Esilio della mia vita è il titolo di un'opera poetica di Tito Marrone (pseudonimo di Sebastiano Amedeo Marrone, Trapani 1882 - Roma 1967), pubblicata da Edizioni «Pagine Nuove» in Roma nel 1950. Il poeta siciliano, con questo volume, volle completare il suo excursus poetico iniziato alla fine del XIX secolo e, dopo un lunghissimo periodo di assenza totale dalle scene letterarie, concluso esattamente alla metà del XX secolo. Le 182 pagine del libro comprendono, dopo una dedica ai genitori e due epigrafi rispettivamente di Marziale e Montaigne, 125 liriche suddivise in 6 sezioni senza titoli. Chiude il volume una Nota del poeta trapanese, di cui riporto la prima parte:
Il poema lirico Esilio della mia vita, che ottenne, insieme con gli stupendi versi del poeta belga Géo Libbrecht, il premio internazionale di poesia «Siracusa», avrei dovuto pubblicarlo, se particolari circostanze non me lo avessero impedito, dopo le Carnascialate e i Poemi provinciali: poesie queste (tuttora non riunite in volume, ma sparse in giornali e riviste) le quali ebbero, secondo il giudizio di recenti critici, qualche non lieve influenza sulla lirica comunemente detta «crepuscolare».¹
Nella seconda parte della Nota, Marrone riporta un frammento di Aldo Capasso - poeta anch'egli - tratto da un articolo pubblicato sulla Voce Repubblicana del 4 dicembre 1949, in cui si sottolinea il ruolo cruciale del poeta siciliano (così come quello di Corrado Govoni), per la nascita e lo sviluppo della poesia crepuscolare.
Volendo ora analizzare brevemente i versi di questa ultima raccolta di Marrone, ritengo essenziale basarmi sul Capitolo II del volume Vent'anni o poco più di Giuseppe Farinelli; qui, infatti, il critico riesce magistralmente a centrare i temi principali e anche ricorrenti di questi versi. Ecco, a tal proposito, un frammento interessantissimo:
Se Giulio Gianelli in Mentre l'esilio dura² sottolinea nel titolo la temporalità della sua dolorosa e operosa fatica e, nell'ambito di una personale e sentita religiosità francescana, la speranza di una terra promessa, Tito Marrone, in Esilio della mia vita, che è sintatticamente dichiarativo, sottolinea invece l'ineluttabilità della sua condizione crepuscolare. Per lui l'esilio non è però il trovarsi segregato fisicamente e psicologicamente in un luogo che non gli appartiene e al quale si sente estraneo: è l'essersi chiuso volontariamente e per sempre in casa, con conseguente delimitazione dell'orizzonte poetico, che è orizzonte della memoria, degli affetti domestici, degli avvenimenti quotidiani.
E qui è opportuno affermare subito che nessun crepuscolare affronta questo tema con tanta e quasi ossessiva insistenza: la casa è l'angolo buono o cattivo in relazione alle circostanze e agli stati d'animo, è la nomenclatura di un piccolo regno, è il museo dei ricordi o degli oggetti che hanno nomi e appartenenze precisi e che il passato anche remoto non ha del tutto corroso e stinto. Dalle pareti pendono, per esempio, le dagherrotipie che solitamente fanno pensare a Gozzano.³ [...]
Quindi la casa che era stata dei genitori del poeta, ed ora è sua, in queste poesie diviene la protagonista assoluta, poiché Marrone ci vive come se fosse prigioniero del suo passato e dei suoi ricordi più belli. Ritorna, perciò, la poetica delle "piccole cose", con tutta una serie di oggetti del passato remoto, che aiutano il poeta ormai rassegnato e chiuso in sé stesso, a far rivivere i tempi belli. Insieme a ciò, spesso si avvertono sensazioni malinconiche, dovute al fatto che Marrone è consapevole del suo stato presente, e comprende a pieno la sua totale estraneità dal mondo che lo circonda. Da qui lo stato di ideale esilio che caratterizzò la sua età matura e la sua vecchiaia, portandolo ad isolarsi sempre di più, fino alla morte. Chiudo riportando tre belle poesie tratte da Esilio della mia vita.
MULINI A VENTO
Sopra il roseo lettino
avevo tutto l'oro
della mamma. Venisti
tu, nel tormento
della mia febbre,
per regalarmi un piccolo
mulino a vento.
Erano due sottili
strisce di legno in croce
che portavano in cima
mezzi gusci di noce.
Soffiavi, e si movevano
le alette del mulino.
Sorrisi e sorridesti,
zio Vincenzino.
O bei mulini a vento!
Quanti, dopo quel primo!
Girano girano girano,
e mi contento.
(da "Esilio della mia vita", Edizioni «Pagine Nuove», Roma 1950, p. 39)
UNA SANTA
Dicevano i miei vecchi
di te ch'eri una santa
senza nome, sognata
dal sereno pittore.
E quel tuo bianco volto, malinconico
d'uno smarrito mondo,
si mutava per noi nel tenue riso
dell'ospite. Custode
nostra, venuta
chissà da quale riva,
ancorata alle sorti
della famiglia. E li vedesti andarsene
nel tuo paese d'ombra.
Ora, anche tu lontana:
io ti lasciai partire.
Ti sei fatta altri amici?
Altri cuori consoli? O t'è vicino
uno sgherro, nel sordido
antro del rigattiere?
Quando l'ingenua luna
dalla sua vereconda lontananza
scende tra voi, parlate
insieme. I vostri corpi,
divisi. nel carnaio
degli omicidi egli s'imputridisce,
ma tu sei giglio sotto
l'altare d'una chiesa. E altrove? Chiami
il naufrago alla luce
dicendogli il tuo nome?
(da "Esilio della mia vita", Edizioni «Pagine Nuove», Roma 1950, pp. 54-55)
DOMANDA
Come ti troverò,
quando saremo uniti un'altra volta?
Avrai lo stesso viso,
la stessa voce?
E le rose che amavi ardono ancora
in questa tua dimora?
Le tue piccole mani
suonano melodie del nostro tempo?
Chi te le ascolta?
Se tutto è nuovo dove ora tu sei,
se non rimane lembo
ultimo di ricordo,
come potrai conoscermi nel giorno
che arriverò?
(da "Esilio della mia vita", Edizioni «Pagine Nuove», Roma 1950, p. 125)
NOTE
1) Dal volume: Tito Marrone, Esilio della mia vita, p. 173.
2) Mentre l'esilio dura è il titolo di una delle tre raccolte poetiche pubblicate da Giulio Gianelli (1879-1914); la parola "esilio" ritorna anche nella raccolta del Marrone, ma, come ben spiega il Farinelli, ha un'accezione ben diversa.
3) Dal volume: Giuseppe Farinelli, Vent'anni o poco più, Edizioni Otto/Novecento, Milano 1998, pp. 81-82.



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