Lattes è il nome di una casa editrice che fu fondata a Torino nel 1893 da Simone Lattes (1862-1925). Inizialmente si dedicò alla pubblicazione di opere letterarie i cui autori erano per lo più giovani scrittori e poeti italiani; in seguito allargò il campo delle pubblicazioni inserendovi diversi ambiti e discipline (furono stampate edizioni tecniche, scientifiche e scolastiche). Durante lo sciagurato periodo del regime fascista, per via della promulgazione delle leggi razziali, la Lattes fu costretta a mutare il proprio nome in Editrice Libraria Italiana. Nel frattempo Simone aveva lasciato la direzione al figlio Ernesto (1886-1937) e poi al nipote Mario Lattes (1923-2001); quest'ultimo oltre che all'editoria si dedicò all'arte, divenendo un apprezzato pittore e scrittore. Grazie a Mario infine la Lattes rifiorì nel secondo dopoguerra con un incremento dei locali aziendali e con la nascita del periodico artistico «Galleria». La casa editrice torinese è tutt'ora attiva, per lo più nel settore scolastico. A proposito del periodo iniziale di attività della Lattes, c'è da ricordare che diede alle stampe diverse opere poetiche di autori italiani provenienti da Torino e dintorni, più o meno giovani, che si andavano affermando proprio tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo; tra costoro si rammentano i nomi di Cosimo Giorgieri Contri, Arturo Foà, Amalia Guglielminetti e Carlo Chiaves. Ecco infine i testi di due poesie tratti da due volumi pubblicati dalla Lattes.
ANTICA SERA DI PIOGGIA
di Cosimo Giorgieri Contri (1870-1943)
Quando scendemmo per la via di Gàggiola
era la notte di settembre, oscura.
Non una stella: un ciel come di cenere,
non una fiamma in mezzo alla pianura.
Davanti a noi la lanternetta pensile
tra le acacie prolisse,
pareva un occhio che un'arborea palpebra
or sì, or no, coprisse.
Pur la notte apparìa dolce. Nell'aria
era un odor di pioggia settembrina;
discendevano canti di vendemmia
con le stornellatrici alla marina:
qualche cane abbaiava e nella tenebra
si udìan sue peste rade:
anche il respir si udìa che fanno gli alberi
quando la notte cade.
Ah! una goccia di piova... un'altra goccia...
ohimè la meta è ancor tanto lontana:
apri l'ombrello. Sciuperanno i ciottoli
tutte le trine della tua sottana.
Stringiti al braccio mio: dalle pozzanghere
ti salverò se mai;
e tu per premio un bacio ogni chilometro,
cara, mi assentirai.
Oh! il dolce peso del suo corpo giovine,
oh l'odore de' suoi capelli neri:
muover così nell'ombre che ci avvolgono,
tra questi colli, per questi sentieri,
e riudire i sogni dell'infanzia
dirmi all'orecchio, piano:
Resta con noi. Quel che sognasti è inutile,
quel che giungesti è vano.
Non resterò, voi lo sapete, o queruli
ammonitori. Ecco siam presso... Andiamo.
La bella sera di settembre, io mormoro:
e tu sorridi e mi rispondi: T'amo.
— Essi son là sui colli ove la pioggia
ricomincia il suo metro:
e ascoltan sempre s'io ritorni — è inutile,
sogni! — s'io torni indietro…
(da "La Donna del Velo", Lattes, torino 1905, pp. 109-110)
UNA VOCE
di Amalia Guglielminetti (1881-1941)
Una voce nell'ombra ha qualche volta
la morbidezza calda d'una cosa
tangibile. Non s'ode, non s'ascolta,
ma sul cuor che l'accoglie quasi posa
le sue parole ad una ad una, come,
quando langue, le sue foglie una rosa.
Se invoca piano, in ansia, un caro nome
par che vi tremi il mal represso ardore
d'un bacio non osato fra le chiome.
E di soverchia intensità essa muore
soffocata ed il pianto che l'assale
sembra il principio dolce dell'amore,
ed è l'inizio acerbo del suo male.
(da "Le Seduzioni. Le Vergini Folli", Lattes, Torino 1921, p. 53)

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