Nacque a Livorno nel 1874 e morì a Calci nel 1900. Fu un poeta dal talento assai precoce, dimostratosi tale già durante la frequentazione, a Pisa, delle scuole secondarie; nell'università della provincia toscana, iniziò a frequentare i corsi di Lettere che, a causa delle cattive condizioni di salute, dovette ben presto abbandonare. Morì di tisi, malgrado i tentativi di cura e il trasferimento nella conca della Valgraziosa (per la presenza di aria pura). Fece parte, giovanissimo, di un cenacolo di poeti che risiedevano a Pisa durante l'ultimo decennio del XIX secolo; tra di essi si citano i nomi di Emilio Agostini, Enrico Meucci, Domizio Torrigiani e soprattutto l'amico e concittadino Aurelio Ugolini. Botteghi fu un poeta che certo subì l'influenza del Pascoli e di altri poeti italiani cosiddetti "minori", come Enrico Panzacchi, Olindo Guerrini e Giovanni Marradi. I temi dei suoi versi sono spesso tristemente legati alla malattia e alla sofferenza fisica e morale di chi è consapevole che gli rimane poco da vivere. Il suo unico volume di Poesie uscì postumo, nel 1902.
Opere poetiche
"Poesie", Tipografia Valenti, Pisa 1902.
Presenze in antologie
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. IV, pp. 26-30).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. I, pp. 164-170).
Testi
Da "MADRIGALI D'INVERNO"
II.
O biancheggianti rami del giardino,
è triste il vostro languido sognare
sotto il lenzuolo candido di lino.
Ecco: un passero trema alto, canoro
uccello che solea dolce cantare
sotto li ombrati rami dell'alloro.
Io, le mattine placide d'Estate,
lo udii cantare un suo canto d'amore…
Dio, quante foglie da' rami cascate,
Dio, quanti sogni cascati dal cuore!
(da «Il Puffino dell'Adriatico», 28 marzo 1897)
Da "DUE NOVEMBRE"
II.
Sopra una tomba c'è l'erba cresciuta
di un palmo. È sola. Sola anche oggi, o mesta
tomba, anche oggi che i morti sono in festa?
Triste la tomba senza fiori, muta!
E voi sentiste, o fredde ossa, portare
croci e lacrime e fiori a le consorti
tombe, e sentiste il brivido de' morti
sotto la terra fradicia tremare.
- Triste il risveglio! - gemono sommessi
i solitari morti - Invano, invano!
Tutti, tutti già morti, i cari? - Invano
si chiamano tra il nero de' cipressi.
(da "Poesie", Tip. A. Valenti, Pisa 1902, p. 52)
RONDÒ MACABRO
Noi siamo dalle gelide
tombe, raccolti qui,
poi che il corpo marcì,
folli ceffi di scheletri.
Un gran chiasso di tibie,
di mascelle e di noccole
udite voi? Così
da che il corpo marcì.
Uomini fummo; vergini
giovinette beltà.
Or nessuno qui sa
di baci e di libidini.
I belli occhi che risero,
bieche a vedersi, orribili,
mute profondità:
così l'uomo si sfa.
Sotterra, quattro pollici
ognun di noi sdegnò,
e quel cielo invocò
dove ridono li angeli.
Oh ma i cieli c'irrisero!
Ossa sospiri ed anima,
tutto quel che si amò,
in voi, tombe, restò.
O giovinezze pallide
che sperate voi più?
Tutto muore che fu.
Gustate in terra i fremiti
e le ebbrezze e le lacrime
e i peccati dell'anima
che son lieti la su:
Qui si gela. Non più!.
(da "Poesie", Tip. A. Valenti, Pisa 1902, pp. 94-95)
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