pensieri

trascorsi?

Quanti anni son corsi

in un momento?


Il cuore mi batte più rapido.

Un velo mi cade dagli occhi

che bagnano l'ultime stille

di pioggia,

più rare.

Che pace ci viene

da le colline tranquille,

dopo quest'orgia

del cielo!

Amica, ma come serene

mi sembrano le tue pupille

sotto quel leggero velo

verdemare!


Ah, vedi, l'azzurro si desta:

nell'anima ho come una festa

di cose novelle;

una luminaria di stelle!

E il vento che agita l'ale

freschissime, e t'alza

i riccioli sopra la fronte,

e sbalza

lontano le nubi e la noia,

è nostro fratello di gioia!


Sorridigli, al vento!

Sorridigli. Siamo

tornati più giovani: siamo

tornati fanciulli.

Cogliamo le margheritine,

le piccole trine

del prato:

gettiamole al vento, che odori!

Facciamogli un velo

di fiori!

Noi siamo tornati fanciulli.

C'è scesa nel cuore malato

tutta la grazia del cielo.


(da «Cronache della Civiltà Elleno-Latina», Fasc. XI-XIV, 20 Agosto - 20 Settembre 1904)



Versi di Tito Marrone (pseudonimo di Sebastiano Amedeo Marrone; Trapani, 9 marzo 1882 – Roma, 24 giugno 1967) che rivisitano una celebre poesia di Gabriele D'Annunzio: La pioggia nel pineto, in ottica "crepuscolare". In calce a questi versi, tra parentesi, si legge "Dai Poemi". La pioggia d'estate non fu mai pubblicata in alcun volume di Marrone che, proprio nel 1904, diede alle stampe la raccolta Liriche.