mercoledì 1 novembre 2017

I morti in 20 poesie di 20 poeti italiani del XX secolo

Nell'imminenza del giorno dedicato a tutti i defunti ecco venti poesie che parlano dei morti. Ma l'argomento di questi versi quasi mai riguarda la ricorrenza del 2 novembre; ogni poeta qui ricorda le persone scomparse a modo suo: chi le vede arrivare in casa, attirate dal profumo di tipici dolci; chi prega per la loro pace, chiamandole per nome ad una ad una, in attesa di rincontrarle; chi fa strani ragionamenti sull'età dei vivi che supera quella dei morti; chi ha una visione fraterna delle anime defunte, e le immagina sofferenti per non poter più vedere i propri figli e tutte le cose a cui erano profondamente legate; chi medita o si fa domande sul destino di chi varca il confine della vita; chi vede un legame indissolubile e invisibile tra i morti ed i viventi; chi, da buon cristiano, confessa di attendere con trepidazione il momento del trapasso "per conquistare la resurrezione / della carne dell'anima e del volto"; chi dedica una poesia a coloro che non hanno potuto usufruire di una sepoltura perché troppo poveri; chi, pur pensando spesso ai propri cari scomparsi, ammette di non frequentare i cimiteri e di non amare i fiori; chi vede queste anime trapassate aggirarsi in vari luoghi e in diverse situazioni; chi pensa agli amici morti; chi descrive le usanze del paese nativo allorquando qualcuno viene a mancare... In ogni caso, protagonisti sono sempre i morti.



LE FAVE DEI MORTI
di Sandro Baganzani (1889-1950)

Quando vengono senza stazioni
le dolci fave dei Morti
quando vengono senza scarpe
le dolci fave dei Morti
quando hanno perso la strada
di su di giù
cavedagne vicoli lampioni
le dolci fave dei Morti
piacciono ai bambini morti.
Entrano senza bussare
si riscaldano al focolare.
Bambole chicche fucili
non toccano che le fave dei Morti.
Hanno fatto la via
che si scaldino al focolare
anche ai morti del loro sangue.
Andiamo per la sagra
dei Morti.
Vengono senza scarpe
vengono senza stazioni
tutti in fila dietro a loro.
Entrano senza bussare.
Non li vede neanche la luna
non li sente neanche il cane.
Partono senza mangiare
neanche una
delle dolci fave dei Morti
bimbi e vecchi - alla mattina.
Restasse almeno
l'impronta della vostra manina
sulle dolci fave dei Morti
miei piccoli morti,
per me.

(da "A bocca chiusa", Orione, Rovereto 1944)




A TARDA SERA
di Angelo Barile (1888-1967)

A tarda sera quando
prego pace ai miei morti,
ad una ad una vi chiamo per nome,
mie sensibili anime. In un lampo
a ciascun nome mi risponde il viso
desiderato,
e il sangue vi ripalpita vi segna
i suoi segreti.

Odono il mio sussurro anche gli anziani
che in grembo alla memoria
già posano quieti
e forse ancora anelano in cammino
per i valichi estremi al loro Cielo.
Un poco, andando, si volgono e alcuno
lontanamente sorride...
                       
                        Ma questi,
al mio cuore i più mesti,
che ieri appena spezzavano il pane
con noi sotto la lampada e nell’ombra
son passati tenendosi per mano,
lo sguardo al focolare:
questi quando la sera
chiamo per nome i miei morti, li vedo
ancora fermi, ancora
trepidi e tesi di là della porta
non richiusa, che geme.

Ecco mi fate cenno, anime care,
d’incamminarci insieme.

(da "Poesie", Scheiwiller, Milano 1986)




I MORTI NON INVECCHIANO
di Arnaldo Beccaria (?-?)

I morti non invecchiano
nel tempo congelato delle tombe.
Sono i vivi che invecchiano:
raggiungono e sorpassano
l'età dei propri morti;
sì che il figlio è più adulto di suo padre,
è, per età, fratello di sua madre.
"La distanza più breve fra due punti
è quella che li unisce
con una linea retta",
i morti sanno questa Geometria.
Immoti nella loro età perenne,
li vedono invecchiare
ora per ora i vivi,
andando senza posa,
quand'anche abbiano l'aria d'ignorarlo,
verso di loro. Sanno che dovunque
essi vadano, i vivi, che qualunque
cosa essi facciano,
sempre, a ogni momento,
la distanza fra essi e loro è quella
che congiunge i due punti
con una linea retta.

(da "Sull'orlo del cratere", Mondadori, Milano 1966)




FRATELLI
di Umberto Bellintani (1914-1999)

I poveri morti sono miei fratelli,
passeggio con loro per il cimitero,
non vi è nessuno che abbia il cuore felice.
Chi ha ucciso, rubato, o disprezzato
in questa vita così fatta per gli uomini;
chi è penetrato nottetempo nel campo del vicino
e ha distrutto le colture, e chi la donna
dell'amico ha condotta a perdizione.
Ma non per questo nessuno v'è che peni;
ognuno soffre la montagna della morte
che gl'impedisce di vedere il proprio figlio
e la sua donna, la casa, il campo amato,
un volto amico, un arnese, umili cose.

I poveri morti sono miei fratelli,
passeggio con loro per il cimitero,
non vi è nessuno che abbia il cuore felice.

(da "Nella grande pianura, Mondadori, Milano 1998)




I MORTI
di Attilio Bertolucci (1911-2000)

Lascia che lo squallore dell’autunno
distenda la nebbia bassa sulla terra
e il giorno avanzando lunghe nubi
chiudano nevose il cielo lontano.

La fragile spoglia degli alberi (quelle
gaggìe e siepi deserte e solitarie)
trema per un volo troppo raso
di passeri, è il tempo più grigio

e dolce dell’anno, prima ancora
che brilli la bacca improvvisa
dell’inverno. Lo scricciolo
lo saluterà col suo becco minuto.

L’uomo cammina solo e le foglie umide
che gli ingombrano il passo per i campi
non lo lasciano andare lontano, se pure
una turba familiare lo chiami, confusa

nella ruggine lacrimosa delle ultime piante.

(da "Le poesie", Garzanti, Milano 1992)




SE I MORTI SONO VERAMENTE MORTI
di Carlo Betocchi (1899-1986)

Se i morti sono veramente morti
allora noi non siamo vivi, ché
della loro già morta vita
andiamo tutti i giorni nutrendoci,
spesso inconsapevolmente, e quasi
dormendo, come bambini alle poppe
materne, a volte assopiti, e come in sogno.
Che quanto la veglia ci nutre il sogno,
e i morti come la vita ci nutrono, in una
inestinguibile catena di tramonti.

(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1984)




AI MORTI
di Ugo Betti (1892-1953)

Quale topo a noi rode nella memoria
l'amato ovale del vostro viso? E perché,
se di esso s'anima il pallido
lastrico dei sogni, remoto
s'oblia quell'occhio che di noi gioiva
né lo chinano le discolpe
che ardono il guanciale dei vivi?
Quali segreti ci divisero, quale
carico, notturni giudici,
imputate a coloro che dal vostro
oscuro ramo pendono, feriti
dal sole ancora? Alle chete
stanze dove il respiro
vostro alitò, o là dove
odora d'orto la vostra aiuola,
viene talvolta un passo
solitario. Voi cerca.
Ma voi lo udite? Tremò
quel giorno il vostro fresco
sonno al Dies Irae quando
tuonò su voi piegando
le fiamme dei ceri? O partiti
già eravate come da coltri
rovesciate un tepore?
Ma se non siete dove
vi ponemmo, quale cosa
di voi fuggì? Quel raggio
che punse la notte quando
vagiste, ancor vola
procellaria impetuosa,
o cadde come fa muto un respiro?
Polvere in noi d'antica fola
dunque è quella gloriosa
fuga che c'innamora?
Ma quale brezza allora
recò a noi l'inebriante
polline, a questa dimora
straniero? E voi da questa
dimora veramente vi alzaste
fumo leggero?
E compone voi ancora
quell'inasprita stilla
che fa nostra e di noi amara
una memoria, una ferita? O è
davvero morte una quiete
che sé e tutto ignora
simile a quella che l'uomo
stanco sospira, donde
spiraglio più non traluca?
Da tale vana cupa
ripa dunque piombavano i nostri
bisbigli, i passi che intorno
a noi gremivano il giorno?
Non per altro compenso
la pupilla nostra s'aprì
nel buio eterno? Evento
d'un sogno, ciò che l'invaghì? E d'un sogno
queste domande, che io
vo sillabando
e soltanto le ode
il silenzio? Così
le divago e di ciò le sere inganno
come chi dentro vuote
stanze fra sé parla e crede,
di sé sorpreso, d'altri
la lieve eco.

(da "Poesie", Cappelli, Rocca S. Casciano 1957)  




MORTI
di Bartolo Cattafi (1922-1979)

I morti ci sono addosso
sparsi qui attorno come una pioggia
muschio dietro alberi muri e macigni
ci guatano per quel tanto di confuso
di tenebra inclusa nella luce
di luce in paludi appiccicose
che il transfuga ricorda a mezzagamba
cose egregie sbatterono
impiccate agli alberi di giuda
e le mie mani nei neri mercati
commerciano con mani di defunti
stringono patti menzogneri
si congiungono in false preghiere.

(da "Occhio e oggetto precisi", All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano 1999)




I MORTI
di Girolamo Comi (1890-1968)

Ossa aride, carne sgretolata,
fibre dissolte, voi sapete il sale
- poi che l'ora terrestre è consumata -
del corpo umano ch'è spirituale.

Or che il silenzio è vostro nutrimento
approfondite il sapore e il dono
di vostra gioventù che morta al mondo
si veste d'ali per un altro avvento.

Scheletri logorati, ossa leggere
- nel sottosuolo dove spenta vige,
Umanità, la tua divina effige -

come voi aspetto d'essere sepolto
per conquistare la resurrezione
della carne dell'anima e del volto.

(da "Sonetti e poesie", Ceschina, Milano 1960)




GLI AMICI MORTI
di Luigi Fallacara (1890-1963)

Là dove resta il vostro dì perduto
è un'ombra di cui siete e parte e tutto;
non tanto vostra era la vita intensa
che vi rapiva con la sua violenza.

Ci gettate così uno sguardo d'ieri,
o diventato a un tratto così intero;
perché viva il ricordo a quel baleno
tenta il perpetuo il tempo che non viene.

O voi senza più attendere d'eventi,
o voi per sempre fermi a quel momento
che per gli altri soltanto passa, diteci

se anche il vostro amore è stato, o amici,
per restare tale interamente accolto
dove non cambia più la voce, il volto.

[da "Poesie (1914-1963)", Longo, Ravenna 1986]




IO PENSO AI MORTI
di Alfonso Gatto (1909-1976)

Nella pioggia che batte e scioglie i cieli
– i grandi cieli all’improvviso soli –
io penso ai morti, udranno a lungo i treni
chiamare in sogno, le città perdute
e dare ai nomi dell’addio la voce
che resta della sera.

Sei, a chiamarti, il nome delle sere
che non risponde, ma potresti avere
bisogno del racconto, d’una voce,
per questa pioggia che ti fa più sola
dei lumi senza requie.
                      Tornerai
dalle musiche morte, dalle gronde
dei tuoi mattini, amore che riprendi
dal naufragio l’ala del tuo volo.

(da "Poesie d'amore", Mondadori, Milano 1973)




AI SENZA-TOMBA
di Ofelia Mazzoni (1883-1935)

Ultimissimi morti
che non opprimete la terra,
di mausolei e di croci
e non ribadite
- con epigrafi - menzogne in terra,
candidi morti (i più poveri!)
che nudi vi restituiste
all'inscrutabile Tutto
- che ne faccia suo fiore suo frutto -
e, anime nude, veloci
più dell'altre a Dio risalite
(la cui pietà ogni carico vi toglie)
vi diligo, umilissimi morti!
con le vostre, nella necropoli
che sconfinata v'accoglie,
son di mio padre le spoglie,
e con le vostre l'anima paterna,
per virtù del patito dolore,
in dolcezza s'eterna
e gode l'Infinito dell'Amore.

(da "L'oro del tramonto", Bocca, Milano 1933)




FESTIVAL DEI MORTI
di Marino Moretti (1885-1979)

Un vecchio dirà sempre arrivederci
se rifiuti il pensiero ultimo, e intanto
non vedrà il camposanto
se non per rimanerci.

Ed io non mi ci trovo da qualche anno.
Non vado da mia madre. Ella mi scusa.
Sa che, pur come s'usa,
sfuggo ogni cosa ch'operi a mio danno.

Lo sanno i miei che furon già mia guida,
più che da cinquant'anni nell'avello,
col povero fratello
di cui ci vergognammo, suicida.

Come lontano il dramma di famiglia!
Come remota questa idea del dramma!
L'angoscia della mamma
che a nessun altro spasimo somiglia...

Non amo i fiori. Un vecchio non li vuole.
Fiori e tumolo son la stessa cosa.
E ch'è mai una rosa
che lambe un marmo con nome e parole?

Una mestizia finta dei più accorti
s'incontra qui con certa compagnia...
Ma non spiace una sorta d'allegria
al festival dei morti.

Il vecchio inascoltato
può ricordare il tempo della culla,
non già l'opera sua che ormai s'annulla
nel terminare il tempo che gli è dato.

Non ci fu interna voce
aspra e dolente insieme
che insegni a fare ciò che non si fece;

e non preghiera che si muti in "prece"
e non speranza che divenga "speme"
in cimitero all'ombra della croce.

(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1966)




SERENO DEI MORTI
di Sergio Ortolani (1896-1949)

Al tempo chiaro, al lieve andar del vento,
votato in canto per l'alto sereno,
a stilla a stilla anche l'angoscia sveno.
Basta lo sguardo al mio consentimento.

Ora di grazia: e come ancora duole
il confidarla a questo canto. Io sono
umiliato nelle mie parole.
Solo quanto ho sofferto mi perdono.

Nel roseo lume che inserena il monte
mi ricontempla amor, come amor tace.
Fossa di pioggia, mia povera fonte,
il poco specchio rendi a questa pace.

(da "Poesie", Mondadori, Milano 1957)




I MORTI
di Lucio Piccolo (1901-1969)

                           Un'ombra
che s'allungò su la credenza,
o nel cortile sotto la caldaia
l'occhio che ancora luce
quando tutto è spento,
soltanto questo, ma sono
i morti. Male non fanno, che può
un flusso di memoria
senza muscoli o sangue? terrore
dei vani al crepuscolo, bianche
ombre, movenze agli spiani
tesi di luna nei sogni infantili...
Pure un turbamento sono, nelle sere
sommesse - pazienza, preghiere.
Sono su le giogaie e i passi
dei monti, anche nei giorni
quando spiegato è calmo il manto
delle domeniche a frange d'oro...

(da "Plumelia", Scheiwiller, Milano 1967)




I MORTI
di Antonia Pozzi (1912-1938)

Siedon sul grembo dei prati
a un crocicchio di strade:
odon fruscìo di ruote per la china,
bimbi e cavalli saltare le siepi.

Sentono il tuono venire,
gli scrosci sul nudo fieno
(quando gli uomini per salvarlo
escono dalle case
coi corpi protesi alla terra).

Ogni sera,
prima che il campanile verde sbocci in suono,
si domandan se la cresta del monte
non disegni un bambino riverso
dormente su loro.

Poi, quando nel cavo degli occhi
corolle sperse di campane
scendono a bere,
lenti essi volgono il volto
ai cancelli:
se d'autunno un pastore s'attardi
senza timore a rompere il suo pane
e il gregge chiaro si prema alle sbarre.

Allora ridono i morti
piano fra loro:
sognano lieve e più calda la notte.

(da "Parole", Garzanti, Milano 1998)




I MORTI
di Salvatore Quasimodo (1901-1968)

Mi parve s'aprissero voci,
che labbra cercassero acque,
che mani s'alzassero a cieli.

Che cieli! Più bianchi dei morti
che sempre mi destano piano;
i piedi hanno scalzi; non vanno lontano.

Gazzelle alle fonti bevevano,
vento a frugare ginepri
e rami ad alzare le stelle?

(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1995)



I MORTI AMICI
di Umberto Saba (1883-1957)

I morti amici rivivono in te,
e le morte stagioni. Che tu esista
è un prodigio; ma un altro lo sorpassa:
che in te ritrovi un mio tempo che fu.

In un paese m’aggiro che più
non era, remotissimo, sepolto
dalla mia volontà di vita. È questo
il bene o il male, non so, che m’hai fatto.

(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1994)




I MORTI
di Leonardo Sciascia (1921-1989)

I morti vanno, dentro il nero carro
incrostato di funebre oro, col passo
lento dei cavalli: e spesso
per loro suona la banda.
Al passaggio, le donne si precipitano
a chiudere le finestre di casa,
le botteghe si chiudono: appena uno spiraglio
per guardare al dolore dei parenti,
al numero degli amici che è dietro,
alla classe del carro, alle corone.
Così vanno via i morti, al mio paese;
finestre e porte chiuse, ad implorarli
di passar oltre, di dimenticare
le donne affaccendate nelle case,
il bottegaio che pesa e ruba,
il bambino che gioca ed odia,
gli occhi vivi che brulicano
dietro l'inganno delle imposte chiuse.

(da "La Sicilia, il suo cuore", Bardi, Roma 1952)




I MORTI
di Rocco Scotellaro (1923-1953)

Una selva di pini su un colle
la città della gente defunta
il cimitero.
All'anime vostre
parlo
o trapassati.
Un posto
tra voi preparate
a quest'anima mia?
Voi mi direte certo di tutto
ché il vostro volto
alla morte
fu quello del mistero.

(da "Margherite e rosolacci", Mondadori, Milano 1978)



Caspar David Friedrich, "The Cemetery Entrance"



domenica 29 ottobre 2017

10 santi in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

Appropinquandosi il giorno di Ognissanti, mi pare opportuno pubblicare un post in cui dieci poeti italiani del Novecento parlano di dieci santi più o meno famosi. Come si noterà, ci sono degli apostoli come Giovanni e Pietro; delle sante molto popolari come Chiara d'Assisi e Caterina da Siena; c'è (e non poteva mancare) San Francesco d'Assisi e, infine, vi figurano anche alcuni santi tutt'ora molto presenti nell'immaginario popolare, soprattutto per gli aneddoti quasi leggendari riguardanti la loro vita, che, attraverso i secoli si sono diffusi tra la gente di tutte le classi sociali. Alcuni santi sono qui descritti per un episodio particolarmente significativo della loro esistenza: Agostino, per esempio, lo si vede nel momento in cui incontra un angelo in forma di bambino; Stefano invece, è colto nel momento terribile del martirio (morì in seguito a lapidazione). Martino e Rocco sono raffigurati in modo classico: il primo durante uno dei suoi molti pellegrinaggi; il secondo, sempre in cammino, in compagnia del suo immancabile, fedelissimo cane. Buona lettura.



L'APOSTOLO GIOVANNI
di Antonino Anile (1869-1943)

O di Gesù discepolo diretto
se nelle soste dell'andare amavi
piegare il capo sul divino petto
di Lui, dimmi ora tu quel che ascoltavi.

Certo gli occulti a noi moti soavi
onde accestisce il grano dal costretto
germe in ombra e 'l pulsar dei tronchi gravi
ad urger linfe al fiore in cima eretto;

e come ai nidi, a tessere leggiadre
piume, si seguan premurose l'ore
e nasce l'ala; e come l'aria gode

cullare il canto ancor prima che s'oda.
Tu ascoltavi in quel cuore d'ogni cuore
il ritmo: la profonda ansia del Padre.

(da "Nuovi sonetti religiosi", L'Eroica, Milano 1931)




CHIARA DI ASSISI
di Renzo Barsacchi (1924-1996)

Era un fresco mattino
colmo di uccelli nuovi e sopra il nitido
filo dei monti camminava l'aria
nei suoi veli purissimi.

                                Leggevo
di Chiara, gli occhi a stella
aspri di luce come la fece Simone,
curva quel tanto come piega il vento
l'esilità del giglio.

                               E rivedevo
quando impose a fratel Bentivenga
di andar per olio per le sue sorelle
e le lampade asciutte.
Ripensavo alla sua casa di pietra
semplice e nuda come l'acqua che brilla
di se stessa, all'immane
gioia che vi stava
                         e alle mie stanze ingombre
d'inutile e di troppo, alla mia vita
sonora dei campani dei lebbrosi.

(da "Marinaio di Dio", Nardini, Firenze 1985)




MARTIRIO DI SANTO STEFANO
di Elena Bono (1921-2014)

Non più difende col gomito
il gracile viso.
Giace nel sangue
prega e piange piano.

(da "Alzati Orfeo", Garzanti, Milano 1958)




SAN MARTINO (DA UN ALBUM)
di Vincenzo Cardarelli (1887-1959)

Sempre ti vedo e penso, San Martino
solo soletto e di notte in cammino
Ed è la notte dei tempi, un piovoso
Medioevo remoto e pauroso.
Sei così rustico, sei così antico,
e così serio in volto e così amico!
Vai per terre e per borghi a passi eguali,
buon pellegrino, e liberi i mortali
d'ogni male, fai piovere e ristare,
della campagna nume tutelare.
Magno Martino, santo parrocchiano,
tutto tu puoi sul popolo cristiano.
A un tuo cenno è sconfitto anche il demonio
che tentò nel deserto Sant'Antonio.

(da "Opere", Mondadori, Milano 1981)




SANT’AGOSTINO
di Giovanni Cena (1870-1917)

Sant'Agostino assorto in suoi austeri
problemi andando un giorno in riva al mare,
vide un fanciullo intento a singolare
trastullo; ond'egli uscito di pensieri,

rise e disse: "Che fai, bambolo, speri
il mare in questi cerchi imprigionare?
E quei: "Meglio" rispose "che indagare
come tu fai terribili misteri!"

Così, tratte da facili miraggi
l'ingenue menti e gl'intelletti chiari
s'affaticano ancora in opre vane.

E ritentano ancor, pargoli e saggi,
in piccoletto cerchio accoglier mari
e l'universo in brevi menti umane.

(da "Poesie", Bemporad, Firenze 1922)




SAN FRANCESCO
di Luigi Fallacara (1890-1963)

San Francesco sente che l'anima
dell'universo è in lui solo una voce,
s'apre a donarla allargando le braccia,
perché suo strumento è la croce.

I piedi azzurrati s'affiggono,
metton radici nel profondo,
radici di chiodi turgidi
per cui sale il dolore del mondo.

Protese le mani sorreggono,
impeto di raggi, il cielo:
cala sulla faccia madida
lo splendore, come un velo.

Dalla ferita del fianco vivida,
sorga la musica ascosa,
profondo, profondo è il cantico,
il cantico dell'eterna rosa.

[da "Poesie (1914-1963)", Longo, Ravenna 1985]




MISSIONE DI PIETRO
di Alda Merini (1931-2009)

Quando il Signore, desolato e grigio,
ombra della Sua ombra incespicava
dentro il Suo verbo colmo di incertezza,
Pietro comparve, forte nella braccia
e nelle membra a reggerLo nel mondo...

Quando Pietro fu solo nel peccato,
quando già rinnegava il Suo Signore
e Lo vendeva a tutti nella frode,
Dio non comparve (si era già velato
per la notte più oscura profetata),
ma gli fece suonare dentro il cuore
le campane più vive del riscatto.
PIETRO FU IL PRIMO A IMMEGERSI NEL SANGUE!

(da "Fiore di poesia 1951-1997", Einaudi, Torino 1998)




SAN ROCCO
di Renzo Pezzani (1898-1951)

San Rocco è quel mendico
che ha un cane per amico,

un cane spelato, bastardo
ma di bellissimo sguardo.

Un cagnolino che va zoppo
col cacciator senza schioppo

perché di anime è cacciatore
san Rocco del Signore.

Van da piazza a casolare
che tutti li han visti passare,

dormire ai cantoni, chiedere un tozzo
di pane e un sorso d'acqua del pozzo,

e San Rocco parlare alla bestiola
come ai bimbi il maestro di scuola.

È un cagnino di pelo bruno
che a vedrlo non lo vorrebbe nessuno,

né per la greggia, né per l'aia,
ché non ringhia e non abbaia.

Ma San Rocco ne è contento:
ha il cane e non ha l'armento;

ha il guardiano e non ha la cascina;
ha un compagno quando cammina;

quando mangia ha un invitato,
quando ha freddo ne è scaldato.

Il cane zoppo, il saio liso
quattro passi dal Paradiso.

(da "Innocenza", S.E.I., Torino 1950)




SAN CLEMENTE
di Clemente Rebora (1885-1958)

A te apparve, San Clemente mio,
posto a morir coi martiri in esilio,
vita in prodigio, l'Agnello di Dio.
Non m'avviene così; a morte anch'io,
null'altro appare a me, mentre m'umilio.
che il corpo mio che si disfa vivo.
T'avvii tu al mare che t'ammanta
mentre invocano tutti il Ciel ti salvi:
e, suo Vicario, dolce lagrimando,
l'invocazion di Cristo tu ripeti:
- Accogli, Padre, lo spirito mio -
e l'ansito del mar fa coro immenso.
Non m'avviene così, che pur m'avvio,
senza far pianto né sentir consenso,
in un mar di miseria a sprofondare.

(da "Le poesie", Garzanti, Milano 1988)




LA VERGINE DI SIENA
di Giulio Salvadori (1862-1928)

Odo i cori degli Angeli inneggianti
te, Caterina, vergine potente.
Cantano il lume dell'accesa mente
onde ridean quaggiù gli occhi stellanti;

Cantano il cuore aperto agli altrui pianti,
la regal fronte inchina a ogni umil gente,
le braccia che accogliean maternamente
l'umiliata fronte degli erranti.

Cantano l'ineffabile dolore
onde morivi qui senza morire
pel gregge del Pastore abbandonato;

Cantan l'ardir magnanimo del core
onde tu, sola e povera, tra l'ire,
richiamasti il Pastor dal suo peccato.

(da "Ricordi dell'umile Italia", Libreria Editrice Internazionale, Torino 1918)


Annibale Carracci, "La lapidazione di Santo Stefano"