domenica 28 novembre 2021

"Ariele" di Diego Valeri

 

Ariele è il titolo della quinta raccolta di versi di Diego Valeri (Piove di Sacco 1887 - Roma 1976). Il volume di 142 pagine, fu pubblicato dalla Arnoldo Mondadori Editore nel 1924. Sono, complessivamente, 57 poesie, divise in 12 sezioni tranne la prima - intitolata Annunciazione, l'ultima, che dà il titolo alla raccolta, e le otto precedute dalla dicitura Intermezzo veneziano (che può essere considerata una'altra sezione). Purtroppo, diverse poesie presenti in questo libro, verranno in futuro sacrificate dal poeta veneto; ciò si deduce leggendo Poesie vecchie e nuove (Mondadori, Milano 1952), ovvero il volume che Valeri affermava rappresentasse la sua "summa poetica", e che farà da riferimento nei futuri e simili volumi, a partire da quello intitolato Poesie, di dieci anni dopo. Il motivo per cui Valeri si sia dimostrato così severo nei confronti della sua produzione poetica passata, non mi è dato saperlo. Certo è, secondo me, che avrebbe potuto salvare un gran numero di poesie ingiustamente eliminate, ma che è comunque possibile leggere nelle raccolte originali. Come già detto, questa raccolta contiene delle liriche bellissime, che in sostanza proseguono l'itinerario poetico di Valeri, iniziato in Monodia d'amore e proseguito con le altre, eccezionali pubblicazioni avvenute durante la seconda decade del Novecento. I temi qui trattati ricalcano quelli precedenti: la natura osservata nei suoi aspetti più semplici e straordinari, gli amori del passato e del presente, gli affetti familiari, il fascino misterioso di certa musica, la città di Venezia, il sentimento religioso e la morte. Qualche poesia verrà riproposta, quattro anni dopo, nella raccolta dedicata al pubblico infantile intitolata Il campanellino. Chiudo riportando tre componimenti in versi meravigliosi, che non comparirono mai più nelle successive opere poetiche di Valeri.

 

 


 

VITA

 

Pianto di cose sognate e perdute,

per tutto il giorno del nostro soffrire;

pianto di povere gioie vissute,

lungo la sera del nostro morire...

Ma un'inesausta dolcezza d'amore,

sempre, ad ogni ora, nel fondo del cuore.

 

(da "Ariele", Mondadori, Milano-Roma 1924, p. 17)

 

 

 

 

SALA D'ASPETTO

 

Arrivato anche a questa stazione

del viaggio della mia vita.

Nell'attesa di ripartire

verso un'altra stazione

del viaggio della mia vita.

 

Poche lampade fioche,

annegate in un giallastro grigiore

viscido di vernice...

 

Dentro la nera cornice

del finestrone di fondo,

vedo la sera che muore,

tenero barlume biondo,

soave musica muta,

sui tetri giardini

della città sconosciuta.

Alle spalle, sento il lucido gelo

della strada d'acciaio che va,

immota sotto l'immoto cielo,

attraverso l'immensità.

 

Un fischio lontano; un vicino brusio

di voci; un trito scampanellio,

senza posa, senza posa.

 

Tra un cupo silenzio improvviso,

venuta chissà di dove,

una campana d'avemaria

mi posa

una molle carezza sul viso,

m'apre il cuore, vi piove

la dolcezza della casa lontana,

il sorriso della donna lontana,

tutto il canto e tutto il pianto

della mia vita lontana.

O passione vana

della mia vita vana,

ti chiamo e t'amo disperatamente,

come nell'ora dell'agonia!

T'amo e ti chiamo disperatamente,

con tutta l'anima mia...

 

Guardo intorno. Qualche triste ombra umana

si muove per il grigiore giallastro.

Le vetrate sono ora turchine,

d'un terso turchino, trasparente, incantato,

con qualche bianco brivido d'astro.

 

Chi mi trarrà da questo fondo di perdizione?

Chi strapperà alla sua sorte

il ferito senza nome,

il disperso,

abbandonato alla notte e alla morte,

solo, con la sua disperazione,

su l'ultimo confine dell'universo?...

 

(da "Ariele", Mondadori, Milano-Roma 1924, pp. 51-54)

 

 

 

 

NULLA

 

Solo ero, abbandonato dalla vita nel fondo

di quella notte, come negli abissi d'un mare

di tenebra: ero solo, in quel piccolo letto,

abbracciato perdutamente alla mia miseria.

 

Non c'era più nessuno, più nulla su la terra

per me: non voi, bambine mie, tutta gioia mia,

né tu, né pure tu, cuore triste e fedele,

né i miei morti, né il mio buon compagno, il dolore.

 

Più nessuno, più nulla: non più sole, né fiato

vivo di vento, né riso di fiore e d'erba:

tutt'intorno, muraglie di nero vuoto: notte

interminata, senza moto, senza respiro...

 

Quando di tra le imposte filtrò la prima luce,

l'anima si riscosse; ma piangeva, piangeva,

come il bimbo staccato dal paese del sogno

dove ha incontrato il volto della felicità.

 

(da "Ariele", Mondadori, Milano-Roma 1924, pp. 81-82)

Nessun commento:

Posta un commento