domenica 14 aprile 2019

Il mare nella poesia italiana decadente e simbolista


Mi sembra opportuno iniziare parlando dell'inquietante e affascinante serie dei mari descritta da Palazzeschi nella sezione Marine della raccolta Poemi; le quattro poesie, dai connotati fortemente simbolici, parlano di acque all'apparenza colorate - e ogni colore ha un significato preciso - quasi tutte popolate da esseri umani o animali (fa eccezione il Mar grigio); anche le forme di questi mari misteriosi, soltanto in due casi ben delineate, hanno uno specifico significato che il lettore può tentar di scoprire, ma che l'autore dei versi non chiarisce. Passando alle altre poesie, non sono pochi i versi che pongono il mare quale emblema di morte o di sciagura; per esempio Oxilia, guardando il mare da una spiaggia durante una giornata ventosa, si lascia andare a una serie di immagini tetre, sinistre e presaghe di morte: Ciuffi di paglia, foglie morte, alighe verdi, / si cullano nel vasto ondeggiamento bieco. / [...] Canta il male il suo carme bianco alle nubi ignave, / sibila, striscia, snodasi l'onda e addita il cammino. / / Canta il male anche in me. Sotto lo squallido cielo / il mio stendardo fluttua nella fatale via. Baccelli, addirittura, immagina la morte del mare: Dal freddo cristallo de l'onde / Nel limpido lume di gelo, / Che sta senza raggi nel cielo, / Il vivido Genio del mare, / Che giovane eterno fu detto, / Spirò come un'anima umana. / Or sola nei liquidi abissi / La Morte è sovrana. Ma anche Giribaldi e Valeri descrivono le acque marine in modo negativo: durante la notte, sentono entrambi scaturire dalle onde un pianto misterioso, e il primo dei due, successivamente si trova davanti una scena terrificante: [...] Ma queste lùgubri fanfare / su ne' boschi di olivi? E un grido ed una / minaccia! E il mar di latte! Non v'è alcuna / pietà. Su l'acque navigano bare. Similmente, il Pascoli, guardando il mare in una serena giornata estiva, dapprima scorge la rasserenante forma di un tempio bianco, poi, quest'ultimo scompare, e al suo posto ecco apparire due barche nere, somiglianti a due bare: Due barche stanno immobilmente nere, / due barche in panna in mezzo all’infinito. / / E le due barche sembrano due bare / smarrite in mezzo all’infinito mare. Anche Gigli, tratteggiando un paesaggio marino immobile e rattratto, osserva un barca nera che si allontana fino a scomparire. Sempre in un ambito negativo, s'inseriscono i versi del Graf, che immagina la propria anima come un mare / Vasto, profondo, senza suon, senz’ira; / Si stende il flutto quanto l’occhio gira, / Né terra alcuna all’orizzonte appare. E l'abisso di questo mare interiore nasconde un "perduto mondo" fatto di Città sommerse, inabissate prore, / Inutili tesor buttati al fondo, / Tutta una infinità di cose morte. Anche Foà parla di un Mare interiore che ogni essere umano possiede: un fremente mare / senza pace, con neri / abissi turbinosi.
Sull'altro versante, poeti come Anile e Varaldo, pongono in risalto la bellezza del mare guardato con estasiati occhi, durante una notte estiva e serena, con le stelle che si riflettono sulla sua superficie, creando un'immagine incantata, fuori del mondo:  Dagli abissi del cielo a quei del mare / un'immensa armonia sale e discende, / un'armonia di note luminose. / / Nell'alta notte appena uno sciamare / dolcissimo di sogni l'aria fende; / ed attonite ascoltano le cose (Anile). Passando al giorno, e prendendo in esame i versi di Giovanni Cena, in un'atmosfera e in un clima ultraterreno, si assiste ad una miracolosa apparizione: Vagano lungo i lucidi lavacri / grandi e misteriosi esseri alati: / vaporan l'acque nebulosi veli. / / Levansi da la terra simulacri / diafani pei cieli immacolati, / feminei visi su viventi steli. Paesaggi marini incantati sono decritti anche dal D'Annunzio e dalla Giaconi. Nel sonetto intitolato Tentazione, di Francesco Cazzamini Mussi, il mare, anche con il determinante contributo di esseri mitologici che lo popolano, diviene una sorta di calamita che attrae il povero poeta e lo trascina nelle profondità più recondite, dove troverà il sonno eterno. Infine, Luigi Gualdo, nella prima delle due poesie che portano il titolo di Marina, inizia parlando di una ingannevole e sinistra calma che regna nelle acque marine da lui osservate con estremo sospetto; infatti, questa piattezza è in realtà presaga di ben altri eventi, visto che in breve tempo sul mare si scatena una tempesta così terribile da sembrare una vera e propria battaglia.



Poesie sull'argomento

Antonino Anile: "Notte sul mare" in "I Sonetti dell'Anima" (1907).
Alfredo Baccelli: "La morte del mare" in "Poesie" (1929).
Enrico Cavacchioli: "Sonetti del mare" in "Le ranocchie turchine" (1909).
Francesco Cazzamini Mussi: "Tentazione" in "I Canti dell'adolescenza (1904-1907)" (1908).
Giovanni Cena: "Paesaggio" in "In umbra" (1899).
Ettore Cozzani: "Congedo" in "Poemetti notturni" (1920).
Girolamo Comi: "Cantico del Mare" in "Cantico dell'Argilla e del Sangue" (1933).
Gabriele D'Annunzio: "Romanza" in "L'Isotteo. La Chimera" (1890).
Arturo Foa: "Il mare interiore" in "Le vie dell'anima" (1912).
Luisa Giaconi: "Le visioni del mare" in «Il Marzocco», gennaio 1897.
Giulio Gianelli: "Notturno marino" in «Il Momento», dicembre 1910.
Giacomo Gigli: "Calma tragica" in "Maggiolata" (1904).
Cosimo Giorgieri Contri: "Sul mare" in "La donna del velo" (1905).
Alessandro Giribaldi: "Notturno" in "I Canti del Prigioniero" (1940).
Arturo Graf: "Marina" in "Medusa" (1990).
Luigi Gualdo: "Marina" (2 poesie) in "Le Nostalgie" (1883).
Tito Marrone: "Nostalgia del mare" in "Liriche" (1904).
Pietro Mastri: "Vele sospese" in "La Meridiana" (1920).
Nino Oxilia: "S'increspano l'acque del mare..." in "Canti brevi" (1909).
Aldo Palazzeschi: "Mar Rosso", "Mar Giallo", "Mar Bianco" e "Mar Grigio" in "Poemi" (1909).
Giovanni Pascoli: "Mare" e "Dalla spiaggia" in "Myricae" (1900).
Giacinto Ricci Signorini: "Sulla spiaggia di Rimini" in "Poesie e prose" (1903).
Guido Ruberti: "Marina" in "Le fiaccole" (1905).
Fausto Salvatori, "Serenata" in "In ombra d'amore" (1929).
Emanuele Sella: "Discors antiphona" in "L'Ospite della Sera" (1922).
Alberto Tarchiani: "Alle fonti di un perenne desiderio" in "Piccolo libro inutile" (1906).
Domenico Tumiati, "Portovenere" in "Liriche" (1937)
Diego Valeri: "Mare notturno" in "Ariele" (1924).
Alessandro Varaldo: "E sempre queto si distende il mare" in "Marine liguri" (1898).
Remigio Zena: "La barca" in "Le Pellegrine" (1894).



Testi

MARE NOTTURNO
di Diego Valeri

Sotto un sinistro albor di luna scema,
flutti senza splendore e senza canto
vengono a soffocar dentro la rena
uno smanioso bisogno di pianto.

Come nel sogno: è un pianto senza posa
che tenta - onda che viene, onda che va -
la riviera d'oblio silenziosa;
e il cuore che lo piange non lo sa.

(da "Ariele")




E SEMPRE QUETO SI DISTENDE IL MARE
di Alessandro Varlado

E sempre queto si distende il mare
ne la serena splendida nottata.
Sembra che il grande amor plenilunare
spieghi gl'incanti d'un'età fatata.

Non una nube minacciosa appare
a l'orizzonte e su la gran spianata
non una vela. Si distende il mare
tranquillo ne la splendida nottata.

E la goletta sta silenziosa
nel supremo silenzio e s'addormenta
sognando forse le marine lotte.

Né pure la canzone misteriosa
del marinaio vola lenta lenta
verso la patria ne la queta notte.

(da "Marine liguri")



Georges Lacombe, "La mer jaune"
(da questa pagina web)

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