giovedì 22 settembre 2016

Antologie: "Secondo Ottocento" a cura di Luigi Baldacci

In precedenza mi sono già occupato di molte antologie poetiche dedicate all'Ottocento italiano; tra di esse vi era inclusa Poeti minori dell'Ottocento, uscita, per quel che riguarda il primo volume, nel 1958, e curata dall'illustre critico letterario Luigi Baldacci. Lo stesso curatore, ha dato alle stampe un secondo volume intitolato Secondo Ottocento, in cui viene presa in considerazione la letteratura italiana della seconda parte del XIX secolo (1850-1900). In verità, questa non è una vera e propria antologia poetica, visto che vi risultano inclusi testi di critica letteraria e di prosa. L'intento di Baldacci, in questo volume, è quello di porre in risalto tre eminenti scrittori che si misero in luce nella seconda metà dell'Ottocento: Francesco De Santis, Ippolito Nievo e Giosue Carducci; ovvero un critico, un prosatore che fu anche poeta ed un poeta che fu anche critico. La seconda parte del medesimo volume è invece dedicata ai poeti minori dell'Ottocento, che però, come fa notare Baldacci in una nota, subiscono una selezione più severa (da qui le molte mancanze rispetto all'altra antologia) e, quasi sempre, sono presentati e commentati pedissequamente seguendo l'antologia già pubblicata dallo stesso nel 1958. Da notare che il libro qui descritto, pubblicato dall'editore Zanichelli nel 1969, avrebbe dovuto essere seguito almeno da un secondo, probabilmente curato sempre da Baldacci, in modo da completare, nel modo più esauriente possibile, l'analisi sulla letteratura italiana di questo preciso cinquantennio. Fatto sta che l'unico volume uscito è codesto. Chiudo riportando (coerentemente al discorso da me fin qui portato avanti, parlando di antologie poetiche) i nomi dei soli poeti presenti in Secondo Ottocento.


Frontespizio dell'antologia "Secondo Ottocento"



SECONDO OTTOCENTO


Ippolito Nievo, Giosue Carducci, Giambattista Maccari, Giuseppe Maccari, Aleardo Aleardi, Giovanni Prati, Giacomo Zanella, Mario Rapisardi, Olindo Guerrini, Giuseppe Aurelio Costanzo, Emilio Praga, Igino Ugo Tarchetti, Arrigo Boito, Giovanni Camerana, Vincenzo Riccardi di Lantosca, Pompeo Bettini, Enrico Nencioni, Severino Ferrari, Remigio Zena, Contessa Lara, Arturo Graf, Vittoria Aganoor Pompilj, Domenico Gnoli, Adolfo De Bosis.

sabato 17 settembre 2016

La presenza poetica nella prima fase della rivista "Novissima"

La rivista Novissima. Albo d'Arti e Lettere, negli anni che vanno dal 1901 al 1910, ovvero dalla sua nascita alla fine della sua prima fase di pubblicazioni, ha rappresentato uno dei momenti più sublimi per quel che concerne l'arte liberty mondiale. Ciò va riferito esclusivamente alle arti figurative; distinzione obbligatoria, visto che Novissima nacque come rivista artistica a tutto tondo, che includeva, nelle sue eleganti e preziose pagine, oltre a disegni e dipinti, anche prose, poesie e perfino partiture musicali. Quello che m'interessa approfondire in questo post, relativo a questa prestigiosa rivista, è soltanto la presenza della poesia. Edoardo de Fonseca (1867-1936), ideatore e curatore di Novissima, volendo rappresentare il meglio della letteratura italiana, si rivolse anche ad alcuni tra i più noti esponenti della poesia italica di quel preciso periodo, invitandoli a pubblicare versi sulla sua nuova rivista. Vi fu chi rispose positivamente, e infatti, già a partire dai primi anni dalla sua nascita, Novissima presenta poesie di Gabriele D'Annunzio e di Giovanni Pascoli (tanto per fare due nomi illustrissimi). Eppure, se si analizzano complessivamente gli autori e le poesie pubblicate da Novissima in questi dieci anni, certamente si rimane un po' delusi, sia per il valore che per l'importanza dei versi presenti. Anche i due vati della poesia italiana non fecero certo uscire, in anteprima sulla rivista, alcuni tra i loro migliori versi. Se poi si vanno a vedere le firme degli altri poeti italiani qui presenti, si noterà che sono, spesso, nomi allora famosi, con discrete qualità poetiche, ma tutt'altro che giovani. Volendo citarne alcuni, vi figurano: Antonio Cippico, Arturo Colautti, Guglielmo Felice Damiani, Augusto Ferrero, Virgilio La Scola, Giuseppe Lipparini, Giovanni Marradi, Pietro Mastri, Ettore Moschino, Angiolo Silvio Novaro, Enrico Panzacchi, Francesco Pastonchi ecc.
Chiudo questa breve dissertazione, riportando, tratte dalla rivista in questione, tre poesie di tre poeti italiani che a quei tempi non potevano definirsi giovanissimi (avevano superato da un pezzo la trentina), ma che, comunque, rappresentavano le nuove leve: quelle che avrebbero dovuto rinnovare e prolungare il prestigio della poesia nostrana dopo i fasti pascoliani e dannunzaini: promesse di un domani che non divenne mai oggi.





Copertina della rivista "Novissima" del 1903
(da http://www.italianways.com/novissima-dieci-magnifici-anni-di-arte-e-cultura-in-stile-liberty/ )




REFRIGERIO
di Virgilio La Scola

Quando, accesa da l'amore,
Tutta avvolta nel mistero de la sera
Per i campi via trapassi,
La tua traccia candescente
Lambe ed arde gli alti gigli
Che s'apposero ai tuoi passi.

Ma dal fonte dei miei baci,
Sazia, fresca, sonnolenta riedi all'alba...
E al nitore de le stelle
Brilli adorna di rugiada;
Han bagliori le tue sete,
Ha candori la tua pelle;

Desta un canto ogni tuo passo...
A ogni stilla che abbandoni sul cammino,
Da la traccia inaridita,
Uno spento niveo giglio
Esilmente rigermoglia
A la bianca alba infinita.


Refrigerio, del poeta siciliano Virgilio La Scola (Palermo 1869 - ivi 1927), uscì nella rivista Novissima del 1901. In seguito La Scola la inserì nel suo volume La placida fonte, Zanichelli, Bologna 1907, alle pagine 125-126, con lievi varianti (soprattutto di punteggiatura). In questi versi viene descritta una vaga e affascinante figura femminile che molto somiglia ad una dea, la quale, appena giunta la sera, si allontana dal poeta per avviarsi verso campi pieni di gigli che al suo passare vengono arsi dal calore emanato dalla dea accesa da l'amore. Ma ecco che all'alba la donna ricompare in tutt'altra guisa: splendente, rugiadosa, candida... e le gocce di rugiada che fa cadere passando per gli stessi campi cha aveva attraversato la sera precedente, fanno rigermogliare i gigli. Si respira, in questa poesia, un'aria mistica e vi compaiono anche molti elementi misteriosi (relativi ovviamente alla figura femminile descritta) che a mio avviso indicano un celato simbolismo. D'altronde La Scola fu, lungo la sua carriera poetica che si svolse soprattutto nei primi dieci anni del XX secolo, poeta mistico e, in parte, simbolista. 





IL PESCATORE
di Angiolo Silvio Novaro

Quando la Notte nella sua bisaccia
le mani pone, e trae suoi chicchi d'oro
che poi ne' campi su de' cieli caccia,

il pescatore, che non sa ristoro,
si leva, e monta sopra la sua barca
remando, con in mente un suo tesoro,

che gliela faccia nel ritorno carca:
un tesoro lucente a cui la luna
stessa, mirando, le sue ciglia inarca.

Così, sognando quella sua fortuna,
scioglie ei la lenza, e spia se qualche argento
vivo risplenda in grembo all'acqua bruna.


Il pescatore di Angiolo Silvio Novaro (Diano Marina 1866 - Oneglia 1938) fu pubblicata in Novissima nel 1902. Quando, nel 1905, lo scrittore ligure pubblicò presso l'editore Treves di Milano, il suo primo libro di poesie intitolato La casa del Signore, inserì col medesimo titolo i versi qui riportati, seguiti da altri, alle pagine 39-41. La nuova poesia, molto più lunga, è la prima delle tre comprese nella sezione La notte del pescatore dell'amante e del poeta. Nei versi qui riportati si ritrova in pieno la poetica che sempre caratterizzò la carriera artistica di Novaro: romanticismo, semplicità e, se si vuole, un pizzico di ingenuità. Le immagini della Notte che, in forma umana di contadino, semina il cielo di stelle (chicchi d'oro); del pescatore che si sveglia pensando al suo tesoro (argento vivo), ovvero ad una pesca abbondante e, infine, quella della luna che osserva curiosa l'uomo che si avvia al suo lavoro, molto somigliano a tutte le altre immagini che Novaro saprà inventare con rarissima fantasia nella sua opera poetica più famosa, dedicata al pubblico infantile: Il Cestello (Treves, Milano 1910).





L'ALBERO INSONNE
di Pietro Mastri

Un lampione è là, dal vespro all'alba;
che allunga in giro le sue fredde lame,
che infiltra la sua scialba
luce fin dentro dentro al tuo fogliame.

Albero, e tu frattanto
non dormi più. Ben tutta la natura
dorme: tu vegli... Oh quella fiamma accanto!
Com'è la notte, oltre il suo cerchio, oscura!

Fiso ed assorto omai nella molesta
luce è il tuo spirto anelo;
né più vedi ondeggiar sulla tua testa
le trasparenti immense ombre del cielo;

né vedi tremolar lo sparso lume
de le stelle, - sì dolce e mite e pio
lume, onde sgorga nella notte il fiume
tacito dell'oblio.

Ora invano per te lento vapora
il sonno della notte, e più non cade
sulle tue fronde, ancora
trepide al vento e molli di rugiade.

Nessun uccello più - sogno sereno
in cor pacato -, quando l'ombra cala,
vien ora ad annidarsi nel tuo seno
col capo sotto l'ala.

Ma neri obliqui vipistrelli e sciami
di strani insetti, cui la fiamma attira,
svolazzan fra' tuoi rami,
quasi fantasmi intorno a chi delira...

Albero insonne, passan le tue notti
così: torbide e lente.
E quando a giorno ecco che a rosei fiotti
rompe la pura luce d'oriente,

oh, non più la profonda
gioia di risvegliarsi, la divina
gioia di risentire acre e feconda
fluir la vita al sol della mattina!


L'albero insonne di Pietro Mastri (Firenze 1868 - ivi 1932) fu pubblicata sulla rivista Novissima nel 1902. Fu poi inclusa (con alcune modifiche) nel volume poetico di Mastri: Lo specchio e la falce, Treves, Milano 1907, alle pagine 99-103. Questa poesia parla di un albero che, disturbato dalla recente presenza, nei suoi pressi, di un lampione, quando arriva la notte non riesce più ad addormentarsi a causa della potente luce emanata dall'intruso, che ha un'intensità tale da penetrare anche attraverso il fogliame del vegetale. E allora, il povero albero è costretto a vegliare per tutte le ore notturne, infastidito anche dalla presenza di pipistrelli e insetti; quando poi giunge l'alba e quindi il mattino, troppo logorato dalla veglia notturna, non ritrova più la gioia di svegliarsi e di godersi il sole della nuova giornata. Molto probabilmente, Mastri, in questi versi volle esporre la sua critica nei confronti della modernità: mentre i poeti futuristi si apprestavano a celebrare il progresso tecnologico ed industriale creando versi che inneggiavano alle macchine, all'elettricità, alle fabbriche e perfino ai lampioni (si leggano le poesie di Luciano Folgore: Fiamma a gas e di Paolo Buzzi: Primi lampioni), il poeta toscano va in tutt'altra direzione, affermando poeticamente come possa essere deleterio l'uso di certi oggetti "moderni" per l'equilibrio naturale della terra: l'albero che soffre a causa del lampione non è altro che la natura agonizzante a causa dell'inquinamento. Si può quindi dire che Mastri abbia avuto la precisa percezione di ciò che, di lì ad alcuni anni, sarebbe accaduto a causa del poco rispetto dell'uomo nei confronti della natura e degli altri esseri viventi presenti sul pianeta.

domenica 11 settembre 2016

L'incanto nella poesia italiana decadente e simbolista

Sotto la dicitura "incanto" si vogliono qui riunire i versi che esprimono in modo evidente situazioni molto particolari, al di fuori della realtà; possono nascere da sogni veri e propri o da sogni ad occhi aperti, da profondi desideri, da fantasticherie di vario genere o, perfino, da visioni. Si notano con più frequenza alcuni elementi: giardini, notti lunari e paesaggi marini; si nota anche una non rara presenza femminile, spesso legata alla sfera della magia. A volte tali situazioni ricordano molto da vicino certe favole (si legga la prima strofa della poesia di Govoni e l'intera composizione di Scaglione). Non mancano citazioni di artisti famosi nell'ambito della pittura e della musica. In molti casi è difficile rapportare queste rappresentazioni estasiate a dei significati concreti: sono, probabilmente, invenzioni altamente fantasiose atte ad alimentare il benessere ed il piacere mentale del poeta, che può vivere così in un mondo al di fuori del mondo e creare una propria, impossibile e invisibile realtà.



Poesie sull'argomento

Ugo Betti: "La nave dei sogni" in "Il Re pensieroso" (1922).
Giovanni Cavicchioli: "Palazzi incantati" in "Palazzi incantati" (1916).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Alba lunare" in "Poesie" (1912).
Raoul Dal Molin Ferenzona: "Entreremo tra poco a mani giunte" in "Ave Maria!" (1929).
Gabriele D'Annunzio: "Oriana" in "L'Isotteo. La Chimera" (1890).
Luigi Donati: "L'Incanto" in "Le ballate d'amore e di dolore" (1897).
Diego Garoglio: "L'incanto" in "Sul bel fiume d'Arno" (1912).
Luisa Giaconi: "Voto" in "Tebaide" (1912).
Corrado Govoni: "C'era una volta una chiesina in riva al mare" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).
Giuseppe Lipparini: "Scilocco" in "Stati d'animo e altre poesie" (1917).
Gian Pietro Lucini: "I Poeti" in "Il Libro delle Figurazioni Ideali" (1894).
Tito Marrone: "Il fresco" in "Le Gemme e gli Spettri" (1901).
Tito Marrone: "Esilio" in "Liriche" (1904).
Arturo Onofri: "Incanto notturno" in "Poesie edite e inedite (1900-1914)" (1982).
Nino Oxilia: "Ecco il canneto..." in "Canti brevi" (1909).
Enrico Panzacchi: "Paesaggio" in "Poesie" (1908).
Giovanni Pascoli: "La baia tranquilla" in "Myricae" (1900).
Romolo Quaglino: "I due moti - Preludio" in "Dialoghi d'Esteta" (1899).
Antonio Rubino: "Riva d'oblio" in «Poesia», ottobre 1908.
Francesco Scaglione: "Le favole" in "Le Litanie" (1911).
Emanuele Sella: "Questo è il giardino della dolce ipnosi" in "Il Flauto d'argento" (1932).
Giovanni Tecchio: "Maggio" in "Mysterium" (1894).
Domenico Tumiati: "Freschezza" in "Musica antica per chitarra" (1897).
Carlo Vallini: "Sia pace ai morti nelle bare..." in "La rinunzia" (1907).
Alessandro Varaldo: "Ora prima" in "Marine liguri" (1898).
Mario Zarlatti: "L'incanto" in «Gran Mondo», dicembre 1903.



Testi

ORA PRIMA
di Alessandro Varaldo

A terra una minuscola casina
appare vivamente illuminata.
Mi sembra riudir ne l'incantata
sera, o Gluck, la tua musica divina.

Mi sembra, ma non è. Ne la serata
placida dorme tutta la marina
sotto la bianca coltre adamantina
de la luce lunare. È una cantata

de l'Armida che sento risvegliare
tutto dal sonno? Destasi la luna
e risplendendo mi risveglia il mare.

Ecco: intravedo una figura bruna
molte volte passare e ripassare.
Ah! si balla? Dormite, o mare, o luna.

(Da "Marine liguri")




C'ERA UNA VOLTA UNA CHIESINA IN RIVA AL MARE
di Corrado Govoni

C'era una volta una chiesina in riva al mare
solinga immacolatamente bianca...
Non era quella stessa che il Cabianca
amò ne la sua tela ingenua figurare?

Sul davanti, appoggiati a un basso muricciuolo
s'ergevano due smilzi cipressetti,
nel cui cuore, d'Aprile, un lusignolo
ne le notti annaspava i suoi dolci rocchetti.

Dentro un ortello che fragrava d'umidore
e cingeva da un lato la chiesiina,
fiorivano le rose de la China
sotto l'educazione de le miti suore.

S'arrampicavano pei tegoli del tetto
con lunghissime braccia i gelsomini;
il glicine ne l'occhio del coretto
si scapigliava coi suoi grappoli turchini.

Il chiostro con un qualche fiorellino laico
era uguale ad un quieto refettorio;
c'era il suo pozzo simile a un ciborio,
c'eran le sue colonnine di mosaico.

V'abitavano solo sette bianche Spose
di Dio, ognuna con la sua stanzetta,
il cereo, l'olivo, de le rose
in un bicchiere, ognuna con la sua cornetta.

Amavano l'incenso, i suoni di campane,
i gigli, l'afflizione de la cera,
i rosari; le loro quotidiane
azioni erano una continua preghiera.

Ognuna aveva il suo bianco micio
su la finestra, con l'innaffiatoio
tra malve; sul suo inginocchiatoio
a l'alba, ognuna, recitavano l'officio.

Erano quasi tutte sette ottuagenarie,
e nessuna più ricordava il nome
antico, non sapevan se la carie
avesse guasto i denti ed il tempo le chiome.

E vivevano così come un morto altare,
nelle stanzucce come aperte tombe,
con i gigli e le candide colombe...
C'era una volta una chiesina in riva al mare.

(Da "Armonia in grigio et in silenzio")




Pierre Puvis de Chavannes, "Fanciulle in riva al mare"
(da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/92/On_the_Edge_of_the_Sea.jpg)


sabato 10 settembre 2016

Poeti dimenticati: Corrado Alvaro

Nacque a San Luca (Reggio Calabria) nel 1895 e morì a Roma nel 1956. Molto noto per i suoi romanzi, la sua attività poetica è praticamente sconosciuta. L'unico libro di versi che pubblicò è incentrato sulla tremenda esperienza della Grande Guerra, a cui Alvaro partecipò uscendone ferito alle braccia dopo appena un anno. Le poesie che seguirono la raccolta d'esordio, che molto somigliano a dei racconti in versi, oltre che ritornare sugli eventi bellici, spesso descrivono situazioni familiari, ricordi d'infanzia e di gioventù, amori trovati e perduti ed altro ancora.



Opere poetiche

"Poesie grigioverdi", Lux, Roma 1917.
"Il viaggio", Morcelliana, Brescia 1942.





Presenze in antologie

"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 310-311).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. I, pp. 13-24).
"Poesia d'amore del Novecento", a cura di Paola Decina Lombardi, Mondadori, Milano 1992 (pp. 161-163).
"Poesia italiana 1224-1961. Un'Antologia", a cura di Antonio Carlo Ponti, Guerra, Perugia 1996 (pp. 220-221).
"Le notti chiare erano tutte un'alba", a cura di Andrea Cortellessa, Bruno Mondadori, Milano 1998 (pp. 185-186; 263-267).




Testi

A UN COMPAGNO

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

Non dire alla povera mamma
che io sia morto solo.
Dille che il suo figliolo
più grande, è morto con tanta
carne cristiana intorno.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
non vorranno sapere
se sono morto da forte.
Vorranno saper se la morte
sia scesa improvvisamente.

Di’ loro che la mia fronte
è stata bruciata là dove
mi baciavano, e che fu lieve
il colpo, che mi parve fosse
il bacio di tutte le sere.

Di’ loro che avevo goduto
tanto prima di partire,
che non c’era segreto sconosciuto
che mi restasse a scoprire;
che avevo bevuto, bevuto
tanta acqua limpida, tanta,
e che avevo mangiato con letizia,
che andavo incontro al mio fato
quasi a cogliere una primizia
per addolcire il palato.

Di’ loro che c’era gran sole
pel campo, e tanto grano
che mi pareva il mio piano;
che c’era tante cicale
che cantavano; e a mezzo giorno
pareva che noi stessimo a falciare,
con gioia, gli uomini intorno.

Di’ loro che dopo la morte
è passato un gran carro
tutto quanto per me;
che un uomo, alzando il mio forte
petto, avea detto: Non c’è
uomo più bello preso dalla morte.
Che mi seppellirono con tanta
tanta carne di madri in compagnia
sotto un bosco d’ulivi
che non intristiscono mai;
che c’è vicina una via
ove passano i vivi
cantando con allegria.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

(Da "Poesie grigioverdi")





BALLATA IN CERCA DI PADRONE

Ho nella mente un paese
con un cimitero e due chiese.
Nel cimitero la biada cresceva
e falciata il guardiano la vendeva
ché in quel paese tutto era giardino.

In quel paese tutto era giardino,
cuore d’uomo e di femmina persino.
Cori e danze eran belli a vedere
nella malinconia di certe sere
quando il mondo pareva là finire.

Ed a me piacque meglio di seguire
armi e tamburo, e seppi mal patire
andando con la sacca pesa indosso
spezzato nervo a nervo e osso a osso.
Ogni mio straccio verde sventolava.

Come i bambini dietro a una fanfara,
così contento e giulivo marciava.
Ma il mondo è grande e nessuno s’è accorto
che per l’amor di tutti sarei morto,
per pagare le colpe di nessuno.

Amor deluso, nessuno ti vuole,
né il tuo paese dal troppo sole,
né la gente che tu seguisti puro
tutto superbo al rullo d’un tamburo.
Buona gente, per servo chi mi vuole?


(Da "Il viaggio")