Paolo Wenzel è lo pseudonimo con cui si firmò Pietro Spinucci quando pubblicò i suoi versi su varie riviste del secondo dopoguerra. I suoi dati biografici sono molto scarsi: si sa soltanto che nacque a Comunanza, in provincia di Ascoli, nel 1921. Con lo stesso pseudonimo figura anche in diverse antologie poetiche che, a parte poco altro¹, contengono tutte le liriche dello scrittore marchigiano, il quale non pubblicò mai un volume di versi. Pochi sono anche i critici che si occuparono della sua poesia; tra di essi Valerio Volpini, che in un'antologia da lui curata avente come argomento principale la religiosità, inserì Wenzel come ultimo poeta della sua selezione; da tale antologia, ecco un breve estratto che fa parte della presentazione del poeta, e che precede i suoi versi:
Come si possa accedere alla lirica di Wenzel non è difficile discorso perché il poeta non ha voluto creare tra sé e il lettore un distacco ermetico, né si è chiuso nei confini brevi di un mondo letterario.
Spazia la sua poesia tra i ricordi felici di un paradiso perduto, ma l'infanzia trascorsa e l'adolescenza incantata non dànno l'avvio alle consuete malinconie, defunte ormai nel ritmo crepuscolare.
Una visione serena che scopre l'innocenza delle cose e il perché delle ombre, attraversa, nell'onda melodica dell'endecasillabo esperto della tradizione e dei nuovi acquisti, la parte più viva di questi paesaggi dell'anima.
Il susseguirsi delle immagini forma il legame esatto di questa lirica, protesa in un bisogno estremo di trascendenza. La realtà viene chiamata a riflesso delle stesse sembianze umane, a prendere i colori vivi di quei sentimenti che sono, ai nostri giorni, argomento di inquietudine e di speranze [...]².
Presenze in antologie
"Nuovi poeti", a cura di Ugo Fasolo, Vallecchi, Firenze 1950.
"Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea", Vallecchi, Firenze 1952 (pp. 485-497).
"La giovane poesia", a cura di Enrico Falqui, Colombo, Roma 1957 (pp. 333-334).
Testi
I DESIDERI MANTERRANNO INCERTA
I desideri manterranno incerta
la forma del mio Dio, come la luce
che rapida si muove da una cosa a l'altra
o l'altalena che tra sole e pioggia
sopra un culmine splendido ci issa
a filo delle pergole più alte,
poi rapida c'imbuca, e solo ha senso
quest'onda di sangue ripetuta;
non c'è scampo, mantenersi in alto
non dura, è un'altra morte
che misura il vuoto.
Così vidi
giostrare nel grecale, come fuoco
tra nube e nube, sofferente emblema
del mio spirito, il falco...
Oh poterlo legare al mio paletto
dove smania alla frusta del mai visto
il cuore: qualcosa d'imprendibile
che non s'avvera, una pena immortale
in un laccio straniero. Così chiesi
a Dio di sovrastarmi,
d'allevare incertezze, di spillare
la sua musica pazza sino in fondo.
(da "Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea", Vallecchi, Firenze 1952, p. 494)
L'AUTUNNO CHE IO VEDO
Com'è piccolo ciò che rifiorisce
e come grande ciò che muore in noi.
Ritentano le linfe stupefatte
alcuni rami della selva, invano.
Diventano di pietra le mie arterie
sul cui riflesso respirava il mondo.
Dilaga lentamente per la terra
il desiderio di un immenso autunno,
ed uno Spirito v'è che senza fretta
dall'alto attende che il gemito di vita
dentro il suo sguardo sia tornato pietra.
(da "La giovane poesia", Colombo, Roma 1957, pp. 333-334)
NOTE
1) Wenzel pubblicò poesie anche sulle riviste La Fiera Letteraria e Il Gallo.
2) Da Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea, a cura di Valerio Volpini, Vallecchi, Firenze 1952, p. 483.

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