domenica 12 aprile 2026

Case editrici: Treves

 La Treves è stata una delle case editrici italiane più prestigiose di sempre; fu fondata a Milano, nel 1861 dal Emilio Treves (1834-1916), ma nella direzione, dopo appena nove anni gli si affiancò il fratello minore Giuseppe (1838-1904), per cui da quel momento la casa editrice fu denominata «Fratelli Treves editori». Emilio svolse per diverso tempo l'attività di giornalista, dirigendo anche alcune testate rilevanti. Divenuto editore, pose l'attenzione principalmente sui gusti del pubblico e le opere che fece stampare si concentrarono su svariati settori, pur privilegiando quelli inerenti la letteratura e la scienza. Treves fondò e pubblicò anche importanti periodici come L'Illustrazione Universale, L'Illustrazione Italiana e Il Giornale popolare dei Viaggi. Tra le collane più fortunate dell'editore si ricorda quella della Biblioteca amena, dove ebbero spazio autori importanti come Giuseppe Verga, Grazia Deledda e Matilde Serao. Pubblicò molti romanzi d'appendice e libri di viaggio (per quest'ultimi usufruì della collaborazione di Edmondo De Amicis, l'autore di Cuore, celeberrimo romanzo la cui prima edizione uscì grazie alla Treves nel 1886). Anche Gabriele D'Annunzio collaborò con la casa editrice milanese, con pubblicazioni di romanzi (Il piacere, 1889) e opere poetiche. Altri poeti legati alla Treves furono Arturo Graf, Vittoria Aganoor, Ettore Sanfelice, Alfredo Baccelli, Angiolo Orvieto, Ada Negri, Guelfo Civinini, Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano. Dopo la morte dei due fratelli, la Treves si trasformò in società anonima; tra il 1931 e il 1933 si fuse con la «Bestetti e Tumminelli»; infine, nel 1939 fu rilevata da un altro prestigioso editore: Aldo Garzanti, che proseguì la strada tracciata dai Treves. Ecco infine due poesie tratte da due raccolte pubblicate dalla Treves: Fatalità di Ada Negri e Poema paradisiaco di Gabriele D'Annunzio.





SENZA NOME

di Ada Negri


Io non ho nome. — Io son la rozza figlia

      Dell'umida stamberga;

Plebe triste e dannata è mia famiglia,

Ma un'indomita fiamma in me s'alberga.


Seguono i passi miei maligno un nano

      E un angelo pregante.

Galoppa il mio pensier per monte e piano,

Come Mazeppa sul caval fumante.


Un enigma son io d'odio e d'amore,

      Di forza e di dolcezza;

M'attira de l'abisso il tenebrore,

Mi commovo d'un bimbo alla carezza.


Quando per l'uscio de la mia soffitta

      Entra sfortuna, rido;

Rido se combattuta o derelitta,

Senza conforti e senza gioie, rido.


Ma sui vecchi tremanti e affaticati,

      Sui senza pane, piango;

Piango su i bimbi gracili e scarnati,

Su mille ignote sofferenze piango.


E quando il pianto dal mio cor trabocca,

      Nel canto ardito e strano

Che mi freme nel petto e sulla bocca,

Tutta l'anima getto a brano a brano.


Chi l'ascolta non curo; e se codardo

      Livor mi sferza o punge,

Provocando il destin passo e non guardo,

E il venefico stral non mi raggiunge.


(da "Fatalità", Treves, Milano 1892, pp. 5-6)





IL BUON MESSAGGIO

di Gabriele D'Annunzio


“E le piccole foglie in cima ai rami

di primavera? e il cielo così grande?

e i fanciulli? e le tombe venerande?

e la madre? e la casa che tu ami?”


Venir può da tal voce, anche una volta,

questo bene! – O sorella, dunque in cima

ai rami, ai rami teneri, è la prima

foglia? e brilla? E tu hai dunque raccolta


la rugiada nel cavo de la mano?

Son queste, è vero?, cose ancóra buone.

E tu cantasti già qualche canzone

a la madre pensosa d'un lontano?


Non pianga. Tornerà quel suo figliuolo

a la sua casa. È stanco di mentire.

Tornerà. Né vorrà più mai partire:

certo, più mai. Da troppo tempo è solo.


Domani tornerà... – Vuoi tu che torni

domani? Dunque aspettami, sorella.

Io le piccole foglie, la novella

erba, e le acque correnti, e certi giorni


così chiari che sembra vi si effonda

quasi un latte divino, e certe lente

notti ove quasi un'ansia occultamente

sospira e poi la canna è più profonda,


io veda, io goda: queste cose io veda,

io goda, e tu mi sia compagna sola.

E sol ne' tuoi puri occhi di viola,

ed in quelli materni, io guardi, io creda.


Oh al fine io tocchi l'albero e l'arbusto

con mani monde e non mi turbi alcuna

brama! Oggi tutta la bontà s'aduna

in quel cuore che seppe ogni disgusto:


tanta bontà che parmi ismisurato

il cuore... – E dimmi, dunque, dimmi: in cima

ai rami, ai rami teneri, è la prima

foglia? e brilla? E tu hai dunque, cantato?


(da "Poema paradisiaco. Odi navali", Treves, Milano 1893, pp. 13-15)

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