domenica 15 febbraio 2026

La poesia di Margherita Guidacci

 Margherita Guidacci nacque a Firenze nel 1921. Dopo gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di Lettere dell'università fiorentina, e ivi si laureò nel 1943 con una tesi incentrata sulla poesia di Giuseppe Ungaretti. Si dedicò poi a studi relativi all'anglistica e soggiornò per diverso tempo sia in Irlanda che nel Regno Unito. Nel contempo professò l'insegnamento di lingua e letteratura inglese in svariati licei della penisola italiana. Si sposò nel 1949 ed ebbe tre figli; visse per molto tempo nella capitale italiana, dove morì nel 1992. Pubblicò varie raccolte poetiche, traduzioni di poeti e scrittori anglosassoni (si ricordano in particolare quelle di J. Donne, E. Dickinson e J. Conrad); notevoli i suoi saggi critici sui poeti e i narratori americani. 

Personalmente parlando, la mia prima conoscenza con la poesia della Guidacci avvenne in seguito alla lettura di una antologia sulla poesia italiana del Novecento: captai immediatamente la bellezza dei suoi versi, e cominciai a cercare - senza successo - qualche sua raccolta nelle librerie romane; finalmente, circa sette anni dopo, ebbi modo di acquistare un libro con l'intera opera in versi della poetessa fiorentina; leggendola rimasi ancor più entusiasta e meravigliato sia dalla sua prolificità, sia dalla costante, altissima qualità dei suoi versi: da quelli dell'esordio agli ultimissimi. 

La poesia della Guidacci potrebbe essere inclusa nel cosiddetto "post-ermetismo", rappresentato da scrittori appartenenti a quella che Luciano Erba e Piero Chiara, in un'antologia da loro stessi curata, definirono "Quarta generazione" del XX secolo. Certamente la Guidacci ha caratteristiche tutte sue, che la differenziano alquanto da altri poeti coetanei; tanto per cominciare, per lei - come scrisse in una famosa autopresentazione - divenne fondamentale la lettura della Bibbia, e da ciò nascono le tante poesie di argomento religioso che caratterizzano in special modo le sue prime raccolte poetiche. Non di meno, ebbe presente certa poesia inglese che lei stessa tradusse ottimamente in italiano (i poeti "preferiti" dalla Guidacci erano John Donne, Emily Dickinson e Thomas Stearns Eliot). Per quanto concerne gli italiani, si può dire che la scrittrice fiorentina prese qualcosa da tanti poeti, di secoli lontani e vicini: Dante Alighieri, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Clemente Rebora, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Carlo Betocchi. Caratteristica indiscutibile, che appartiene all'intera opera poetica della Guidacci, è una limpidità, una chiarezza comunicativa che rende i suoi versi apparentemente facili alla lettura; dico apparentemente, perché in realtà i temi trattati sono spesso assai profondi e meditativi. Il tema principale che si riscontra dai primi agli ultimi versi è quello del "tempo", inteso come inesorabile declino della vita, che nel suo percorso diviene sempre più insopportabile a causa delle gravi perdite subite (già da bambina la Guidacci soffrì molto per la precoce scomparsa del papà). Una delle raccolte più toccanti e significative della poetessa fiorentina è Neurosuite (1970), che coincide con un periodo di profonda depressione e il conseguente ricovero in una clinica neurologica. L'ultima fase poetica della Guidacci è caratterizzata da elementi dissimili, a volte contrastanti (si va da argomenti che rientrano ancora una volta nei drammi personali, ad altri che spaziano dall'astronomia, alla mitologia e alla storia), ma sempre e comunque posseggono delle qualità indiscutibili, anzi, forse il meglio della sua produzione in versi è rintracciabile proprio in qui (si leggano poesie come Stella cadente o All'ipotetico lettore). Per chi voglia leggere un saggio veramente completo e inappuntabile sulla poesia di Margherita Guidacci, c'è la possibilità di farlo consultando l'Introduzione di Maura Del Serra al libro che ne raccoglie l'intera opera in versi: Le poesie (Le Lettere, Firenze 1999). Da detto volume trascrivo quattro bellissime poesie della Guidacci, precedute dall'elenco delle sue opere poetiche. 


Margherita Guidacci
(da questa pagina Web)



Opere poetiche


"La sabbia e l'Angelo", Vallecchi, Firenze 1946.

"Morte del ricco", Vallecchi, Firenze 1954.

"Giorno dei Santi", Scheiwiller, Milano 1957.

"Paglia e polvere", Rebellato, Padova 1961.

"Poesie", Rizzoli, Milano 1965.

"Un cammino incerto", Cahiers d'Origine, Luxembourg 1970.

"Neurosuite", Neri Pozza, Venezia 1970.

"Terra senza orologi", Edizioni 32, Milano 1973.

"Taccuino slavo", La Locusta, Vicenza 1976.

"Il vuoto e le forme", Rebellato, Padova 1977.

"L'altare di Isenheim", Rusconi, Milano 1980.

"Brevi e lunghe", Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1980.

"L'orologio di Bologna", Città di Vita, Firenze 1981.

"Inno alla gioia", Nardini, Firenze 1983.

"La Via Crucis dell'umanità", Città di Vita, Firenze 1984.

"Liber Fulguralis", La mela stregata, Messina 1986.

"Poesie per poeti", IPL, Milano 1987.

"Una breve misura", Vecchio Faggio Editore, Chieti 1988.

"Il buio e lo splendore", Garzanti, Milano 1989.

"Anelli del tempo", Città di Vita, Firenze 1993.

"Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999¹, 2020².

"Sull'alto spartiacque", Interno Poesia, Milano 2024.



Testi


Da "GIORNO DEI SANTI"


V

Molti ricordi ho di Novembre: troppe

Volte ha ormai teso l'arco

Sulla mia vita il freddo

Sagittario del cielo. E nel passato

Molte cose ritrovo che hanno un senso

Struggente, intenso, quale non avevano

Presenti, o allora non lo scorsi. Giorni

Di fanciullezza e le vacanze brevi

All'inizio di questo mese: erravo

Nella campagna, tra l'umide foglie

Ch'era una festa calpestare e spingere

Innanzi, inconsapevole

Allora anch'io come il vento; cercavo

Felci sull'orlo dei sentieri, lieta

Del loro odore amaro e del disegno

Variegato; vedevo

I cespugli rossastri a poco a poco

Trascolorare in un inerte grigio;

Acclamavo la prima

Stella di ghiaccio apparsa sopra il fango

D'una pozza. Nell'aria

Pungente, dove ogni grido d'uccello

Era come una lama, mi esaltavo

Più che nel sole estivo, della mia

Libertà…

                 Venne poi un Novembre in guerra,

I torrenti scendevano dai monti

Ricoprendo le strade dove i carri

Armati di tre eserciti stranieri

Nell'inseguirsi avevano scavato

Solchi mortali che spesso sfociavano

In crateri di bombe. Nella terra

Invasa, tra la gente

Curva e dispersa sotto la bufera,

Scopriva l'imminente inverno il fondo

D'ogni male…

                          Più tardi mi trovò

Un Novembre lontana

Dalla patria: rivedo la deserta

Spiaggia di Howth, un cielo tenebroso,

E il poco e livido chiarore

Che vi era sembrava provenire

Di sotto al mare, simile a un pensiero

Maligno che salisse all'improvviso

Da un cuore senza pace…


(da "Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999, pp. 99-100)





IN CORSA


In corsa - ancora e sempre in corsa.

Mi chiedi cosa inseguo. Come fai a non accorgerti

che non inseguo ma sono inseguita?

Nessuna mèta mi darebbe tanto affanno;

corro così per sfuggire a un nemico,

e inutilmente, perché già si confonde

il martellar del mio cuore col rimbombo dei suoi passi,

la sua ombra lambisce la mia ombra.

Come puoi parlarmi

di scopi, di ambizioni,

di lunghe strade diritte ed aperte?

La mia fu breve e curva,

compiuta sotto la minaccia -

e sono giunta al punto dove il cerchio si salda.


(da "Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999, pp. 214-215)





A CHE VALE IL TUO NOME


A che vale il tuo nome

scritto sopra la casa sigillata

che più non si riapre, 

a cui è vano bussare?


Anzi, è un errore cercarti là dentro.

Là v’è qualcosa senza nome -

o se ha un nome, non come te si chiama,

ma polvere, sfacelo, spavento.


Quanto di te sopravvive

è in un altro luogo, misterioso,

ed ormai reca un nome nuovo

che solo Dio conosce

e tu, dacché l’udisti nell’invito

che così pronto seguisti

da non aver neppure il tempo 

di dirci addio.


(da "Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999, p. 308)





ALL'IPOTETICO LETTORE


Ho messo la mia anima fra le tue mani.

Curvale a nido. Essa non vuole altro

che riposare in te.

Ma schiudile se un giorno

la sentirai fuggire. Fa’ che siano

allora come foglie e come vento,

assecondando il suo volo.

E sappi che l’affetto nell’addio

non è minore che nell’incontro. Rimane

uguale e sarà eterno. Ma diverse

sono talvolta le vie da percorrere

in obbedienza al destino.


(da "Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999, p. 491)











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