domenica 11 ottobre 2026

Poeti dimenticati: Ettore Botteghi

 Nacque a Livorno nel 1874 e morì a Calci nel 1900. Fu un poeta dal talento assai precoce, dimostratosi tale già durante la frequentazione, a Pisa, delle scuole secondarie; nell'università della provincia toscana, iniziò a frequentare i corsi di Lettere che, a causa delle cattive condizioni di salute, dovette ben presto abbandonare. Morì di tisi, malgrado i tentativi di cura e il trasferimento nella conca della Valgraziosa (per la presenza di aria pura). Fece parte, giovanissimo, di un cenacolo di poeti che risiedevano a Pisa durante l'ultimo decennio del XIX secolo; tra di essi si citano i nomi di Emilio Agostini, Enrico Meucci, Domizio Torrigiani e soprattutto l'amico e concittadino Aurelio Ugolini. Botteghi fu un poeta che certo subì l'influenza del Pascoli e di altri poeti italiani cosiddetti "minori", come Enrico Panzacchi, Olindo Guerrini e Giovanni Marradi. I temi dei suoi versi sono spesso tristemente legati alla malattia e alla sofferenza fisica e morale di chi è consapevole che gli rimane poco da vivere. Il suo unico volume di Poesie uscì postumo, nel 1902. 




Opere poetiche

"Poesie", Tipografia Valenti, Pisa 1902.





Presenze in antologie

"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. IV, pp. 26-30).

"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. I, pp. 164-170).




Testi



Da "MADRIGALI D'INVERNO"


II.

O biancheggianti rami del giardino,

è triste il vostro languido sognare

sotto il lenzuolo candido di lino.


Ecco: un passero trema alto, canoro

uccello che solea dolce cantare

sotto li ombrati rami dell'alloro.


Io, le mattine placide d'Estate,

lo udii cantare un suo canto d'amore…

Dio, quante foglie da' rami cascate,


Dio, quanti sogni cascati dal cuore!


(da «Il Puffino dell'Adriatico», 28 marzo 1897)





Da "DUE NOVEMBRE"


II.

Sopra una tomba c'è l'erba cresciuta

di un palmo. È sola. Sola anche oggi, o mesta

tomba, anche oggi che i morti sono in festa?

Triste la tomba senza fiori, muta!


E voi sentiste, o fredde ossa, portare

croci e lacrime e fiori a le consorti

tombe, e sentiste il brivido de' morti

sotto la terra fradicia tremare.


- Triste il risveglio! - gemono sommessi

i solitari morti - Invano, invano!

Tutti, tutti già morti, i cari? - Invano

si chiamano tra il nero de' cipressi.


(da "Poesie", Tip. A. Valenti, Pisa 1902, p. 52)





RONDÒ MACABRO


Noi siamo dalle gelide

tombe, raccolti qui,

poi che il corpo marcì,

folli ceffi di scheletri.

Un gran chiasso di tibie,

di mascelle e di noccole

udite voi? Così

da che il corpo marcì.


Uomini fummo; vergini

giovinette beltà.

Or nessuno qui sa

di baci e di libidini.

I belli occhi che risero,

bieche a vedersi, orribili,

mute profondità:

così l'uomo si sfa.


Sotterra, quattro pollici

ognun di noi sdegnò,

e quel cielo invocò

dove ridono li angeli.

Oh ma i cieli c'irrisero!

Ossa sospiri ed anima,

tutto quel che si amò,

in voi, tombe, restò.


O giovinezze pallide

che sperate voi più?

Tutto muore che fu.

Gustate in terra i fremiti

e le ebbrezze e le lacrime

e i peccati dell'anima

che son lieti la su:

Qui si gela. Non più!.


(da "Poesie", Tip. A. Valenti, Pisa 1902, pp. 94-95)



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