Poesie per l'amatore di stampe è il titolo della terza raccolta poetica di Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 - ivi, 14 settembre 2012). Fu pubblicata dall'editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta nel 1954; io per rileggerla mi sono avvalso della nuova pubblicazione risalente al 2015, avvenuta grazie alla Pendragon di Bologna (vedi foto sottostante). Chi volesse leggerla può in qualunque momento usufruire del sito www.robertoroversi.it, dove ci sono tutte le poesie edite e inedite di Roversi. Nelle primissime pagine di questo libriccino (64 totali di cui 6 vuote) vengono riportati tre estratti di lettere che il famoso scrittore siciliano Leonardo Sciascia inviò a Roversi tra il 19 settembre e il 14 dicembre del 1953; nella prima Sciascia lo incita a pubblicare i suoi versi pronti per la stampa nella "collezioncina di quaderni di «Galleria» (24 pagine, 300 esemplari, poesie e prose di eccezione); nella seguente lo scrittore racalmutese ragguaglia Roversi sui tempi di pubblicazione delle poesie che, nel frattempo, come da gentile richiesta gli erano state inviate; l'ultima lettera giustifica il ritardo della pubblicazione promessa (sarebbe dovuta avvenire nel dicembre del '53) per divergenze con l'editore che intendeva stampare soltanto una parte delle poesie di Roversi, per ragioni di spazio.
Poesie per l'amatore di stampe si compone di tredici poesie di media lunghezza, cui va aggiunto un Libretto d'appunti, ovvero ulteriori 21 brevi testi, simili ad epigrammi, ognuno dei quali è contrassegnato da una data ben precisa (si va dal 30 marzo 1947 del primo al 6 novembre 1947 dell'ultimo). Dopo quello che si potrebbe definire un apprendistato poetico, da cui scaturirono le primissime raccolte pubblicate durante la 2° Guerra Mondiale, con questo volumetto Roversi si dimostra uno dei giovani poeti italiani più promettenti, inserendosi in quel filone neorealistico che nel secondo dopoguerra dominò la scena della poesia nostrana per più di un decennio. Le 13 poesie che occupano gran parte del libro, assomigliano a piccoli quadri ritraenti un'umanità umile e dolente, per cui il poeta dimostra simpatia, comprensione e affetto; c'è il vecchio Celso: un povero contadino provato dagli stenti di una vita travagliata, che possiede un orticello e che subisce dei furti e poi inveisce contro il ladro (ma lui stesso è stato sorpreso mentre rubava dei frutti nell'orto di un vicino). C'è il carrettiere in parte somigliante a quello di una famosa poesia di Giovanni Pascoli, che ha trascorso l'intera vita spostandosi da un luogo all'altro, e durante il faticoso lavoro sogna di vivere oltre la pianura, in una delle lontane città che per lui non sono un miraggio; unico sollievo dell'uomo è la sosta in un piccolo paese, dove un campanaro gli apre la porta della piccola chiesa e gli offre del vino; soltanto con lui ha la possibilità di dialogare sulla morte, la dura vita e un paventato paradiso dove finalmente termini ogni tipo di dolore. C'è anche un vecchio marinaio sovrastato dalla stanchezza di una vita trascorsa in mare; pensa ai suoi compagni di viaggio ormai dispersi, e viene sopraffatto da una inconsolabile malinconia; stremato dagli anni, rimane ad osservare ciò che resta del suo mondo ormai estinto: due grandi barche in rovina abbandonate sul molo. Ci sono poi delle figure femminili: la poesia intitolata Rachele racconta la storia di una donna in due parti; nella prima domina la gioia del matrimonio nel paese di nascita; nella seconda ha il sopravvento il lutto causato dalla precoce morte del marito, e la quasi ossessiva dedizione di Rachele all'accudimento dei figli che nel frattempo le sono nati, con il terrore che anch'essi la abbandonino per andare lontano, lasciandola sola nell'ultima parte della sua fragile esistenza. La vicenda di Mara - altra poesia che vede come protagonista un personaggio femminile - è ancor più triste: la gioventù della donna è trascorsa nel migliore dei modi, allegramente, spensieratamente, tra la gente del suo paese che loda la sua bellezza e prevede per lei un futuro radioso. Passa però il tempo, e coloro che conoscevano e stimavano Mara sono già deceduti; lei si è ammalata e ha dovuto affrontare gli ultimi terribili momenti della sua vita in completa solitudine, più che mai sofferente. Straziante è la poesia intitolata Di una giovinetta appena morta, dove il poeta dà voce alla ragazza da poco deceduta, che dapprima parla del suo stato incontrovertibile e dell'impossibilità di provare qualsivoglia sensazione o emozione; quindi, rivolgendosi a coloro che visitano la sua tomba, chiede notizie riguardanti le percezioni dei sensi di chi vive ancora, relative alla stagione, al clima e alla natura circostante: piacevoli cose che lei non potrà mai più assaporare. Sempre la morte fa da sfondo nella lirica In memoria di Enrica Smeraldi; non so se si tratti della reale nonna del poeta, fatto sta che questi versi parlano di un'ava; nella prima parte l'anziana donna gravemente malata è morente; il nipote guarda il volto della nonna che, come l'intero corpo è straziato dalla malattia e dagli anni; ricorda i momenti belli della sua giovane vita, quando veniva amorevolmente accolto dalla nonna che gli offriva dei dolci e un po' di vino. Nella seconda parte del testo poetico, la morte dell'antenata è già avvenuta da tempo; il nipote si trova nel cimitero dove è sepolta, proprio davanti alla sua tomba; l'uomo ora ricambia l'amore della nonna portandogli un lumino nuovo e dei fiori freschi, pulendo il vecchio ritratto dove l'ava sorride e raddrizzando la croce; poi si ferma per un po' di tempo a farle compagnia. Ci sono anche due poesie che fanno storia a sé, essendo entrambe ambientate nel Medioevo: L'arazzo nella villa di Bentivoglio e Il racconto; i primi sono versi descrittivi, che ricordano la sequenza di un film: si parte dall'esterno di un castello con vari animali (soprattutto uccelli) che si aggirano intorno alla fortezza, per poi passare all'interno, dove si sta svolgendo un ricco banchetto con un re e una regina che dominano la scena. La seconda poesia parla di un uomo vecchio che, stanco, dopo un lungo vagabondare si riposa su di un prato non distante da un villaggio, la cui popolazione, curiosa, si avvicina a lui e gli pone una serie di domande; l'uomo racconta le sue avventure, probabilmente esagerando, e chi l'ascolta ne rimane incantato. Sia in Cuore in tumulto che in Saluto in un mattino d'inverno, sebbene le situazioni siano diverse, c'è un uomo che torna dalla donna amata. Sera d'avventura racconta le sensazioni di un uomo che decide di vivere, come recita il titolo, una sera avventurosa, recandosi nella dimora di una prostituta che ben conosce. In Temporale alcune ragazze si divertono a giocare con una palla, in uno spazio compreso tra un campo ed un orto; poi l'arrivo dell'acquazzone le costringe a trovare un posto in cui ripararsi.
Le ventuno brevi poesie che fanno parte dell'ultima sezione: Libretto d'appunti, se si prova a confrontarle con la prima parte della raccolta, si può ben dire che non sfigurino affatto. Qui il poeta esterna una serie di sensazioni provate in giorni che vanno dalla primavera all'estate (una sola poesia - l'ultima - ha atmosfere tipicamente autunnali); vengono poi descritti, in particolari situazioni, personaggi di varia natura, tra cui è spesso presente la donna amata, di nome Elena; ci sono anche versi in cui l'attenzione è rivolta esclusivamente agli eventi atmosferici, ed altre che estrinsecano i desideri o i sogni del poeta. Insomma, Poesie per l'amatore di stampe è una raccolta da leggere assolutamente e da annoverare tra le migliori di Roberto Roversi. Ecco infine, due tra le poesie di questo libriccino che più ho gradito.
RACHELE
Nel paese d’alta montagna
il torrente vola come un’ape impazzita
e i bambini ridono sul ponte,
il prete nel sole si assopisce.
Paolo accanto alla finestra
zufola e intaglia il legno,
Osso guarda una tela di ragno,
Diletta, fiore di melo,
reclinata la testa dorme, lievissima.
Gli altri, fra il verde tenero dei monti,
cercano le torpide marmotte:
dagli umidi buchi affiorano le bestie
appesantite dal sonno
ma un laccio risplende nel sole,
teso alla morte.
Secca come un pioppo
Rachele guarda le nuvole e gli uccelli,
nel meraviglioso deserto
ode la voce lontana dei figli
e il pallido respiro di Diletta dormente;
ferma sulla porta,
inchiodata come un’immagine sacra,
solo gli occhi sono papaveri ardenti.
*
Le fanciulle frementi attendono l’amica:
Rachele si sposa, Rachele di bianco è vestita
– la tela è ruvida ma il cuore è un cristallo.
Attendono, le amiche,
che dalla scala di legno discenda,
il volto di fiamma, lo sguardo fuggitivo.
Rachele a tutti stende la mano;
oggi è felice! si è mirata allo specchio,
ha lavato il corpo nell’acqua intiepidita;
Rachele! Rachele! le porte si aprono,
ogni finestra l’invita.
Oggi pranzeranno in piazza
e balleranno sul selciato,
affaticati gli uomini dal vino
rosse le ragazze con la malizia nel cuore.
Domani gli uomini passeranno il confine
– e le donne a pregare
per le valanghe, le tormente, i burroni;
ora le amiche accompagnano Rachele
– la tela è ruvida ma il cuore è un cristallo.
Altri attinge acqua; essa, felice nel sole
come il fieno accanto alla casa,
berrà il vino che arde
e gli uomini canteranno al suo amore.
Le campane suonano a distesa;
Rachele! Rachele! ogni porta si apre,
ogni finestra l’invita.
Le ragazze cantano pensando al loro giorno,
i giovani invidiano alla notte il sacrificio
e all’uomo la tenera preda.
Nel cuore arde fresco il desiderio.
*
Gli scavarono la fossa
scaglia per scaglia, piccone con piccone,
sudore e lungo affanno.
Dopo anni volati uno accanto all’altro
– ingiallivano le foglie nella pianura –
l’uomo scese rigido fra i sassi;
la morte l’aveva spogliato e diviso
e un vento malefico l’aveva seccato
sul limitare della casa.
Come suonarono a festa
le campane nel dì delle nozze
tanto duro e senza misericordia
fu il tocco del bronzo addolorato.
Lo posero fra i sassi, nel silenzio
del tramonto, quando il cielo
immemore si attarda a rimirare il prodigio;
e senza lamento, poiché tutti sanno
che il bene o il male ha il suo tempo
e la sua ragione.
I figli, accanto alla madre stretti e sorpresi;
Osso guarda una nuvola errante
che segna d’ombra il volto trafitto del padre.
Con pugni di terra fu coperto,
il volto fu accecato, la mano imprigionata;
poi come un gregge di agnelli
pieni di sonno e stupefatti
i piccoli tornarono alle solite mura,
al consueto riposo; nel silenzio
più non si udiva il russare profondo dell’uomo.
Essa raggela
al ricordo di quella notte, eterna.
*
Così Rachele
scava ogni giorno la sua nicchia per l’eternità
come l’acqua che incide la roccia
per aprirsi il cammino sotto l’arco del cielo;
e conta i figli quando escono al mattino
e ritornano alla sera, poiché i suoi pulcini
sono dolci e tremanti alla fatica.
Carlo mungendo si guardi
dalle corna della mucca impaziente!
Se Rachele sulla soglia attende
le pare che tutti debbano partire
e nessuno mai ritornare,
che i figli scendano in Francia
e le figlie al piano
e sola rimanga
come un cipresso gettato sulla proda di un fosso.
Almeno uno ritorni per chiuderle gli occhi
il giorno dell’estrema fatica!
Ma se ora grida i figli rispondono;
Osso correndo fra i sassi scivola
e s’alza piangendo,
Diletta sveglia guarda smarrita,
Carlo col latte giunge ridendo,
Osso si acquieta;
sulla montagna
lenta la sera stende il silenzio.
(da "Poesie per l'amatore di stampe", Pendragon, Bologna 2015, pp. 16-19)
Da "LIBRETTO D'APPUNTI"
27 aprile 1947
Un vecchio suonava il flauto,
tristi erano le note:
poi tacque e all’improvviso
la sinfonia del «Barbiere»
sprizzò nel cielo d’aprile.
Ma un uomo mi sussurrava
una odissea di mali:
la figlia impazzita
– rincorreva la madre col coltello
e aprendo la finestra
furiosamente rideva;
egli era stanco, ormai prossimo a morte.
Lo incoraggiai come potevo
ma la miseria del mondo
mi era scesa nel cuore;
io non udivo più il flauto
che, ancora, lieto suonava.
(da "Poesie per l'amatore di stampe", Pendragon, Bologna 2015, p. 42)

Nessun commento:
Posta un commento