sabato 28 marzo 2026

Aria di primavera

 Mario Novaro (Diano Marina 1868 – Forte di Nava 1944) nei pochi versi che scrisse e pubblicò volle spesso e volentieri esaltare la stagione primaverile, e lo fece in modo semplice, intenso e particolarmente sentito. Noto soprattutto come direttore della prestigiosa rivista «La Riviera Ligure» nonché come filosofo, Novaro, come ho già detto scrisse poche ma notevoli poesie, riunite in un volumetto intitolato Murmuri ed echi, uscito per la prima volta nel 1912 e poi più volte ristampato con aggiunte di ulteriori liriche, fino all'edizione definitiva del 1941. Fortunatamente ancora ai giorni nostri c'è chi ama i versi di Novaro (io tra questi), tant'è vero che la sua unica opera poetica è stata ripubblicata piuttosto di recente¹. Per evidenziare l'entusiasmo e l'emozione provata dal poeta ligure quando ogni anno si trovava a vivere la ripetizione degli spettacoli imparagonabili che può offrire la natura con l'arrivo della primavera, ho scelto una brevissima poesia, intitolata per l’appunto Aria di primavera. Qui, in soli sette versi Novaro riesce ad esprimere in modo chiaro ed essenziale, sia l'emozione provata di fronte ad uno spettacolo naturale, vecchio eppur sempre nuovo, offerto da un affascinante paesaggio che molto probabilmente era osservabile nei luoghi dove il poeta viveva (la Riviera Ligure di Ponente); sia gli elementi imprescindibili, rintracciabili in tanti altri luoghi del pianeta, che alimentano tale emozione: il cielo ed il mare. Una luce forte, piena d’energia e giovane (perché a causa dell’inverno da poco trascorso è giunta da non molto tempo) domina la scena, e cielo e mare si nutrono di questa luce; il poeta guarda in alto e vede, oltre all'azzurro intenso del cielo (che lo rende puro) e alla luce folgorante del sole, una serie di nuvolette che, forse per via del loro candore e della loro forma simile a quella del cotone, vengono definite "soffici"; tali nuvolette "ragnano" il cielo puro, ovvero formano una sorta di ragnatela, essendo sparse qua e là; ma questa fantasiosa costruzione non offusca minimamente la lucentezza del cielo, anzi, lo rende ancor più bello. Quindi il poeta abbassa lo sguardo, e si trova ad osservare il mare sottostante, le cui onde s'infrangono sulla riva rumorosamente; per questo la "voce" del mare è identificata proprio nelle onde, e nel loro continuo rumorio; sembrano tante voci che si alternano e si susseguono, quasi a voler chiamare, ovvero a porre l'attenzione sullo spettacolo offerto dal continuo arrivo di quelle acque marine e dalla terra che le incontra. Parlavo di essenzialità, ed è proprio il caso di farlo pensando a questa ed altre poesie di Novaro, che anticipano di qualche anno la cosiddetta "poesia pura", sviluppatasi e consacratasi grazie ad altri più insigni poeti come Ungaretti e Montale. Aria di primavera fu pubblicata per la prima volta sulla «Riviera Ligure» del giugno 1915, insieme ad altre tre poesie; qui il Novaro figura con lo pseudonimo di Giorgio De Paoli; entrò a far parte di Murmuri ed echi a partire dalla 4° edizione, pubblicata da Vallecchi in Firenze nel 1919. Io l'ho trascritta dalla pagina 102 della ristampa del 1994, che uscì grazie Vanni Scheiwiller²

 

 

Giovine luce,

aria di primavera!

soffici nuvole bianche

ragnano il cielo puro:

chiama

la numerosa alterna

voce del mare.




 

 

NOTE

1)     1)  La più recente credo sia stata pubblicata dalla San Marco dei Giustiniani di Genova nel 2011.

2)      2) Parlo di Murmuri ed echi, edizione definitiva a cura di Giuseppe Cassinelli, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1994.

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