domenica 7 giugno 2026

Case editrici: Zanichelli

 Fu fondata a Modena nel 1843 da Nicola Zanichelli (1819-1884), che proprio nella città emiliana, tre anni prima aveva aperto una libreria. Le prime pubblicazioni della casa editrice modenese non riguardarono la letteratura. Tutto cambiò invece a partire dal 1866, quando la sede della Zanichelli fu spostata a Bologna; la casa editrice infatti si stabilì esattamente nel luogo dove si trovava l'antica libreria «Marsigli e Rocchi», sotto i portici del Pavaglione; proprio lì, spesso, si recava il poeta Giosuè Carducci, e fu grazie a lui che quel posto finì per divenire uno dei centri dell'attività intellettuale bolognese più frequentati. Di lì a poco la Zanichelli cominciò a pubblicare le raccolte del poeta toscano; nel contempo nacquero collane eleganti e assai vendute, come la «Collana degli elzeviri», in cui furono inserite opere di Olindo Guerrini e di Gabriele D'Annunzio. Deceduto Nicola, furono i figli Giacomo (1850-1917) e Cesare (1861-1897) a dirigere la casa editrice Zanichelli, che crebbe in fama velocemente, allargando l'ambito delle pubblicazioni al settore scientifico e religioso. Buon ultimo fu inserito e lanciato il settore scolastico, con l'uscita di una serie di manuali, atlanti e dizionari che a tutt'oggi fanno della Zanichelli una delle case editrici italiane più importanti in assoluto.

Parlando di poesia, dopo Carducci e D'Annunzio anche il Pascoli cominciò a pubblicare alcune delle sue più stimate raccolte con la Zanichelli (si ricordano i Canti di Castelvecchio del 1903); ma nel frattempo la casa editrice poteva già vantare molti nomi emergenti e prestigiosi della poesia italiana che avevano pubblicato uno o più volumi con la Zanichelli o si accingevano a farlo; tra gli altri ci sono Enrico Panzacchi, Severino Ferrari, Rachele Botti Binda, Guido Mazzoni, Giovanni Alfredo Cesareo, Marino Marin, Giuseppe Albini, Alfredo Baccelli, Diego Garoglio, Antonio Della Porta, Pietro Mastri, Antonino Anile, Virgilio La Scola, Luisa Giaconi, Vittore Vittori, Cosimo Giorgieri Contri, Francesco Pastonchi, Domenico Tumiati, Luigi Orsini, Giuseppe Lipparini e tanti altri ancora.

Chiudo riportando tre poesie rispettivamente di Giosuè Carducci, Gabriele D'Annunzio e Giovanni Pascoli, che fanno parte di tre celebri raccolte pubblicate dalla Zanichelli.





RUIT HORA

di Giosuè Carducci (1835-1907)


O desiata verde solitudine

lungi al rumor de gli uomini!

qui due con noi divini amici vengono,

vino ed amore, o Lidia.


Deh, come ride nel cristallo nitido

Lieo, l’eterno giovine!

come ne gli occhi tuoi, fulgida Lidia,

trionfa amore e sbendasi!


Il sol traguarda basso ne la pergola,

e si rifrange roseo

nel mio bicchiere; aureo scintilla e tremola

fra le tue chiome, o Lidia.


Fra le tue nere chiome, o bianca Lidia,

langue una rosa pallida;

e una dolce a me in cuor tristezza súbita

tempra d’amor gl’incendii.


Dimmi: perché sotto il fiammante vespero

misterïosi gemiti

manda il mare là giú? quai canti, o Lidia,

fra lor quei pini cantano?


Vedi con che desío quei colli tendono

le braccia al sole occiduo:

cresce l’ombra e li fascia: ei par che chiedano

il bacio ultimo, o Lidia.


Io chiedo i baci tuoi, se l’ombra avvolgemi,

Lieo, dator di gioia:

io chiedo gli occhi tuoi, fulgida Lidia,

se Iperïon precipita.


E precipita l’ora. O bocca rosea,

schiuditi: o fior de l’anima,

o fior del desiderio, apri i tuoi calici:

o care braccia, apritevi.


(da "Odi barbare", Zanichelli, Bologna 1877, pp. 45-47)





IN UN MATTINO DI PRIMAVERA

di Gabriele D'Annunzio (1863-1938)


Era il mattino. Un grave sopore teneva la donna

   misera; su'l guanciale pallido men di lei.


Fredda, composta, immota, parea profondata nel sonno

   ultimo, ne la pace ultima, su la bara.


Alito non s'udiva. Parea che le labbra premute

   fossero da la Morte, tanto eran chiuse e pure.


— Non ti destare, non ti destare — pregai nel segreto

   cuore — se vuoi ch'io t'ami! Sieno per sempre chiuse


queste tue labbra; e ancora, ancora saranno divine.

   Ritroverò per queste labbra i sovrani baci.


Ritroverò la mia più lenta carezza per questa

   fronte che amai, per queste gote che amai, per queste


pàlpebre al fin su 'l tuo dolce insostenibile sguardo

   chiuse; e per queste chiuse labbra i sovrani baci!


(da "Elegie romane", Zanichelli, Bologna 1892, pp. 89-90)





IN VIAGGIO

di Giovanni Pascoli (1855-1912)


Si ferma, e già fischia, ed insieme,

tra il ferreo strepito del treno,

si sente una squilla che geme,

là da un paesello sereno,

paesello lungo la via:

                Ave Maria...


Un poco, tra l’ansia crescente

della nera vaporïera,

l’addio della sera si sente

seguire come una preghiera,

seguire il treno che s’avvia:

                Ave Maria...


E, come se voglia e non voglia,

il treno nel partir vacilla:

quel suono ci chiama alla soglia

e alla lampada che brilla,

nella casa, ch’è una badia:

                Ave Maria...


Il padre a quel suono rincasa

facendo un passo ad ogni tocco;

e subito all’uscio di casa

trova il visino del suo cocco,

del più piccino che ci sia...

                Ave Maria...


Si chiude, la casa; e s’appanna

d’un tratto il vocerìo che c’è;

si chiude, ristringe, accapanna,

per parlare tra sé e sé:

e saluta la compagnia...

                Ave Maria...


O tinta d’un lieve rossore,

casina che sorridi al sole!

per noi c’è la notte con l’ore

lunghe lunghe, con l’ore sole,

con l’ore di malinconia...

                Ave Maria...


Il treno già vola e ci porta,

sbuffando l’alito di fuoco;

e ancora nell’aria più smorta

ci giunge quell’addio più fioco,

dal paese che fugge via:

                Ave Maria...


E cessa. Ma uno che vuole

velar gli occhi, pensar lontano,

tra gemiti e strilli e parole,

tra il frastuono or tremolo or piano,

ode il suono che non s’oblia:

                Ave Maria...


Con l’uomo che va nella notte,

tra gli aspri urli, i lunghi racconti

del treno che corre per grotte

di monti, sopra lenti ponti,

vien nell’ombrìa la voce pia:

                Ave Maria...


(da "Canti di Castelvecchio", Zanichelli, Bologna 1905, pp. 129-131)

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