domenica 17 ottobre 2021

"Alcuni scritti" di Gustavo Botta

 

Se oggi è possibile consultare un libro in cui siano presenti i versi e le prose poetiche di Gustavo Botta (Milano 1880 - Ternate 1948), bisogna ringraziare Francesco Flora (1891-1962): critico letterario e poeta come il Botta, curatore del volume Alcuni scritti (Ariel, Milano 1952), dove si trovano gran parte delle poesie e delle prose dello scrittore milanese, precedute da un ottimo saggio dello stesso Flora, in cui si delineano, in modo ineccepibile, sia la personalità e il pensiero artistico di Botta, sia la sua opera poetica; quest'ultima venne alla luce soltanto dopo la morte del poeta. Oltre al Flora, di Botta si ricordarono altri critici come Giuseppe Ravegnani e Giovanni Titta Rosa, che lo inserirono a sorpresa nella loro importantissima Antologia dei poeti italiani dell'ultimo secolo; quindi, buon ultimo, fu Glauco Viazzi a collocare Botta, all'interno di una sezione, della altrettanto basilare antologia intitolata Dal simbolismo al deco. Leggendo la prefazione di Flora, presente come dicevo in Alcuni scritti, ci si rende conto dell'insoddisfazione perenne di Botta relativa ai suoi versi e alle sue prose; è certo che egli pubblicò pochissime cose sue, in giornali e riviste del primissimo Novecento; per il resto, cercò sempre di modificare, rivedere e perfezionare ciò che scrisse e mai pubblicò. Pure, qualcosa che venne alla luce, ebbe degli elogi da letterati e critici - come Gian Pietro Lucini e Giovanni Boine - che avevano una non comune capacità di individuare talenti in anticipo rispetto agli altri. E, sempre leggendo la prefazione di Francesco Flora, ecco un frammento che ben descrive il modus poetandi di Botta:

 

La tendenza del Botta in quasi tutti i suoi versi è di risolvere per lo più gli stati d'animo eletti e un po' chiusi (alcuno parlò di certo suo ermetismo) nella modulazione armonizzata di un quadro di natura: soli, notturni, paludi: o visini di sogno e di incubo, magari tregende e diavolo: e qualche voce d'amore e di sostenuto patire.

Altra e più agevole direzione della ricerca poetica di Guatavo Botta si volge al poemetto in prosa: e qui tutti gli elementi delle sue varie ispirazioni sono più drammatici ed eloquenti. [...]¹

 

In questo volume sono presenti altri due lati fondamentali della maestria e della competenza di Botta, quelli del traduttore e del critico d'arte; chiudono infatti questo prezioso volume una traduzione del racconto Il centauro di Maurice de Guérin, e un saggio sulla pittura di Emilio Gola.

Ecco, per concludere, due esempi del fare poetico di Botta: una composizione in versi e una prosa poetica, scelte tra quelle che secondo me meritano maggiormente di essere ricordate.

 

 


 

 

NEL SOGNO

 

Nel sogno che sognai

c'erano donne tristi e liete

c'erano fate mansuete

c'erano gli amati volumi

e c'erano densi profumi

che disfacèvansi nell'aria.

C'era una riva solitaria

già tutta stellata di lumi

nella languida sera

violetta, ma c'era

la sventura nera

ambigua e varia,

che non mi lascia mai,

la sventura la sventura ereditaria

nel sogno ch'io sognai.


Milano, 1903

 

(da "Alcuni scritti", Ariel, Milano 1952, p. 29)

 

 

 

 

PARTONO I NAVIGATORI...

 

Partono i navigatori sulla nave snella, che andrà per burrascosi mari, per sconosciuti mari, verso lontane isole verdi, lontano;

partono dispiegando al vento che le gonfia, le larghe solenni vele che il sole indora e la luna inargenta, partono fra cenni di addio e sventolìo di bandiere, cantando!

Così l'anima mia, vergine trepida, impetuosamente ardita, verso l'oceano d'amore - verso Eldorado, verso Eldorado! - salpa, fra gridi di giovinezza e risa illuminanti e profumanti ondate e immagini di delirio...

O glorioso miraggio!... Porto di fiamma capovolto nell'acqua di viola! O gorghi amari! O immensa pace! O raggiante approdo di felicità! E tu, Morgana, ritta su l'infinito, fantasma versicolore!

1898

 

(da "Alcuni scritti", Ariel, Milano 1952, p. 67)

 


NOTE

1) Da "Alcuni scritti", Ariel, Milano 1952, pp. 20-21)

domenica 10 ottobre 2021

Antologie: "Lirica del Novecento"

 

Lirica del Novecento è il titolo di una tra le migliori antologie dedicate alla poesia italiana del XX secolo. La prima edizione uscì presso Vallecchi Editore in Firenze, nel 1953; da ciò risulta evidente che il volume, composto da 835 pagine, possa prendere in considerazione soltanto la prima metà del Novecento. I curatori di questa opera antologica sono Luciano Anceschi (1911-1995) e Sergio Antonielli (1920-1982). Il primo, che fu un ottimo critico e filosofo, appena un decennio addietro aveva già curato un'altra storica antologia: Lirici nuovi; Antonielli invece, oltre che critico letterario, fu prosatore e insegnante. Questa antologia seleziona versi di 53 poeti italiani; tra costoro, soltanto tre (Delio Tessa, Virgilio Giotti e Mario Dell'Arco) figurano come prettamente dialettali. Si parte dai crepuscolari e si giunge alla cosiddetta "Quarta generazione" (rappresentata però dal solo Giorgio Orelli). Si dà  (giustamente) maggiore spazio ai due "mostri sacri" della poesia italiana novecentesca: Ungaretti e Montale. Per il resto, spicca la presenza di alcuni poeti e poetesse scomparsi in giovane età: Fracassi, Ghiselli, Pozzi e Scipione (ma quest'ultimo si dedicò soprattutto alla pittura) che in vita non pubblicarono libri di versi; altra peculiarità, è la scelta di includere, nella pur severa selezione, due poeti-filosofi quali furono Carlo Michelstedter e Mario Novaro. Risultano invece trascurati i futuristi, visto che l'unico a salvarsi dall'esclusione totale è Filippo Tommaso Marinetti. Certo è che questa antologia ha fatto scuola, e le successive opere similari, in particolare le più avvedute, dovettero tenere ben presenti gli schemi adottati da Anceschi e Antonielli, che, insieme a Giacinto Spagnoletti, furono i primi a tracciare una linea basilare e imprescindibile, che avesse la garanzia di rappresentare la migliore poesia italiana del XX secolo. Ecco infine i nomi dei poeti che figurano in questa antologia.

 

 LIRICA DEL NOVECENTO

 



Guido Gozzano, Sergio Corazzini, Marino Moretti, Fausto Maria Martini, Sibilla Aleramo, Carlo Michelstaedter, Mario Novaro, Filippo Tommaso Marinetti, Corrado Govoni, Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Camillo Sbarbaro, Piero Jahier, Clemente Rebora, Aldo Palazzeschi, Dino Campana, Delio Tessa, Arturo Onofri, Umberto Saba, Vincenzo Cardarelli, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Luigi Bartolini, Giorgio Vigolo, Sergio Solmi, Corrado Pavolini, Adriano Grande, Angelo Barile, Luigi Fallacara, Diego Valeri, Virgilio Giotti, Carlo Betocchi, Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Sandro Penna, Libero De Libero, Scipione, Enrico Fracassi, Luca Ghiselli, Cesare Pavese, Mario Luzi, Vittorio Sereni, Antonia Pozzi, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Alessandro Parronchi, Piero Bigongiari, Aldo Borlenghi, Giorgio Bassani, Pier Paolo Pasolini, Mario Dell'Arco, Giorgio Orelli.

domenica 3 ottobre 2021

La poesia di Giovanni Camerana

 

Secondo il mio modestissimo parere è ancora da scoprire la reale importanza della poesia di Giovanni Camerana (Casale Monferrato 1845 - Torino 1905), scrittore piemontese che viene spesso accomunato ai cosiddetti "scapigliati" ma che, nella sua opera poetica, attraversò più di una corrente e, per certi versi, fu uno dei precursori del simbolismo poetico italiano. Nato a Casale Monferrato, dopo gli studi universitari esercitò per tutta la vita la professione di magistrato e, ritenendola incompatibile con la poesia, coltivò la sua passione letteraria senza mai pubblicare un volume di versi, limitandosi, in casi tutto sommato sporadici, a far apparire alcune sue poesie in riviste, senza mai rivelarsi e firmandosi con una semplice "Y". La prima edizione dei suoi Versi uscì due anni dopo la sua morte, nel 1907. Nel 1956 fu pubblicata, a cura di Francesco Flora, una seconda, più accurata raccolta delle poesie di Camerana, mentre è del 1968 quella che può ancora oggi definirsi la sua opera poetica completa; curato da Gilberto Finzi, quest'ultimo libro contiene molte poesie rimaste fino a quell'anno inedite o come.

Si è detto che Giovanni Camerana è stato considerato un poeta prettamente scapigliato, ciò in realtà è vero soltanto se ci si riferisce alla prima fase poetica dello scrittore piemontese, ovvero quella che, grosso modo, si svolge negli anni compresi tra il 1865 ed il 1870. Quando la corrente scapigliata ormai è al suo tramonto, viste anche le precoci scomparse di esponenti illustri quali Emilio Praga e Igino Ugo Tarchetti, la poesia di Camerana assume nuove caratteristiche, le quali, sono perfettamente riassunte da Piero Nardi nel volume Scapigliatura ( Zanichelli, Bologna 1924):

 

Un tedio dell'esistenza, prima ancora di vivere; una nostalgia del passato, bello perché lontano e perché irriconducibile; una aspirazione, continuamente risorgente, a un ideale vago, continuamente delusa dalla realtà inesorabile; un vuoto, dopo l'inquietudine, una stanchezza suaditrice di morte.

 

Ben calzante è anche questa breve analisi, sempre riferita alla seconda fase della lirica del Camerana, che ha fatto Giuseppe Petronio in Poeti minori dell'Ottocento (UTET, Torino 1959):

 

Sempre più con gli anni si andò avvicinando ad una fosca dolorosa religiosità, ad una affascinata contemplazione della morte, e sempre più andò cercando i simboli (la nera Madonnina di Oropa; il paesaggio di Olanda; un quadro di Bocklin) che dicessero quella sua angoscia, e le forme espressive - da quelle alla Baudelaire a quelle parnassiane, da quelle simbolistiche a quelle dei più moderni pittori - che gli permettessero di effondere la sua tetra visione del mondo.

 

Insomma Camerana nel suo percorso poetico ha cercato sempre di aggiornarsi e di esprimere, con forme adeguate ai tempi, il suo profondo "mal de vivre" che lo avrebbe portato al suicidio.

Chiudo riportando l'elenco dei volumi pubblicati postumi, che riuniscono i versi di Camerana, seguiti dalle presenze del poeta piemontese nelle antologie più importanti e, infine, tre poesie che risalgono alla sua fase più dolente e visionaria.

 

Medaglia di Leonardo Bistolfi
(da "Poeti minori dell'Ottocento", UTET, Torino 1959, p. 657)

 


Opere poetiche

 

"Versi", Streglio, Genova-Torino-Milano 1907.

"Poesie", Garzanti, Milano 1956.

"Poesie", Einaudi, Torino 1968.

 


 


Presenze in antologie

 

"Poesie moderne (1815-1887)", raccolte e ordinate da Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1889 (pp. 289-290).

"I Poeti Italiani del secolo XIX", a cura di Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1913 (pp. 1127-1129).

"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (p. 234).

"Antologia della lirica italiana. Ottocento e Novecento", nuova edizione, a cura di Carlo Culcasi, Garzanti, Milano 1947 (pp. 125-126).

"La lirica moderna", a cura di Francesco Pedrina, Trevisini, Milano 1951 (pp. 301-304).

"Poeti minori del secondo Ottocento italiano", a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 244-256).

"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. III, pp. 70-81).

"Un secolo di poesia", a cura di Giovanni Alfonso Pellegrinetti, Petrini, Torino 1957 (pp. 25-26).

"Poeti minori dell'Ottocento", a cura di Luigi Baldacci, Ricciardi, Napoli 1958 (pp. 929-939).

"Poeti minori dell'Ottocento", a cura di Giuseppe Petronio, U.T.E.T., Torino 1959 (pp. 655-670).

"Poeti della scapigliatura", a cura di Mario Petrucciani e Neuro Bonifazi, Argalia, Urbino 1962 (pp. 161-204).

"L'antologia dei poeti italiani dell'ultimo secolo", a cura di Giuseppe Ravegnani e Giovanni Titta Rosa, Martello, Milano 1963 (pp. 57-61).

"Poeti minori dell'Ottocento italiano", a cura di Ferruccio Ulivi, Vallardi, Milano 1963 (pp. 459-471).

"Secondo Ottocento", a cura di Luigi Baldacci, Zanichelli, Bologna 1969 (pp. 1118-1122).

"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, Scheiwiller, Milano 1967-1972 (vol. 3, pp. 40-43).

"La Scapigliatura", a cura di Elio Gioanola, Marietti, Torino 1975 (pp. 198-222).

"Poeti della rivolta", a cura di Pier Carlo Masini, Rizzoli, Milano 1977 (pp. 119-123).

"Poesia italiana dell'Ottocento", a cura di Maurizio Cucchi, Garzanti, Milano 1978 (pp. 386-396).

"Otto secoli di poesia italiana", a cura di Giacinto Spagnoletti, Newton Compton, Roma 1993 (pp. 533-534).

"Poesia religiosa italiana", a cura di Ferruccio Ulivi e Marta Savini, Piemme, Casale Monferrato 1994 (pp. 567-570).

"Lirici della Scapigliatura", seconda edizione aggiornata a cura di Gilberto Finzi, Mondadori, Milano 1997 (pp. 199-234).

"Dagli scapigliati ai crepuscolari", a cura di Gabriella Palli Baroni, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2000 (pp. 231-251).

"Torino Art Nouveau e Crepuscolare", a cura di Roberto Rossi Precerutti, Crocetti, Milano 2006 (pp. 27-33).

"La poesia scapigliata", a cura di Roberto Carnero, Rizzoli, Milano 2007 (pp. 391-422).

"Poeti per Torino", a cura di Roberto Rossi Precerutti, Viennepierre, Milano 2008 (p. 17)

 

 

 

Testi

 

 

COROT

 

È autunno. Il parco tanto verde un dì,

Splendido tanto,

Intirizzisce nella nebbia; il canto

Cessò nei rami; ogni allegria finì;

 

È il triste ottobre. I fracidi sentier

Son seminati

Di foglie gialle e piene d’acqua; i prati

Fumano, come un immenso incensier;

 

Sullo stagno, che attonito squallor,

Che strana calma!

Forse lenta nel fondo erra la salma

Di qualche ondina dai capelli d’or;

 

Le bacian l’alghe flessuose il piè

Fatto di neve;

Non è una morta, è un’ombra bianca e lieve,

Una ideale trasparenza ell’è;

 

Nel buio specchio rigato qua e là

Di un tenue filo

Bianco, immerge la selva il suo profilo,

La selva sacra per antica età;

 

È autunno, è il pianto fùnebre, il respir

Dell’agonia;

Gravi echi d’arpa e strofe d’elegia

Paion dal lago e dalla selva uscir...

 

Cuorgnè, 1° ottobre 1878

 

(da "Poesie", Einaudi, Torino 1968, p. 13)

 

 

 

 

DIES ILLA

 

O tu che scendi la funerea valle,

Sotto il ciel di novembre, centenario

Fantasima dei monti ermi, le spalle

Dal troppo tempo affrante e dal dolor;

 

Tu che tremi, ed incespichi, e barcolli

Come al ribrezzo di qualche invisibile

Fossa, e sei giunto alle boscaglie, ai colli

Bianchi, ove il vento della vita muor;

 

Tu che puoi dir: «Finii la mia giornata;

Era un incubo, e la finii; le orribili

Pareti a picco, i gorghi, la implacata

Bruma, la notte rea, tutto varcai»;

 

Tu che puoi dir: «Sono stanco, ero la casa

Buia, la casa deserta da secoli,

Perduta in mezzo la campagna rasa;

Ero la frana che non cessa mai;


Sono stanco e curvo, un Golgota fu il calle,

Ma splende l'alba, il mar dei morti tremola...»

O tu che scendi la funerea valle,

Centenario fantasma viaggiator;

 

O tu immobile al suol, giallo carcame,

Vedi! - a te salgon le anelanti invidie

Come il fumo dal rogo, e nella infame

Pugna ti sognan le agonie del cor.

 

Nervi, 4 febbraio 1889.

 

(da "Poesie", Einaudi, Torino 1968, p. 144)

 

 

 

 

A LEONARDO BISTOLFI

 

Bistolfi, se al pensier tuo stanco arrida

Malinconicamente il contemplare, —

Lontan dalle plebee stupide grida, —

Le argentee nubi alte nel cielo e il mare

 

Nordico, vieni! — A noi fausto il migrare,

A noi prole di duol, verso la fida

Olanda immensa, e le sue dune e il mare

Che le flagella, il mar pieno di strida,

 

Pien di tuoni e di tènebra. — Vedremo

Harlem nebbiosa in fondo al piano, e il giro

Dei remoti mulini al filo estremo

 

Degli orizzonti; e sentirem, nel tetro

Silenzio vesperal, come un sospiro,

Passar di Ruysdael, grave, lo spetro

 

12 novembre 1892.

 

(da "Poesie", Einaudi, Torino 1968, p. 156)

 

domenica 26 settembre 2021

Poeti dimenticati: Angelina Lanza

 

Nacque a Palermo nel 1879 e morì a Gibilmanna nel 1936. Poetessa, ma anche prosatrice (scrisse un diario struggente ed un romanzo), l'opera letteraria di Angelina Lanza risulta fortemente condizionata dall'intensa religiosità che le apparteneva e dai gravi lutti familiari che contraddistinsero la sua vita. Rimanendo nell'ambito poetico, si nota un'attenzione particolare per determinati argomenti: l'umanità sofferente, la bellezza della natura, la religione, gli affetti familiari e la nostalgia per l'età infantile. Allo stesso tempo si possono identificare i punti di riferimento che ebbe la poetessa siciliana, e che corrispondono ai nomi di Giacomo Zanella, Giovanni Pascoli, Vittoria Aganoor e Ada Negri. La sua raccolta più famosa: La fonte di Mnemosine, corrisponde anche alla sua ultima; in seguito, infatti, la scrittrice siciliana si sarebbe dedicata quasi esclusivamente alla prosa.

 

 

Opere poetiche

 

"Le rime dell'innocenza", Sandron, Milano-Palermo-Napoli 1903.

"La fonte di Mnemosine", Sandron, Palermo 1912.

 


 


Presenze in antologie

 

"La poesia italiana di questo secolo", a cura di Pietro Mignosi, Edizioni del Ciclope, Palermo 1929 (pp. 80-82).

"La nuova poesia religiosa italiana", a cura di Gino Novelli, La Tradizione, Palermo 1931 (pp. 175-179).

"Sicilia, poesia dei mille anni", a cura di Aldo Gerbino, Sciascia, Caltanissetta-Roma 2001 (pp. 368-369).

 

 

Testi

 

LA DEMENTE

 

La demente ci guarda: nel lento

occhio l'ombra del suo smarrimento

erra appena; un istante, vi tremola

il velo d'una lagrima.

 

Poi, d'un tratto, ritorna sereno

l'occhio, il viso: un sorridere pieno

di soave ignoranza, una trepida

grazia è sul viso pallido.

 

Viso pallido, bianchi capelli!

Ma i suoi labbri, i suoi labbri son quelli

d'una bimba; son tumidi, rosei,

freschi come due petali.

 

Sono labbri che ridono; e nulla

li convelle al singhiozzo. O fanciulla

in eterno! di quale tuo spasimo

vien questo riso placido?

 

Di che schianto restò questo flutto

blando e lieve? - Non sai; poi che tutto

deponesti il dolore, e se lagrimi

forse è beatitudine.

 

Ché tu, sola!, movesti a ritroso

nella vita, e il cuor tuo doloroso

arretrando toccò nella tènebra

le fonti alte dell'essere.

 

Ritrovasti l'antico rifugio

dell'infanzia; e ti piacque l'indugio

alle fonti onde sgorga la torbida

vita ed il sogno limpido.

 

Ma tu al sogno ti volgi: tergesti

il tuo pianto per sempre; mettesti

altre gemme. Carezzi la bambola,

sei novamente vergine.

 

(da "La fonte di Mnemosine", Sandron, Milano-Palermo-Napoli 1912, pp. 35-36)

 

 

 

 

AVVERTIMENTO

 

Non uccidere la formica

che va lenta per la tua via,

non esser tu, buona, nemica

al ramarro che fugge e spia,

 

non romper la zampa, non togliere l'ala

sottile al grillo, alla cicala.

 

Per un granello di frumento

trovato su l'orlo de l'aia,

non vedi che pena, che stento

ha la queta nera operaia?

 

Comincia coll'alba, finisce la sera,

spigolatrice e dispensiera.

 

Non vedi? il tuo sole godeva

il ramarro verde azzurrino,

ch'or dentro la tana solleva,

temendo, l'arguto capino:

 

ti dice: «mangiavo l'insetto nocivo;

abbi pietà, lasciami vivo.»

 

Non odi che fresco zampillo

di canto perenne nell'aria

vien da la cicala e dal grillo

per la campagna solitaria?

 

Se tu li tormenti per gioco e li uccidi,

chi canterà la nanna ai nidi?

 

(da "La fonte di Mnemosine", Sandron, Milano-Palermo-Napoli 1912, pp. 87-88)

domenica 19 settembre 2021

La perdita dei figli in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 

Molto probabilmente, nella vita di un essere umano, non esiste dolore, per quanto intenso, simile a quello che si prova nel vedere un figlio morire prematuramente. Sopravvivere alla propria prole è innaturale; quando questo tristissimo evento accade, i genitori non riescono a farsene una ragione. Le dieci poesie che ho selezionato esprimono in versi, il dolore di dieci padri che hanno dovuto sopportare il supplizio della morte di un figlio. In questi casi, la scrittura può divenire una valvola di sfogo; un modo per scaricare sul bianco delle pagine di un quaderno, una sofferenza estrema e insopportabile; certo, questa è soltanto una lieve consolazione, poiché il dolore, quando si verifica un lutto del genere, non può essere eliminato in alcun modo, e può rimanere ben presente per il resto della vita.

 


 LA PERDITA DEI FIGLI IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO


 

DISPERATA

di Jacopo Bocchialini (1878-1965)

 

Ti pregai con ciglia riarse

mi svelassi il bambino mio:

e svelarlo dovevi, o Dio,

se il tuo amore fu che lo arse!

 

Ma la voce a te non saliva,

dentro solo suonava al core...

Troppo in alto eri, o Signore:

ardea vana la fiamma viva.

 

Più non piansi: l'ira ti dissi

ch'era nata del mio dolore;

poi che vano era il mio amore

del mio odio solo rivissi.

 

E la bocca io n'ebbi amara,

n'ebbi amara tutta la vita;

ma pur l'ira cadea sfinita,

come un'onda sempre più rara.

 

Perché torno? Né odio né amore

a te guida il core riarso:

se demente egli t'è apparso

tu perdona al misero cuore.

 

Più non sono quel ch'ero, o Dio:

membra ho stanche, cuore distrutto;

nulla chiedo, perduto ho tutto...

ma rivelami il figlio mio!

 

(da "Nido nella siepe", Treves, Milano 1921, pp. 18-19)

 

 

 

 

IL DESERTO

di Edmondo Corradi (1873-1931)

 

Ell'era tutta bianca, in suo candore

di neve. E neve giù dal ciel di piombo

scendeva lentamente sulle siepi

sui sentieri deserti, sovra i campi

che si stendeano, muti, in lontananza.

Andava ella così nell'infinita

immensa solitudine ghiacciata.

E camminava così lieve, che

il suo piede sui margini, non una

traccia lasciava. A qual meta traeva

la leggiadra parvenza? A lei d'intorno

protendean le ramaglie desolate

i rami brulli, che piegavan sotto

il peso della neve. Io la seguivo

con lo sguardo smarrito. A poco a poco

la parvenza spariva. D'improvviso

tutto dinanzi a me fu bianco candido

sotto il cielo di piombo, e l'aer grigio

infuriò tra le piante e un cane sperso

in lontananze ignote, fece il verso

del lupo. Udii una squilla vibrare...

e non la vidi più. Sulla bambina

la neve cadde, ancora, ancora, ancora!

E una squilla vibrò lenta, sonora

e un canto malinconico diffuse

nell'aria morta le sue note. Morta!

 

(da "Dolce infanzia serena", Cappelli, Rocca S. Casciano 1919, pp. 67-68)

 

 

 

 

ZITTI! ZITTI!

di Luigi Crociato (Luigi Krischan, 1870-1935)

 

Zitti, zitti, bambini!... Non e vero

che vota e la sua culla:

È stato un sogno mesto e passeggero.....

Egli e là che trastulla...

È la il mio ninnolo,

la il mio Chinucci,

che imboccia per i tiepidi

molli labbrucci,

perché del bacio il fiore

se ne dischiuda, e olezzi il primo amore.

 

La testolina a riccioli,

bavella rubiconda,

bambini, è la, guardatela...

Da gli occhi azzurri come un fiordaliso,

oh, quanta e inenarrabile

soavità profonda...!

 

Eppur, non mai che brillino

d'un unico sorriso,

i belli e benedetti

melanconici occhietti...!

 

Con morbido ditino

le cose ei tocca appena;

non so perché; il mio Chino

forse le prova, e forse n'à gran pena...

 

Non à ancor data mai parola alcuna...

Forse quell'aura cerula

ch'annimba la sua cuna,

oscilla ancor di musiche

udite non so dove... Zitti... Zitti...!

Àn molto sonno quegli occhietti afflitti...

 

Non è ver che de l'alba

era in quel dì piu bianco...

Era una luce scialba,

e lui parea più stanco.

 

Ah, non è ver che un rigido

vento lo fe' di gelo...!

Ah, non è ver che l'angelo

è rivolato in cielo...!

Àn molto sonno quegli occhietti afflitti...

Bambini... Zitti... Zitti...

 

(da "Canta il selvaggio", Voghera, Roma 1912, pp. 37-38)

 

 

 

 

MORTE DI OFELIA

di Auro D'Alba (Umberto Bottone, 1888-1965)

 

M'hanno detto che fuori c'è il mondo

il mondo di prima.

Non l'ho creduto

e mi sono accostato al davanzale.

 

Ho visto passare gente

che non vestiva di nero,

l'erba negli orti, i giardini fioriti

il cielo d'un azzurro spietato.

 

Sono fuggito per non gridare.

 

Ma poi son tornato a guardare

se mi fossi ingannato.

No, non può essere vero

che tutto il mondo di prima

s'agiti ancora.

Forse non sanno

gli uomini

le cose

il sole

(ma il Cielo dovrebbe sapere)

che tu non cammini più

non cammini più sulla terra

dove ridendo imparasti il dolore.

 

Più tardi il Cielo si è messo a tremare.

 

Uomini, fermatevi un attimo,

spegnetevi, stelle,

è morta la mia creatura!

 

(da "Poesie", Ceschina, Milano 1961, p. 109)

 

 

 

 

I RIMASTI

di Giuseppe Gerini (1895-?)

 

La morte non discrimina,

Figliola.

Figlia mia, Figlia rapita

ancor giovane e bella.

 

E siamo noi, oggi,

tua madre ed io che ti generammo,

sono con noi

questi due stretti orfani...

 

i rimasti.

 

Forse, Signore,

per amare di più in questo esilio

fissando di qui lo sguardo,

che le lacrime

d'ora in ora fanno

più limpido e fermo,

nella vera eternità.

 

(da "Poesie 1928-1962", Guanda, Parma 1963, p. 157)

 

 

 

 

VORREI DORMIRE IN QUEL CAMPOSANTINO

di Corrado Govoni (1884-1965)

 

Vorrei dormire in quel camposantino

di Monte, nel paese di mia madre;

e sul lato del cuor, con me mio figlio.

Per spaventare il piccolo Aladino

lo portammo a veder dietro la casa

nella sua grotta l'orco sagginato

che russava col muso dentro il truogolo,

e le fate in castigo alla capanna

di gambi di granturco, oche spennate.

Era il tempo dei fieni; e i falciatori

si gettavano chicchirichì allegri

da collina a collina per richiamo.

S'apre lì in fondo all'aia col suo carro,

con le pervinche nere delle croci

ch'io vidi tutte curve dalla pioggia

con l'erba, il dì che fece il temporale:

di lì sbocciò l'arcoceleste; e il tuono

rotolò così basso e così gaio

come un sacco di noci sul granaio.

 

(da "Poesie 1903-1958", Mondadori, Milano 2000, p. 312)

 

 

 

 

LA MORTA

di Marino Marin (1860-1951)

 

Selva d'acacie in fior, tu lenta al giallo

mattin di tenui gocciole t'imperli,

né ancor dai remi il chioccolio de' merli

risponde lo squillar rauco del gallo.

 

Un brivido ha il silenzio alto fra l'erbe

qual se una larva innanzi al dì s'involi:

l'alto silenzio ha voci di dolore:

su lente acque, per via, cadono acerbe

lacrime e scarsi rai: noi siamo soli;

soli, ed a lei ne li occhi il riso muore.

Perché? Vede ella pur, tra fiore e fiore,

come io vedo, implorare umile e affranta

l'Altra, la Morta, questa larva santa

che fugge a lo squillar rauco del gallo?

 

(da "Luci e ombre", Zanichelli, Bologna 1904, p. 143)

 

 

 

 

CAMMINAVI DIETRO A NOI

di Angiolo Silvio Novaro (1866-1938)

 

  Camminavi dietro a noi, e ora siamo noi che camminiamo dietro a te.

  Ti dicevamo. Così va fatto, Jacopo — e tu c'insegnasti come va fatto, e per sempre.

  Questo amore da cui discendevi, è esso ora che sale e ti cerca come il moribondo l'ossigeno.

  Tu che ricevesti la vita, sei tu che ora ce la dispensi.

  Chi ti nutriva si nutre di te, si colora di te, si orienta in te. Si volge a te per sapere che nome dare alle sue ore. La speranza ha il tuo volto. La felicità ha il tuo volto.

  Questo amore che si credeva qualcuno, è la tua umile e mansueta ombra. Si credeva tuo padrone, e ti serve in ginocchio. Pensava esistere senz'aiuto, e tu gli sei indispensabile. Il suo timone sei tu, la sua stella polare sei tu.

  Esso che ti giustificava, sei tu ora che lo giustifichi — e per sempre.

 

(da "Il fabbro armonioso", Treves, Milano 1922, pp. 15-16)

 

 

 

 

LETO VI

di Leonida Répaci (1898-1985)

 

Principia a nevicare

e io penso a quel bambino

che dorme nella zolla.

Questa neve che ora lo copre

egli non l'ha mai veduta

giacché neppur per un attimo

nel passaggio dal grembo materno

a quello della terra

ha aperto gli occhi.

Qualche voce gli dirà

che quel mantello posatosi

su lui è un regalo

di Natale ai bambini

nati morti.

Piccolo re immobile

di un presepe di ombre

egli aspetterà nella culla

gelida i Magi che invece

di oro incenso e mirra

gli portino quel latte

che ora soffre di non potere

sgorgare dal seno della madre

pallida.

 

(da "Poesie", Rubettino, Soveria Mannelli 1999, p. 84)

 

 

 

 

GRIDASTI: SOFFOCO

di Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

 

Non potevi dormire, non dormivi...

Gridasti: Soffoco...

Nel viso tuo scomparso già nel teschio,

Gli occhi, che erano ancora luminosi

Solo un attimo fa,

Gli occhi si dilatarono... Si persero...

Sempre ero stato timido,

Ribelle, torbido; ma puro, libero,

Felice rinascevo nel tuo sguardo...

Poi la bocca, la bocca

Che una volta pareva, lungo i giorni,

Lampo di grazia e gioia,

La bocca si contorse in lotta muta...

Un bimbo è morto...

 

Nove anni, chiuso cerchio,

Nove anni cui né giorni, né minuti

Mai più s'aggiungeranno:

In essi s'alimenta

L'unico fuoco della mia speranza.

Posso cercarti, posso ritrovarti,

Posso andare, continuamente vado

A rivederti crescere

Da un punto all'altro

Dei tuoi nove anni.

Io di continuo posso,

Distintamente posso

Sentirti le mani nelle mie mani:

Le mani tue di pargolo

Che afferrano le mie senza conoscerle;

Le tue mani che si fanno sensibili,

Sempre più consapevoli

Abbandonandosi nelle mie mani;

Le tue mani che diventano secche

E, sole - pallidissime -

Sole nell'ombra sostano...

La settimana scorsa eri fiorente...

 

Ti vado a prendere il vestito a casa,

Poi nella cassa ti verranno a chiudere

Per sempre. No, per sempre

Sei animo della mia anima, e la liberi.

Ora meglio la liberi

Che non sapesse il tuo sorriso vivo:

Provala ancora, accrescile la forza,

Se vuoi - sino a te, caro! - che m'innalzi

Dove il vivere è calma, è senza morte.

 

Sconto, sopravvivendoti, l'orrore

Degli anni che t'usurpo,

E che ai tuoi anni aggiungo,

Demente di rimorso,

Come se, ancora tra di noi mortale,

Tu continuassi a crescere;

Ma cresce solo, vuota,

La mia vecchiaia odiosa...

 

Come ora, era di notte,

E mi davi la mano, fine mano...

Spaventato tra me e me m'ascoltavo:

È troppo azzurro questo cielo australe,

Troppi astri lo gremiscono,

Troppi e, per noi, non uno familiare...

 

(Cielo sordo, che scende senza un soffio,

Sordo che udrò continuamente opprimere

Mani tese a scansarlo...)

 

(da "Poesie", Newton Compton, Roma 1992, pp. 180-181)



Iliá Repin, "Ivan il Terribile e suo figlio"
(da questa pagina web)